I mostri di cui abbondano i miti presenti nelle diverse culture dell’antichità sono rappresentazioni generate dalla mente dell’uomo come proiezione delle sue ansie e delle sue paure, esseri che possiedono caratteristiche fisiche e poteri fuori dall’ordine naturale delle cose. La parola latina monstrum in origine designava esseri sovrannaturali depositari di un avvertimento divino e di fronte al loro carattere meraviglioso l’uomo provava horror, ovvero il sacro brivido che provocava stupore, paura e repulsione, ma anche una forma di attrazione. Molti tra i mostri dell’antichità sono creature femminili, che attraversavano l’immaginario collettivo come identità “altra” rispetto al predominante elemento maschile, il cui ordine avevano la capacità di alterare mettendone in discussione la supremazia per mezzo dell’esercizio dei loro poteri sovrannaturali.

Tra esse spiccano per ambiguità e densità simbolica le sirene, creature liminali che si muovono tra umano e animale, terra e aria, mondo dei vivi e mondo dei morti – di cui trasportano l’anima nell’oltretomba –, canto e silenzio. Presenti già nelle civiltà mesopotamiche, in origine le sirene erano rappresentate come creature metà donna e metà uccello e solo nel Medioevo acquisirono la forma di ibrido donna-pesce. Sebbene la loro presenza sia attestata in forma estremamente mutevole in moltissime culture, in tutte si rileva la caratteristica comune che le vede come creature di confine e di mediazione, il cui ibridismo sollecita la prospettiva della fusione delle alterità nel tentativo di trovarne una sintesi.
Come racconta l’Odissea, le sirene hanno conoscenza assoluta di tutto ciò che è stato, è e sarà e non attaccano direttamente gli uomini, ma li attraggono con il canto, leggendo nelle pieghe più nascoste del loro animo e promettendo la conoscenza divina, che, in quanto tale, è loro preclusa. Sono, pertanto, le depositarie di ciò che i mortali non potranno mai avere e che perciò desiderano, avvertendo, di quella mancanza, il vuoto che bramano di riempire: ecco perché, quando odono il canto delle sirene, essi ne rimangono irrimediabilmente affascinati, sedotti dalla promessa del superamento del limite.

Le sirene incarnano, dunque, l’archetipo del desiderio, che è assenza, mancanza, attesa, tensione, aspirazione, brama; nel poema omerico, Ulisse viene a sapere dalla maga Circe che in una delle tappe del suo nostos le incontrerà, trovandosi a subire, anche in questa circostanza, il fascino di creature femminili “non convenzionali” che, sfruttando il suo ego e la sua sete di conoscenza e di piacere, lo espongono al rischio della rovina. A tale rischio, però, l’eroe riesce a sottrarsi accogliendo il suggerimento della maga, riuscendo, così, a mettere insieme la necessità di sopravvivere con il soddisfacimento del suo insopprimibile desiderio di conoscere: farà otturare le orecchie dei compagni con della cera affinché continuino a remare, mentre lui, legato all’albero maestro della nave con nodi strettissimi, ne ascolterà il canto melodioso. Così Circe anticipa a Ulisse l’incontro con quelle creature pericolose:
Tu arriverai, prima, dalle Sirene, che tutti gli uomini incantano, chi arriva da loro.
A colui che ignaro s’accosta e ascolta la voce delle Sirene, mai più la moglie e i figli bambini
gli sono vicini, felici che a casa è tornato, ma le Sirene lo incantano con limpido canto,
adagiate sul prato: intorno è un mucchio di ossa di uomini putridi, con la pelle che raggrinza.
(Odissea XII, 39-46. Traduzione di Giuseppe Aurelio Privitera, Milano, Mondadori, 2007, pag. 355)

La maga non fa alcun riferimento alle parole cantate dalle sirene. Quando Ulisse si avvicina alla loro isola, le uniche parole che sente pronunciare sono:
Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei,
e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.
Nessuno è mai passato di qui con la nera nave
senza ascoltare con la nostra bocca il suono di miele,
ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose.
(Odissea XII, 184-8. Traduzione di Giuseppe Aurelio Privitera, Milano, Mondadori, 2007, pag.363)

Tali parole esprimono un concetto preciso: esse sono altro dal canto e il canto è altro da esse, e proprio per questo motivo le sirene, non contente, adagiate su un prato, invitano l’eroe a fermare la nave, affinché il “suono di miele” che passa dalla loro voce possa appagarne non solo l’udito, ma anche il gusto. Inoltre, il desiderio di sapere, con un riferimento erotico all’ingannevole esperienza offerta, mette insieme conoscenza, amore e morte. C’è dell’altro: le sirene vengono percepite dall’eroe solo grazie all’udito e non anche alla vista. La loro mortifera capacità seduttiva è, perciò, affidata non a ciò che dicono né al loro aspetto, ma esclusivamente a una vana promessa affidata al suono della voce, che è solo significante senza significato, contenitore di uno spazio vuoto che tale è per necessità, essendo desiderio, ovvero assenza, riempita la quale il desiderio si dissolve. Ciò che le sirene promettono all’uomo è inesprimibile a parole perché impossibile a realizzarsi in quanto ai mortali non è dato accedere alla sapienza assoluta, pur illudendosi di potervi riuscire. Manca, nel loro canto, il processo di significazione che consente a chi ha voce di articolare parole, ed è proprio in questo spazio vuoto che le sirene definiscono la loro identità magmatica: sono suono senza parola, promessa irrealizzabile, distanza incolmabile tra soggetto e oggetto, puro desiderio, sempre identico a sé stesso, pur nella mutevolezza di ciò che è bramato. Non hanno una lingua, le sirene: in esse c’è solo phoné, suono, senza logos, cioè senza discorso; c’è fascinazione che porta chi le ascolta a una sorta di ipnosi, ma non c’è altro. Ciò le rende mera proiezione tridimensionale di qualcosa di inafferrabile, miraggio che promette all’uomo l’appagamento derivante dal superamento del limite che, quando ci si avvicina, rivela la sua natura fatta di aria.

Ulisse, a differenza dei marinai i cui resti imputridiscono sull’isola delle sirene, riesce a udirne il canto senza morire in quanto è uomo al contempo cupidus e providus, cioè desideroso di conoscere, ma anche cauto, “titolare” di una natura duplice che, se nell’Odissea lo salva, non riuscirà a farlo nella Commedia di Dante: egli, che “di molti uomini vide le città e conobbe la mente /e molti dolori (…) nel mare soffrì nel proprio animo”, sa cosa vuol dire cercare qualcosa che non troverà mai e viene messo dal Fato nelle condizioni, se non di guardare in faccia e di interloquire con quella parte di sé che lo spinge alla ricerca continua e continuamente inappagata, di cogliere l’essenza evanescente del suo errare. Tuttavia l’esperienza dell’eroe, che è uomo, si colloca in uno spazio di percezione che possiamo definire esclusivamente estetica, potendo egli accedere solo al “limpido canto” delle sirene, in quanto la verità sulla seduzione e sul desiderio che esse rappresentano quasi in forma di ologramma rimane segretamente custodita da Circe, che è dea. Ecco, allora, che le sirene, ovvero la promessa irraggiungibile di colmare lo spazio vuoto del desiderio, vinte dalla prudenza e dalla forza di volontà di Ulisse, non hanno più motivo di esistere e, perciò, si gettano in mare e muoiono: la loro essenza è stata svelata e il loro suicidio ricorda quello della Sfinge di Tebe, sconfitta dall’intelligenza di Edipo.
Ciò che, senza parole, le sirene sembrano dire è che l’uomo è per natura una creatura inesauribilmente desiderante, sempre bramosa di qualcosa che, una volta ottenuto, non riempie il vuoto che lo abita proprio in quanto uomo, anzi lo amplifica, spingendolo a compiere una smisurata successione di imprese di conquista che lo illudono sull’idea di felicità e che possono portarlo o a consumare la sua esistenza come vittima immolata sull’altare dell’inafferrabile o a decidere, in quanto creatura dotata di logos, ovvero di ragione e parola, di interrompere il viaggio alla ricerca di ciò che non troverà mai e di fare ritorno a casa.
Poiché il bello non è altro che l’inizio del terribile, che noi ancora sopportiamo, e tanto ammiriamo, perché disdegna, quieto, di distruggerci.
(Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi I, 1912)
di Raimonda Bruno
Immagine in copertina: Le sirene e Odisseo, vaso attico del V sec. a.C. a figure rosse rinvenuto a Vulci. British Museum. Fotografia: Jastrow, Wikimedia Commons
Ti ringraziamo per aver letto questo articolo. Se desideri restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
