Sapete, tutto nacque da Lucio Fontana.
E da Vasilij Kandinskij, Giuseppe Barilaro, Vincenzo Scolamiero, Corrado Levi, Elvio Marchionni.
Tutta questa gente qua in rapporto con Roberto Besana.
In rapporto, anche se non si conoscono.
Perché condividono sensibilità.
Screziatamente, epperò.
Ognuno sua tinta, ed insomma.
Fu allora che m’occupai di una singola fotografia di Roberto.
Caratterizzata da tridimensionale bidimensionalità, osservai in una recensione.

Ma ora, basta ossimori.
E basta singolarità.
Perché ora le fotografie sono sedici.
Quindi il lavoro è organico.
Sì, ma a me non importa nulla che sia organico.
E non m’interessa che sia un lavoro.
Men che meno che rechi sottesa una istanza sociologica.
Perché io sono un parnassiano.
Ars gratia artis, quelle robe lì.
O l’art pour l’art, per come l’istanza è stata ripresa da un manipolo di francesi nell’Ottocento.
Eccioè, via il fine.
Via il fine, ma anche i mezzi.
E cosa rimane, allora?
Tutto, paradossalmente.
Perché spogliare l’intento fa emergere l’essenza.
Divengono sedici isole, ed allora, qui.
Con acqua intorno a separarle, non m’importa nemmeno di una ravvisabile interdipendenza, qui.
Mi verrebbe da definire l’insieme un polittico, ma me ne astengo perché smentirei subito la faccenda dell’azione separatoria del liquido elemento.

Cheppoi qui l’acqua c’è anche in senso non figurato.
Avviene in “il raddoppio dell’iceberg”, così l’ho appellato.
Sì, quella fotografia lì in cui una lastra in medio campo ed in medio fotogramma è riflessa in basso, mentre in alto c’è una cosa manichea quanto a tono.

Altri quindici miei titoli, a seguire.
“Il chiazzato tappeto”, con dell’acqua anche lì a specchiare piani.
“La contrastante sofficità”, ove batuffoli contrappuntano scabrità.
“L’ostinato cuneo”, lo vedete lì al centro, Davide che stuzzica Golia.
“Non senza morbillo”, dove non puntillistici puntini punteggiano una adagiata Isola d’Elba.
“Escheriani cubi ed imperiali sculture”, il riferimento è a praeclaro sito archeologico cinese.
“Sentore d’effimero”, con quel cassone lì che fugge.
“La diagonale progressione”, individuerete la relativa geometria.
“La profana iscrizione”, quei numeri sul masso darebbero la stura ad infinite disquisizioni.


“Mario Sironi”, laddove quei blocchi echeggiano più d’una casa del maestro sassarese.
“Marte tradita”, per quel mezzo che fa capolino.
“Marte” tout court, perché lì la planetaria similitudine non è disturbata dalla meccanica inserzione.
“La scala di grigi”, il motivo è tonalmente ovvio.
“Il quadro appeso”: sì, potrebbe.
“La notte del rosso”: sì, per quel cielo lì che evoca notturnità.
Infine, “Come fosse montagna”, quella che pregressamente – nel summentovato articolo – avevo battezzato “tridimensionale bidimensionalità”.



Ecco, sta tutto nel “come fosse”.
Eqqui si ritorna al parnassianesimo.
All’ars gratia artis; all’art pour l’art.
A quel che diviene, soggettivamente.
Scevro da esternalità come da moti endogeni, se vogliamo esagerare con le negazioni, verso un apparente annichilimento.
Che è invece vivificante dilatazione.
Perché così le cose volano, scatenate da letteralità.
Volano più che ad un dantesco empireo, verso un platoniano iperuranio.
Con Nietzsche ad asseverare la trasfigurante forza affermativa.
E Schopenhauer a sancire un aristocratico rigetto – un poco parnassiano lo era anche lui – della fenomenologica immediata utilità.

di Claudio Trezzani – fotografie di Roberto Besana
Immgine in copertina: La scala di grigi
