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A passo lento nell’Alta Murgia

Il paesaggio che è qui protagonista è quello dell’Alta Murgia, un altopiano che si estende per più di centomila ettari nel cuore della Puglia e su cui solo in anni recenti si è appuntata una particolare ma contraddittoria attenzione da parte di gruppi sociali, di amministratori pubblici e di studiosi. Tale attenzione, alimentata a fatica da un modesto arcipelago di sensibilità diverse, non è priva di tensioni, più o meno forti, come l’intera vicenda, legata al progetto di costituzione di un parco nazionale, dimostra.

È all’interno di questo contesto che si è sviluppata la ricerca di Luciano Montemurro sull’Alta Murgia. Il suo lungo reportage fotografico, sviluppato nell’arco di un decennio a partire dal 2003,  ha costruito un’immagine meditata di questo territorio, lontana dalla retorica compiaciuta o nostalgica del mondo agreste ma, soprattutto, tesa a scardinare un pregiudizio percettivo condiviso fino a ieri quasi senza alcuna riserva, non solo dal mondo quotidiano di senso comune. La ricerca, inoltre, scandisce quasi in tempo reale gli effetti indotti dai profondi cambiamenti che hanno investito l’Alta Murgia almeno a partire dagli ultimi vent’anni, e che hanno determinato un processo di intensa modificazione sia delle componenti antropiche-insediative che di quelle fisico-naturali. Il repertorio fotografico che si è venuto pian piano costituendo, in stretta collaborazione con il Centro Studi Torre di Nebbia, rappresenta, anche per questo, un documento eccezionale, e la breve presentazione del lavoro che vedete in queste pagine ne dimostra la forza comunicativa e documentaristica.

È innanzitutto dentro questa dimensione che occorre cercare il primo filtro che Luciano Montemurro ha dovuto inserire nella sua macchina fotografica, un filtro derivato essenzialmente dalla consapevolezza di poter frugare solo la superficie e inseguire, nel mondo che appare, i giochi di luce e di ombre. Del resto, se “nessuna cosa, nessuna faccia di una cosa, si mostra se non nascondendo attivamente le altre”, allora non ciò che una cosa è o si presume che sia, bensi come essa appare costituisce il problema della ricerca.

Quel filtro ha reso la sua fotografia più cruda, priva di effetti romantici e intenta a riprodurre l’essenziale, con stile cronistico, da grande reportage. E da questa particolare angolazione che egli ha colto, rovesciandola però, la stessa sensibilità descrittiva di tutti i più noti “viaggiatori” che hanno attraversato il territorio dell’Alta Murgia, da Orazio a Giuseppe Maria Galanti, da Edward Lear a Tommaso Fiore. La Murgia che appare è certo insieme “sitibonda” e “selvaggia”, “pietrosa” e “disperata”, ma mai, come pure codesti autori hanno affermato, respingente e squallida. Persino nelle nicchie di alcuni tratti, devastati quasi completamente dall’accanimento di pratiche ibride e fuori misura, si può trovare una pietra bucata da un fascio di luci in uno spazio senza confini.

Un secondo filtro, invece, rispecchia un’inconsueta capacità di captare gli elementi di dominio del paesaggio: una cisterna arrugginita che sovrasta un’arida distesa sull’altopiano, una ferula scampata che si erge altera sul campo “spietrato”; ma ovunque la luce mattutina di un paesaggio agrario, oggi con il fiato sospeso, e ciò malgrado ancora vivo, straordinario e vasto.

Più di ogni prezioso documento, il reportage fotografico testimonia con immediatezza il valore e l’originalità di un sistema rurale complesso, che costituisce tra l’altro un esempio, unico in Italia nel suo genere, di rara archeologia “industriale”: le incisioni naturali di imponenti fenomeni carsici, le pietre e i residui di vegetazione spontanea, l’ordito architettonico delle innumerevoli masserie da campo e per pecore (jazzi), gli animali al pascolo nelle alture e nelle lame, la fierezza di uomini al lavoro nei campi. Questo secondo filtro impedisce allo sguardo di “frugare con uno struggimento di morte” (T. Fiore),  per mettere a fuoco, invece, l’eredità di una sapienza ambientale costruita da intere generazioni e proiettarla in un futuro ancora possibile. Infatti, persino chi non sente più nemmeno l’odore di erbe fresche tra le rovine, può, osservando queste “panoramiche”, rendersi conto del valore di questo immenso patrimonio e della necessità di tramandarlo.

Un ultimo filtro è stato inserito con la pubblicazione di un catalogo abbinato ad una mostra da cui abbiamo selezionato le immagini che vi proponiamo in questo articolo  che raccoglie solo una parte di una ricerca più ampia, interamente realizzata con l’uso della pellicola in bianco e nero, intrapresa a partire dal 1998. La scelta del bianco e nero non risponde ad una mera esigenza estetica, tanto meno vuole rappresentare una sorta di espediente alchimistico per ricavare oro anche dalle forme più vistose di degrado. Essa piuttosto rivela una volontà di approfondimento e, insieme, di mise à distance che solo può permettersi chi ha esperito a lungo, sul campo, una meticolosa osservazione delle metamorfosi di questo paesaggio.

Il lavoro, eseguito a tutto campo, con la stessa tecnica abituale di un camminatore generoso, disposto a percorrere in lungo e in largo le asperità del suolo in tutte le stagioni, si concentra sui grandi segmenti del territorio: il costone, che si erge sulla Fossa bradanica lungo il confine con la Lucania, la parte interna, la cosiddetta dorsale e, infine, l’area che degrada verso la pianura adriatica del nord-barese. Il ricorso, perciò, alle origini bicromatiche dell’arte fotografica vuole essere forse un tentativo di rendere più appariscente, persino all’occhio globalizzato o anonimo del nostro tempo, la visione di un mondo variamente ricco e articolato, in cui s’intreccia, ancora oggi, il rapporto, ora complementare ora oppositivo, tra l’uomo e la terra.

Forse è il caso di rammentare che l’Alta Murgia, dopo aver ospitato tra il 1959 e il 1963 trenta missili con testate nucleari, dagli anni Settanta del secolo scorso è diventata teatro di esercitazioni militari, con i suoi cinque poligoni di tiro “occasionali” che interessano circa un quarto dei centomila ettari dell’area. Non solo questo, ma altri gravi fenomeni di degrado hanno compromesso la vita dei suoi delicati ecosistemi a cominciare dall’attività di “spietramento” (frantumazione meccanica delle rocce calcaree di superficie), eufemisticamente definito “recupero franco di coltivazione”, incoraggiato da un’assurda politica di finanziamenti pubblici, che ha interessato più della metà dei sessantamila ettari di pascolo e che nulla ha lasciato dietro di sé, se non polvere di calcare e terreni scarsamente produttivi. Per non dire di altre forme di degrado, come lo sversamento di fanghi tossici su vaste zone della Murgia. L’idea, allora, di istituire il primo parco rurale d’Italia nasce al crocevia di questi gravi problemi. Un parco nazionale nato, dopo una lunga e complessa vertenza, nel 2004 e che, tra difficoltà e non poche contraddizioni, rappresenta ancora oggi una sfida per rinnovare, in modo durevole, il rapporto tra  questo straordinario paesaggio e gli attori sociali che lo abitano.

www.parcoaltamurgia.it

a cura di Roberto Besana

testo di Piero Castoro – fotografie di Luciano Montemurro

Autori

  • Piero Castoro, nato ad Altamura (BA) il 1955, ha svolto diversi mestieri in Italia e all'estero, prima di laurearsi in Filosofia all'Università di Pisa. Collabora dalla fondazione (1988) alle attività di ricerca e di documentazione del Centro Studi Torre di Nebbia per il quale ha scritto e curato varie opere dedicate al territorio dell’Alta Murgia e inserite nel prezioso catalogo dell'Associazione, tra cui:Cronache Murgiane (2021); Diario di Jupiter (2021); La Murgia nella...

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  • Pur avendo frequentato un corso di sviluppo e stampa nel Magistero d’Arte di Firenze negli anni 1968-69  ho iniziato a fotografare tardi: nel 1978, a 28 anni. Negli anni, oltre all'interesse per i fenomeni artistici in senso lato, sono sempre stato aggiornato sul panorama fotografico nazionale e internazionale. La mia attività lavorativa è stata l'insegnamento praticato per 40 anni a Como e provincia, a cui parallelamente o quando i tempi lo permettevano, ho affiancato la mia ricerca fotografica...

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  • Nato a Monza, risiede a La Spezia. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla direzione generale della De Agostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni. Nella sua fotografia riverbera la sensibilità ai temi ambientali per i quali è attivo nella diffusione di conoscenza e rispetto. Le sue immagini sono principalmente “all’aria aperta”, laddove lo portano i passi. Ambiente e...

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