Una grande mostra attualmente in corso nei Musei Capitolini di Roma, dal titolo “Antiche civiltà del Turkmenistan”, visitabile fino al 12 aprile 2026, porta per la prima volta in Italia reperti di eccezionale valore, molti dei quali scavati da archeologi italiani nel corso di oltre trentacinque anni di ricerche, che continuano ancora oggi.

Cominciamo quindi un viaggio indietro nel tempo, fino al IV-III millennio a.C. e andiamo nell’Asia Centrale, là dove oggi c’è il deserto del Karakorum. Qui, nell’area del conoide alluvionale del fiume Murghab, fra III e II millennio a.C. si sviluppò quello che viene definito “Complesso archeologico Battriana-Margiana”, BMAC o, ancora, civiltà dell’Oxus. Siamo nel cuore dell’odierno Turkmenistan, una regione che molto più tardi sarà parte della Via della Seta ma che già allora presentava numerosi contatti con paesi lontani, per esempio con l’area di Kerman e di Susa, oggi in Iran, e persino con la lontana valle dell’Indo, come testimoniano manufatti in avorio e sigilli provenienti dal sito di Gonur. Ma oggetti BMAC sono stati ritrovati anche nell’area del Golfo, nel Bahrein e negli Emirati.

Nella seconda metà del III millennio a.C. riscontriamo nel Murghabl l’emergere di diversi centri urbani, con sistemi sempre più gerarchici. La notevole produzione artigianale, basata sulla trasformazione di metalli come oro, argento, avorio e pietre semipreziose, indica una volta di più un commercio locale e a lunga distanza tra questi centri urbani e le regioni limitrofe. Gli studi più recenti mostrano che l’area del bacino fluviale del fiume Murghab ha cominciato ad inaridirsi tra la fine del III millennio e l’inizio del II, per somigliare sempre più alla situazione attuale, caratterizzata da corsi d’acqua di natura prettamente effimera. I takyr, sorta di bacini di drenaggio dove l’acqua si accumula, soprattutto a seguito delle alluvioni primaverili e autunnali, hanno svolto un ruolo cruciale per le coltivazioni e per l’allevamento del bestiame. Essi possono avere una origine naturale, ma in molti casi derivano da attività antropica ed in particolare da pratiche agricole e inondazioni intenzionali ripetute. Per questa ragione, alcuni di essi sono un buon indicatore di antiche attività di coltivazione. Il khak, in particolare, è un metodo di immagazzinamento dell’acqua, per un periodo compreso fra due e quattro mesi, che prevede lo scavo sulla superficie del takyr. In passato, l’acqua dei takyr era fondamentale anche per le rotte carovaniere e i khak determinavano i percorsi stagionali dei pastori.

Nell’ambiente steppico-desertico del Murghab, i takyr pianeggianti e privi di vegetazione erano i luoghi preferiti per le coltivazioni, grazie al terreno argilloso e alla capacità di ritenzione idrica, mentre le creste sabbiose offrivano una vegetazione sufficiente al pascolo di piccoli animali. Oggi, con la presenza dei moderni canali di irrigazione, molti takyr sono scomparsi, completamente convertiti in aree agricole.
Il conoide del Murghab costituisce un ecosistema di grande biodiversità. Tra gli arbusti e i piccoli alberi che troviamo, il più importante è il saxaul (Haloxylon), nelle sue varietà bianco e nero. Quest’ultimo, che si trova tipicamente in associazione con acque superficiali o sotterranee, veniva tradizionalmente utilizzato come combustibile, insieme ad arbusti di cardo selvatico, salice e tamerice. Per quanto riguarda la fauna, troviamo invece volpi, ricci, lepri, ma anche pecore selvatiche e, ormai oggi quasi scomparsi, gazzelle e cinghiali mentre, in aree poco disturbate dall’uomo, abbiamo anche la tartaruga delle steppe (Testudo horsfieldi).

Dal punto di vista dell’indagine archeo-botanica riconducibile all’alimentazione delle popolazioni dell’età del Bronzo, abbiamo una prevalenza di cereali, come è tipico delle culture di panificazione preistorica e storica dell’Asia occidentale. In particolare, la predominanza del grano esaploide (Triticum aestivum) a trebbiatura libera, suggerisce che la macinazione e la cottura del grano per ottenere il pane costituissero una parte importante dell’economia alimentare quotidiana. Sia l’orzo nudo che quello decorticato sono anch’essi ampiamente presenti nel materiale di scavo e potrebbero essere stati macinati in farina o consumati fermentati o come porridge. L’orzo inoltre, storicamente, è stato usato come foraggio per gli animali. Nella dieta di allora troviamo anche legumi, soprattutto piselli, lenticchie e cicerchie, in misura minore ceci e fave. I legumi, in generale, richiedono, per la coltivazione, una quantità maggiore di acqua rispetto ai cereali. Nell’Asia sud-occidentale, potevano essere seminati in estate nell’ambito di un sistema di coltivazione intensamente irrigato, o piantati assieme al grano seminato in inverno. Da ultimo, la vite era coltivata attorno ai centri urbani come giardino o su tralicci, e dovevano essere parte di questi orti anche meli, probabilmente prugni e certamente bulbi di aglio. Animali di allevamento, come pecore e capre, integravano l’alimentazione a base di grano e legumi con carne e latticini, mentre lo sterco rappresentava una risorsa combustibile, in un ambiente povero di legname, ed un valido fertilizzante. Probabilmente anche il pesce faceva parte, in misura ridotta, della dieta dell’età del Bronzo, come testimoniano rinvenimenti di lische di sardine. Pecore e capre venivano allevate anche per la lana e per il latte, mentre la presenza del maiale, animale esclusivamente sedentario, e dei bovini, tende a rimanere confinata in aree con disponibilità idrica, così come l’equide, che potrebbe essere stato impiegato come animale da lavoro.

Nel Bronzo Medio-Tardo, Togolok era una fiorente città con il tipico impianto urbano fortificato del BMAC, probabilmente parte di un sistema complesso costituito da quartieri amministrativi, residenziali, culturali, artigianali e rurali.
L’insediamento doveva controllare un vasto territorio strettamente connesso che, successivamente, andò trasformandosi in un sistema omogeneo di centri urbani simili per dimensioni e rilevanza. La presenza di sigilli nell’area di Togolok, nonostante il numero limitato, rappresenta una possibile prova di un sistema di gerarchia e controllo emergente nella regione del Murghab tra il Bronzo medio e quello tardo, ma il fatto che questi sigilli abbiano una impugnatura perforata, o un foro praticato lungo l´asse longitudinale, suggerisce che potesse essere fatto passare un filo, consentendo la sospensione dell´oggetto e quindi supportando l´ipotesi di un significato apotropaico, in particolare nel caso di sigilli raffiguranti iconografie complesse, come figure ibride uomo-animale.

Il materiale ceramico rinvenuto nel sito stanziale di Togolok 1, negli accampamenti steppici come Ojakly e nei siti della prima età del ferro, mostra analogie tra la ceramica grossolana incisa (o ceramica della steppa, o ceramica di Andronovo) prodotta dai cosiddetti “pastori itineranti”, ad evidenziare l’esistenza di una sovrapposizione di tradizioni materiali relative a diversi gruppi culturali, stanziali e nomadi.
Tipica della regione del Murghab, nella seconda metà del Bronzo medio, è la presenza di statuette antropomorfe in terracotta. Esse presentano spesso due fori attraverso i quali potrebbe passare una corda o un anello, consentendone la sospensione. In particolare, figurine femminili piatte a forma di violino sono documentate in tutta l’area e la loro funzione si apre a diverse interpretazioni. Il naso a becco e le braccia aperte suggeriscono, ad esempio, un parallelo con la glittica coeva, che richiamo l’aspetto ornitomorfo dei sigilli metallici compartimentali iranici e battriani databili tra la fine del III e l’inizio del II millennio a.C., spesso interpretato come un rapace celeste o una dea iranica. Questa iconografia è una volta di più correlata alla koiné culturale e religiosa che si estendeva dall’altopiano iraniano al Belucistan, attraverso Turkmenistan meridionale, Uzbekistan meridionale e Afghanistan. Allo stato attuale, statuette antropomorfe sono state identificate in aree residenziali e artigianali, in depositi di rifiuti e in contesti rituali e funerari, suggerendo una funzione apotropaica.

Le caratteristiche fisiche e climatiche dell’area del Murghab hanno sempre richiesto un’economia integrata basata su una attenta gestione delle risorse idriche, su molteplici pratiche di sussistenza, livelli variabili di intensità produttiva e mobilità residenziale, ed un mosaico di zone di sfruttamento delle risorse. In particolare, gli scambi culturali tra le comunità del BMAC e i gruppi pastorali itineranti durante la metà del II millennio a.C. potrebbero aver costituito una componente strategica di questa economia integrata. In questo periodo storico assistiamo infatti alla nascita, assieme ai grandi centri urbani, di insediamenti di piccole e piccolissime dimensioni, interpretati dagli studiosi sia come una risposta socioeconomica ad un sistema politico trasformato che come un diverso tipo di sfruttamento del territorio, su base stagionale. Anche se non abbiamo ancora una chiara comprensione dei contatti e dell’integrazione delle popolazioni steppiche all’interno o ai margini della civiltà stanziale dell’Oxus, risulta tuttavia evidente la flessibilità dei confini materiali e culturali tra le varie comunità alla fine dell’età del Bronzo.

L’uomo si è sempre impegnato per sfruttare le risorse dell’ambiente che lo ospitava e per modellare il territorio circostante secondo le proprie esigenze. In particolare, le peculiarità dei delta endoreici in ambienti aridi e semiaridi hanno costretto gli esseri umani a compiere enormi sforzi per sfruttare l’acqua, soprattutto prima che le opere idrauliche ne facilitassero il controllo. Fin dall’età del Bronzo medio, il modello insediativo della regione del Murghab è dipeso quindi fortemente dall’adattamento umano al corso naturale del fiume. Come è noto, le relazioni e le strutture sociali possono svolgere un ruolo cruciale nel determinare gli effetti dei cambiamenti ambientali sulla società e comunità, o addirittura famiglie e singoli individui, sottoposti a stress climatico e di risorse in misura simile, spesso mostrano risposte diverse e differenti livelli di resilienza. Questo è vero soprattutto quando i cambiamenti climatici avvengono molto velocemente, come per esempio accade oggi. Una ricerca condotta nel 2006 in undici paesi africani ha per esempio evidenziato come piccole aziende agricole impegnate anche nell’allevamento di animali avessero una resilienza molto maggiore rispetto ai grandi agricoltori. Nello specifico, all’interno della stessa area geografica, le piccole aziende sono state in grado di adattarsi, passando all’allevamento di razze animali più tolleranti al calore, trasformazione che spesso le grandi aziende non hanno avuto la flessibilità di compiere.

Un buon esempio di come gli insediamenti rurali possano essere centrali per l’economia dei siti maggiori dell’Asia occidentale si può trovare a Tell Beydar, nella Siria settentrionale, risalente alla metà del III millennio a.C. Simulazioni effettuate una quindicina di anni fa hanno stimato che Beydar avrebbe avuto bisogno di 214 ettari per alimentare la propria popolazione, ma l’entroterra del sito non includeva un’area agricola così estesa. Solo assieme a sette insediamenti sussidiari, situati nelle vicinanze del sito principale, Beydar avrebbe potuto raggiungere questo obiettivo. La simulazione ha considerato un arco temporale di cento anni, incorporando fattori naturali come le condizioni climatiche, l’idrologia, la crescita delle colture e l’evoluzione del suolo e processi sociali come agricoltura, allevamento, commercio e interazioni tra famiglie. Nel modello sono stati testati diversi scenari di stress ambientale, come siccità prolungate e malattie delle colture, dimostrando che la resilienza può essere ottenuta solo attraverso la cooperazione e alle capacità dei piccoli insediamenti di fare rete attorno al sito principale.

Verso la fine del III e l’inizio del II millennio a.C., il conoide del Murghab ha iniziato ad inaridirsi ed è probabile che l’approvvigionamento idrico irregolare abbia contribuito ad una maggiore mobilità nella regione. Sono stati infatti censiti più di mille piccoli siti con insediamenti risalenti a quel periodo, segno di un nuovo tipo di gestione agricola e territoriale. I dati provenienti da questi siti rurali suggeriscono l’uso di metodi agropastorali misti. In particolare, le evidenze suggeriscono che i siti rurali distanti dai canali d’acqua erano impegnati nella pastorizia, mentre quelli vicini ai canali naturali praticavano agricoltura su piccola scala, mitigando in tal modo il rischio di scarsità di acqua associato ad estesi campi agricoli. Rispetto agli insediamenti densi, come Togolok, le colture provenienti dai siti rurali dovevano essere meno varie, con predominanza del miglio, che richiede meno acqua, meno tempo e meno lavoro rispetto ad altri cereali.

Al contrario, a Togolok, grandi takyr ed una vasta gamma di colture suggeriscono un sistema agricolo variegato, in grado di sostenere un gran numero di abitanti. In anni passati si è considerato predominante un modello di risposta al cambiamento climatico del medio e tardo Bronzo basato sulla creazione di oasi, oggi invece, proprio alla luce delle evidenze di questi piccoli siti rurali, la ricerca suggerisce che nel Murghab, campi coltivati su piccola scala, mobilità e agricoltura opportunistica probabilmente si sono rivelate più efficaci della costruzione di canali estesi che attingono acqua da fonti distanti, come nel caso della Mesopotamia. Moderni studi etnografici suggeriscono inoltre che i ruoli di pastore e agricoltore spesso si sovrappongono, con la stessa persona che, nel corso dell’anno, in tempi diversi, può dedicarsi sia alla coltivazione che all’allevamento, con l’obiettivo di ottenere le risorse offerte dall’ambiente attraverso qualsiasi mezzo a disposizione.

Nonostante gli sforzi, nel tempo il sistema idrico sfruttato durante l’età del Bronzo e del Ferro venne progressivamente abbandonato, a favore di quello più meridionale, che serviva la cosiddetta “oasi di Merv”, e centri urbani come Togolok 1 subirono un progressivo ed inesorabile abbandono, mentre la popolazione migrava verso sud. Restano tuttavia numerosi problemi aperti che l’archeologia continua ad indagare, in termini di cronologia, di evidenze ceramiche, di spiegazione della complessità delle relazioni fra nomadi e sedentari. Rimane anche, a mio parere, una sorta di monito anche per il nostro tempo, grandemente coinvolto nell’odierno cambiamento climatico. La risposta migliore a situazioni analoghe in passato è stata dettata principalmente dalla diversificazione delle risorse, dalla collaborazione fra gruppi umani e da strategie basate su una profonda conoscenza ed integrazione con l’ambiente naturale.
Tutto questo, che ha funzionato per millenni, probabilmente costituisce una lezione preziosa anche per il futuro dell’umanità.
di Silvia Marigonda
Per approfondire, si rimanda al sito ufficiale della missione italo-turkmena TAP-Togolok Archaeological Project, che contiene un’ampia descrizione del sito di Togolok, i risultati piùrecenti delle indagini archeologiche e una completa bibliografia scientifica. I responsabili della missione hanno direttamente partecipato all’allestimento scientifico della parte di mostra capitolina dedicata all’Età del Bronzo, e curato il catalogo.
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