Il Sahara. Un immenso territorio desertico vasto quasi quanto gli Stati Uniti. Grandi ammassi di dune si alternano a piane rocciose, massicci di origine vulcanica di oltre 3.400 metri di altezza e altopiani di rocce sedimentarie erose dal vento. E su tutto regna il Grande Silenzio. Ma non è sempre stato così. La progressiva e lenta desertificazione del Sahara inizia con la fine dell’ultima era glaciale, circa settemila anni fa. Prima di allora e per quasi due milioni di anni, quando il continente europeo alternava periodi glaciali a fasi di miglioramento del clima, il Sahara ha avuto a sua volta lunghi periodi in cui era ricoperto di vegetazione e percorso da grandi fiumi che confluivano in enormi laghi. Nel lento processo che portò alla desertificazione del territorio, per molte migliaia di anni comunità di cacciatori-raccoglitori e di allevatori nomadi continuarono a vivere nell’ambiente che si stava vieppiù trasformando in una savana predesertica.

Questi luoghi hanno visto il cammino dei primi ominidi ascrivibili all’albo dei nostri antenati, probabilmente provenienti dalla Rift Valley a est, e da circa duecentomila anni il succedersi di forme sempre più evolute di Homo sapiens. Degli ominidi e dei sapiens vissuti nei tempi più remoti, conserviamo solamente strumenti in pietra (soprattutto sassi scheggiati, amigdale, primitive punte di freccia e aculei di selce). I nostri antenati più recenti vissuti durante il Mesolitico e il Neolitico (15.000 – 5.000 anni fa) hanno invece lasciato ampie tracce culturali del loro passaggio.

Quasi ovunque si trovano paleosuoli ricchi di cocci di vasellame e nuovamente di strumenti litici, ma più evoluti, quali bifacciali (utensili di pietra appuntiti) di raffinata fattura, coltellini, asce, freccette, punte di lance, pestelli e macine di varie dimensioni, per la frammentazione dei cereali selvatici che l’uomo preistorico iniziava a conoscere. Strumenti di vita quotidiana che ci raccontano di un popolamento diffuso in tutta l’area sahariana, soprattutto in prossimità di fonti d’acqua quali i fiumi che scorrevano abbondanti e i grandi laghi che coprivano vaste zone ove ora si trova il deserto.

Ma ciò che ci consente di raccordare fra loro questi frammenti di vita preistorica, e di unirli in un grande racconto corale, sono le testimonianze dell’arte rupestre sahariana, fra le più belle e impressionanti della preistoria, per la varietà, quantità e qualità delle opere. I siti principali si trovano in Algeria, Ciad, Egitto, Niger e Libia; una menzione speciale per la ricchezza e importanza dei reperti meritano sicuramente l’area del Tassili n’Ajjer nel sud-est dell’Algeria (che fa parte dei siti dell’Unesco World Heritage), l’adiacente Tadrart Acacus fra Libia ed Algeria e il Bourkou e l’Ennedi in Ciad (anch’esso sito Unesco). Qui si trova l’intera gamma dell’arte rupestre sahariana con i suoi capolavori.

Tradizionalmente, i graffiti e le pitture rupestri del Neolitico sahariano vengono raggruppati in grandi periodi, a seconda dei soggetti e dello stile che li caratterizzano, stante la difficoltà di procedere ad una loro precisa datazione coi metodi tradizionali (con la puntualizzazione che le opinioni dei vari studiosi sulla datazione e suddivisione dei periodi sono spesso divergenti e le date sono quindi indicative, anche per la sovrapposizione nel tempo di soggetti e stili).

Il primo periodo, detto “Del bufalo antico” (o anche “Dei cacciatori” o “Della grande fauna selvatica”), copre un arco di tempo che va all’incirca da tredicimila a ottomila anni fa. La prevalenza dei reperti è costituita da incisioni rupestri di grandi dimensioni (anche due o tre metri di altezza), che raffigurano con stile estremamente realistico la fauna selvaggia che popolava in quel momento l’area del Sahara: giraffe, bufali, elefanti, ecc. Era l’epoca dei cacciatori-raccoglitori, raggruppati in piccole comunità nomadi, che si rappresentano nelle numerose scene di caccia, rinvenibili sulle pareti delle cavità sopraelevate adibite a rifugio notturno.



A questo periodo fa seguito quello delle cosiddette “Teste rotonde” (tra novemila e settemila anni fa), in cui le incisioni vengono via via soppiantate da realistiche pitture che hanno l’uomo come principale soggetto, raffigurato appunto con grandi teste di forma circolare, spesso dedito a danze o riti sessuali. Si colloca in questo arco temporale uno dei capolavori assoluti, il Gran Dio di Sefar, una pittura rupestre di oltre due metri di altezza, nel Tassili n’Ajjer, di astrazione e imponenza impressionanti, con grandi falli che sbucano dalla testa e dalle braccia e una pioggia che gli scende dal ventre.
Il terzo periodo è quello “Bovidiano”, o “Pastorale” (da tremila a seimila anni fa). I cacciatori avevano appreso l’arte dell’addomesticamento animale e si stavano lentamente trasformando in allevatori e i dipinti e le incisioni rupestri raccontano questa nuova realtà. Grandi mandrie di bovini affiancano la fauna selvatica, le dimensioni delle opere si fa più contenuta, subentrano racconti di scene di vita quotidiana e scene di scontri armati affiancano quelle di caccia. Al periodo Pastorale appartengono due delle massime espressioni dell’arte rupestre sahariana: i buoi di Tegharghart, detti anche “la vache qui pleure”, per la lacrima che scende da uno dei volti e le “fanciulle” di Niola Doa, in Ciad. Il primo grande graffito si trova vicino a Djanet, in Algeria, e raffigura buoi dalle lunghe corna a lira dediti all’abbeverata, raggiungendo livelli di astrazione del segno tali da chiedersi se Picasso sia passato di qui, prima di realizzare “Guernica”.

Niola Doa (letteralmente: “il luogo delle fanciulle”), si trova nella zona nord-est dell’Ennedi, in Ciad. In una valle appartata vi sono diversi importanti pannelli di pietra con incise grandi figure, verosimilmente femminili, riccamente decorate e dagli imponenti posteriori. Nel pannello principale, detto “dei francesi”, le figure di quasi tre metri di altezza raggiungono un livello artistico magistrale.

Le due fasi successive, “del Cavallo” o “Equidiano” (quattromila anni fa) e “del Cammello”, o “Camelino” (duemila anni fa) segnano il progressivo declino dell’arte rupestre sahariana, con pitture sempre più piccole e forti stilizzazioni (spesso le figure umane sono rappresentate da due semplici triangoli uniti per la punta, a preconizzare i primi simbolismi che porteranno alla nascita della scrittura). La fase del cavallo è tuttavia degna di nota per la comparsa dei dipinti dei famosi e misteriosi carri da guerra dei Garamanti, una popolazione di origine berbera vissuta nel Sahara libico già tremila anni fa.

E infine, vanno ricordati i grandi monumenti funerari che si rinvengono quasi ovunque. Semplici e primitive tombe a tumulo, o grandi tombe solari, dalle forme più varie (a serratura, circolari, a mezzaluna), si offrono improvvisamente al viaggiatore sul lato di una collina, o sul fondo di una vallata. Sono strutture con dimensioni che possono raggiungere alcune decine di metri, che ci raccontano di società già evolute, capaci di ragionamenti astratti e con un elaborato culto dei defunti. Qui trovavano sepoltura i capi, o comunque gli esponenti più autorevoli della comunità. Alcune tombe sono state scavate e all’interno è stato rinvenuto il corpo in posizione fetale, con corredi di oggetti ornamentali e quotidiani. Ciò che incuriosisce, e ha portato taluni ad ipotizzare che si trattasse anche di luoghi di culto, è l’allineamento del corridoio di ingresso delle tombe solari al luogo in cui sorge il sole. Le sepolture più antiche daterebbero a quattromilacinquecento anni fa circa, quando ormai il processo di inaridimento era in fase avanzata, i luoghi ancora abitabili si riducevano e il Grande Silenzio si apprestava a regnare, di lì a poco, incontrastato, sulle grandi distese di sabbie e rocce.
testo e fotografie di Roberto Cattini
Per approfondire: Henri Lote, Alla scoperta del Tassili, Il Saggiatore, 1959; Fabrizio Mori, Tadrat Acacus. Arte rupestre e culture del Sahara preistorico, Einaud,i 1965; Emanuel Anati, Il museo immaginario della Preistoria. L’arte rupestre nel mondo, Jaca Book, 2002

