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Anselm Kiefer

Anselm Kiefer occupa da decenni una posizione di assoluta centralità nel panorama dell’arte contemporanea. La sua opera si configura come un universo complesso e stratificato in cui storia e memoria si intrecciano senza soluzione di continuità, dando vita a un linguaggio visivo di straordinaria densità concettuale. Nato a Donaueschingen, cittadina tedesca del Baden – Wurttemberg nel marzo del 1945, quando la Seconda Guerra Mondiale non era ancora terminata, gli occhi di Kiefer vedono le immani distruzioni prodotte dai bombardamenti. Comincia a riflettere sul male del mondo, sulla guerra e sulla morte, si convince che l’umanità ha irrimediabilmente un animo cainesco, crudele e assassino ma capisce anche che dalla distruzione può nascere una costruzione, dalla morte può nascere vita, che dalla fine può sorgere un nuovo inizio.

Per Kiefer la storia non è mai un archivio chiuso, da contemplare con distacco, ma un passato che si rifiuta di tacere. Esso non finisce, non muore: è un organismo vivo che continua a interrogare il presente. Anche i suoi frammenti — le rovine, le ferite, i residui — parlano e comunicano, come accade nella Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano, segnata e offesa dall’ottusa logica della guerra. Qui lo spazio architettonico stesso diventa testimone, corpo ferito e memoria incarnata. Indissolubilmente legata alla storia è la memoria, che non si dà mai una volta per tutte, ma è per sua natura mobile, instabile, in continua trasformazione. Proprio per questo la memoria si configura come una forma attiva di conoscenza. Non è un fatto concluso, bensì un corpo vivo, soggetto a metamorfosi e reinterpretazioni costanti. È un setaccio, perché ciò che del passato riaffiora è sempre, in parte, un passato reinventato. Nel caso della Sala delle Cariatidi, tra le sue molteplici memorie — dalla fastosa sala da ballo neoclassica all’apoteosi del potere politico, fino alla devastazione bellica — è stata proprio quest’ultima a orientare le scelte del restauro conservativo di venticinque anni fa, fissando nuove coordinate di senso.

L’intera opera di Kiefer si sviluppa come una profonda meditazione sulla condizione umana, sui miti fondativi, sul potere e sulle ideologie, sul tempo – materiale su cui agire come esso agisce su di noi – e sulla sua capacità di sedimentarsi nella materia. In questo orizzonte si colloca la mostra “Anselm Kiefer. Le Alchimiste”, curata dalla storica dell’arte Gabriella Belli, inaugurata lo scorso 7 febbraio e visitabile fino al 27 settembre 2026, concepita appositamente per la Sala delle Cariatidi, in piena continuità con l’universo poetico e concettuale dell’artista.

Per Kiefer l’alchimia – e mi riferisco in particolare all’alchimia alessandrina che seppe fondere l’arte pratica della metallurgia sacra egizia con la speculazione greca sulla natura della materia – non è un repertorio esoterico né un semplice sistema simbolico da tradurre in immagini, ma un autentico modello di pensiero. Un pensiero che ispirava Robert Fludd a dire che “ogni pianta sulla terra ha una stella corrispondente in cielo”, un pensiero cioè che tende a ricomporre ciò che la razionalità scientifica ha separato: osservatore e osservato, soggetto e oggetto, mente e materia, microcosmo e macrocosmo. Ciò che maggiormente lo affascina dell’alchimia è il suo carattere processuale, la capacità dei materiali di mutare nel tempo, di trasformarsi, di attraversare stati diversi. La materia, in questa prospettiva, possiede una dimensione spirituale oltre che fisica: come la storia e la memoria, nulla è definitivamente inerte, nulla è condannato alla fissità. La poetica kieferiana è distante dalla metafisica platonica in cui il mondo sensibile e quello trascendente erano su due piani completamente diversi, perché crede che la trascendenza, lo spirituale si manifesta nella materia. Per questo il suo riferimento filosofico non è Hegel quanto Spinoza: lo spirito non è separato dal corpo ma è ciò che lo anima. Il processo creativo di Kiefer è un processo alchemico che parte dal metallo più vile per giungere al metallo più prezioso, l’oro. Il processo alchemico è un processo di trasformazione perché, nella visione kieferiana, già nel piombo è contenuto l’oro. Questo percorso si vede plasticamente negli enormi quaranta teleri che Kiefer ha voluto dedicare alle donne alchimiste.

Prendendo spunto dalle quaranta cariatidi, le fanciulle danzanti dell’antica regione di Caria in Asia Minore, realizzate nella seconda metà del Settecento dal parmense Gaetano Caliani per sostenere il balconcino, severamente deturpate dai bombardamenti del 1943, Kiefer ha creato altrettanti teleri, ognuno dei quali dedicato a una donna alchimista. Si trattava di donne, molte delle quali di alto lignaggio come ad esempio Cleopatra, l’alchimista più antica rappresentata in mostra, vissuta nel terzo secolo d.C. ad Alessandria d’Egitto, famosa per un trattato in cui spiegava come si potesse fabbricare l’oro. Fu anche celebre perché è l’autrice dell’illustre iconografia dell’Ouroboros, il serpente che si morde la coda, accompagnato dal motto alchemico “l’uno è il tutto”. Ma è presente anche Cristina (1626-1689), già regina di Svezia, ruolo che abbandona per aderire convintamente al cattolicesimo. Abbandonata la corte di Svezia, in cui amava discutere con il grande Cartesio, si reca a Roma dove frequenta artisti di primissimo piano come Gian Lorenzo Bernini e fonda uno dei circoli culturali più influenti. Alethea Talbot Howard (1585-1654), visse nel castello di Arundel, il cui proprietario Henry Howard fu il primo possessore del celebre codice Arundel di Leonardo da Vinci, oggi conservato alla British Library. Per non parlare di Anna Kurfurstin Von Sachsen, figlia del re di Danimarca e moglie dell’Elettore di Sassonia, o di Anna Vasa Von Schweden, figlia di Giovanni III di Svezia e di Caterina Jagellona.

Tra le milanesi, Kiefer ha voluto immortalare Caterina Sforza (1563-1509), figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza, duchessa di Imola e Forlì, fiera avversaria di Cesare Borgia, il feroce Valentino e madre di Giovanni dalla Bande Nere, e Isabella d’Aragona (1470-1524), figlia del re di Napoli Alfonso II d’Aragona, divenuta duchessa di Milano per aver sposato Gian Galeazzo Sforza. Visse al Castello Sforzesco nello stesso periodo in cui vi operava Leonardo da Vinci che per celebrare il suo matrimonio con lo Sforza, ideò la celeberrima Festa del Paradiso. Ebbe come acerrima rivale, la famosa e bellissima Beatrice d’Este, moglie di Ludovico il Moro. Non è la prima volta che Kiefer dedica un ciclo alla presenza femminile nella storia: lo aveva già fatto con i cicli dedicati alle “donne dell’antichità”, alle regine di Francia”, alle “donne della Rivoluzione”. Tutte storie che la Storia degli uomini ha dimenticato o messo in un angolo e che invece meritano di essere riconsiderate e riportate in luce. Come le sue alchimiste.

Facciata di Palazzo Reale. Fotografia di Lorenzo Pennati

di Domenico Piraina – direttore Palazzo Reale, Milano

Immagini: “Kiefer. Le Alchimiste”. Installation view. Mostra a Palazzo Reale, Milano 7 febbraio / 27 settembre 2026. Fotografie: © Ela Bialkowska, OKNO Studio

Autore

  • Laureato in materie letterarie all’Università Cattolica di Milano e in Scienze dell’Amministrazione all’Università degli Studi di Milano, completa la sua formazione accademica con Master di II livello in Management Pubblico presso il Politecnico di Milano. La formazione storico-artistica-letteraria unita agli studi giuridico-economici gli consentono di intraprendere una significativa carriera nella direzione dei musei diventando uno dei manager culturali e dei museologi più noti in Italia e con...

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