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Everest e K2, i trekking più iconici al mondo

Ci sono montagne che non hanno bisogno di presentazioni. L’Everest: la più alta. Il K2: la più temuta, la più difficile. Due colossi divisi da confini, religioni e culture, ma uniti da un destino comune: esercitare un’attrazione irresistibile sull’essere umano.

Ogni anno, centinaia di alpinisti affrontano l’immane sfida di conquistarne le cime, spingendosi oltre i limiti fisici e mentali, sostenendo costi elevatissimi e mettendo spesso a rischio la propria vita. L’alpinismo è, senza dubbio, la forma più estrema, dura e pericolosa del vivere la montagna  soprattutto oltre la soglia degli ottomila metri. Eppure, non sono solo gli alpinisti esperti a essere affascinati da queste vette leggendarie. In numero ancora maggiore, migliaia di escursionisti e trekker – nel senso più ampio del termine – accorrono da ogni parte del mondo per avvicinarsi a quei giganti, con l’obiettivo non di scalarli, ma di raggiungerne i campi base, godere dei paesaggi maestosi e respirare l’atmosfera unica che circonda le più alte montagne della Terra.

Arrivare ai loro piedi non è solo un’impresa escursionistica: è un vero e proprio pellegrinaggio, un viaggio carico di significati personali. Al di là degli aspetti fisici e logistici, questi trekking possono diventare esperienze simboliche: per alcuni sono percorsi di ricerca interiore e conoscenza del sé, per altri sono tappe di un cammino motivazionale, una sfida personale che lascia il segno. Due trekking d’alta quota, due esperienze apparentemente simili ma con significative differenze. Il cuore pulsante dell’Himalaya da una parte, la solitudine maestosa del Karakorum dall’altra.

Everest Base Camp: la via del mito. I nepalesi la chiamano Sagaramāthā, “dio del cielo”; dal versante tibetano è conosciuta come Chomolungma, “madre dell’universo”. Ma per tutti è l’Everest, la montagna più alta del mondo (8849 metri), così chiamata dal nome di un topografo inglese. Camminare nella Khumbu Valley verso il campo base dell’Everest è come attraversare una pagina della storia dell’alpinismo. Ogni villaggio, ogni ponte sospeso, ogni cima all’orizzonte racconta un’impresa, un sogno, una tragedia. Muovere i primi passi verso le pendici dell’Everest è un’emozione unica, che difficilmente si riesce a replicare altrove. Qui si percepisce la leggenda, il mito che ha reso questa montagna così famosa e irresistibile. Ogni anno sono migliaia le donne e gli uomini che intraprendono questo trekking, e in ognuno di loro si legge la stessa emozione: un misto di gioia, smarrimento e incredulità. Ci si ripete come un mantra: “Sono in Himalaya e sto camminando verso l’Everest”, quasi a voler dare un pizzicotto alla realtà.

Per gli alpinisti, l’arrivo al campo base è solo il primo passo di un percorso molto più lungo e pericoloso. Ma anche per chi è “solo” un trekker, quel traguardo è carico di significato. In realtà, qui più che altrove, è il cammino la vera meta. Alcune delle montagne più alte e spettacolari del pianeta si affacciano su questa valle, rendendo ogni scorcio indimenticabile. Lungo il sentiero, la sagoma elegante dell’Ama Dablam accompagna le giornate. Poi, uno dopo l’altro, compaiono il Cholatse, il Taboche, il Nuptse, il Pumori… e infine lei, l’Everest. O meglio: la sua cima, che si lascia intravedere solo da lontano. Per ammirarla davvero bisogna salire al Kala Pattar, a 5.545 metri. Da lì si apre uno dei panorami più celebri del pianeta: Everest, Lhotse, Makalu, e tutto il bianco infinito che li avvolge. Il sentiero non presenta grandi difficoltà tecniche, ma l’altitudine si fa sentire. Respirare è fatica, dormire è sfida, ogni passo diventa un esercizio di volontà. Ma la bellezza dei luoghi, la spiritualità dei villaggi Sherpa e il continuo senso di meraviglia rendono questo trekking accessibile a chiunque abbia tempo, rispetto, pazienza e naturalmente una buona condizione fisica.

K2 Base Camp: la via del silenzio. Se il trekking all’Everest è il viaggio della moltitudine, quello verso il K2 è il regno del silenzio. Nessun lodge, nessun monastero, nessuna folla. Solo valli glaciali, cieli infiniti, tende, rocce e ghiaccio. Il Karakorum non concede nulla. Chi parte per il campo base del K2 deve essere pronto all’isolamento e alla fatica. Quest’area montuosa è tra le più spettacolari al mondo, sia per la concentrazione di alte montagne che per l’estensione dei ghiacciai. Il Baltoro, con i suoi sessantatré chilometri, è una delle lingue glaciali più lunghe al mondo al di fuori delle zone polari.

Questa immensa valle glaciale, su cui si snoda gran parte del trekking verso i colossi del Karakorum, conduce fino al vasto circo di Concordia, da cui si ammira in tutta la sua magnificenza la piramide del K2: uno dei luoghi più grandiosi e suggestivi della Terra. Camminare qui è come entrare in un dipinto ottocentesco: cime altissime incombono tutt’intorno, il paesaggio sublime non concede distrazioni. Il mondo minerale avvolge e pretende attenzione.

Se il trekking all’Everest rappresenta il passaggio iconico per ogni amante della montagna, quello al K2 è lo status più elevato. La quota massima nei due itinerari è simile, così come il tempo necessario per completarli, ma la difficoltà logistica e la durezza del terreno rendono il trekking al K2 ben più impegnativo. Ogni anno lo percorrono solo un migliaio di persone, contro i circa trentamila dell’Everest. Nessun villaggio, nessun rifugio, solo qualche muretto di pietre per piantare la tenda nei luoghi più ventosi. Si cammina spesso su morene instabili e tratti ghiacciati. È un’esperienza totale, in un territorio remoto e selvaggio.

A Concordia, il “Trono degli Dei”, si è circondati dalle vette più alte del Karakorum, con il K2 (8611 metri) che domina la scena come un colosso di roccia e ghiaccio. Da lì si raggiunge il campo base del Broad Peak, poi ancora sul ghiacciaio, nudo, privo di detriti, fino ai piedi della “regina”. La soddisfazione è immensa, come il senso di gratitudine per aver potuto vedere un luogo così magico. Viene la pelle d’oca solo al pensiero degli alpinisti abbarbicati lassù, e cresce un profondo rispetto per chi osa tanto.

Due montagne, due cammini, due modi di toccare il cielo. L’Everest e il K2 non sono solo geografia estrema: sono sogni verticali, silenzi che parlano, viaggi che restano dentro per sempre.

Ho percorso questi luoghi in occasione di due anniversari speciali: l’Everest nel 2023, a settant’anni dalla prima salita; il K2 nel 2024, nel settantesimo anniversario della conquista italiana. Sono partito da solo dall’Italia, anche se all’Everest ho dovuto affiancare una guida (da quell’anno obbligatoria), e sul K2 mi sono unito a una spedizione internazionale per affrontare meglio la complessa logistica. Ma il cammino e soprattutto le notti in tenda le ho volute vivere in solitudine, per lasciare che ogni emozione trovasse spazio, che ogni pensiero si sedimentasse lentamente. A volte condividere è meraviglioso; ma ci sono viaggi che, se vissuti da soli, diventano più profondi, più autentici. E restano dentro, per sempre.

testo e fotografie di Massimo Cappuccio

Autore

  • Massimo Cappuccio è fotografo e autore, laureato in Scienze Naturali e guida naturalistica. Da sempre legato alla natura e alle attività outdoor, ha fatto dell’esplorazione il filo conduttore della sua vita, viaggiando in oltre 80 paesi tra montagne, deserti e terre di confine. La sua passione per la fotografia nasce come esigenza di documentare le sue avventure in giro per il mondo, spedizioni alpinistiche, raid in bicicletta e trekking d’alta quota, ma col tempo si trasforma in uno strumento p...

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