All’interno del progetto di Mussolini “di fare gli italiani”, di modellare cioè l’identità di un popolo, dove italiano e fascista sottendevano un unico significato, l’architettura assunse il ruolo di supremo strumento di potere, prodigioso nel restituire il fine mirato di un assoluto consenso popolare. Tale ruolo fu per Forlì determinante: la sua invidiata “posizione speciale”, riferita insieme a Predappio al mito delle origini dell’uomo della provvidenza, venne conclamata per la prima volta sul Corriere Padano nel 1932. Forlì vi era descritta come un vero e proprio “alveare di costruttori”, dove la città antica veniva sopraffatta da un consistente numero di nuovi edifici che cancellavano antichi tessuti edilizi, sommariamente ritenuti fatiscenti e per i quali non restava che la totale demolizione. Già nel 1928 la monumentale monografia Opere fasciste documentava il riassetto avvenuto in soli cinque anni dell’intero territorio provinciale forlivese, che oltre a Rimini e Cesena, comprendeva dal 1923 anche il Distretto di Rocca San Casciano, sottratto alla provincia di Firenze.

Lo sviluppo di Forlì al di fuori del suo antico limite murario, commutato nel tracciato dei viali di circonvallazione nel 1905, richiese la stesura di un piano regolatore redatto nel 1927 dall’ingegnere Luigi Donzelli e adottato nel 1929, per il solo centro antico, sotto il governo del primo podestà, il conte Ercole Gaddi Pepoli, “romagnolo di buona razza”. La città antica, ormai definita “centro storico” per distinguerla dalla città periferica, non veniva percepita nella sua effettiva totalità di stratificazione storica di elementi unici e irripetibili, ma ritenuta una selezione di edifici con un particolare valore storico artistico, riferito alla città tardo quattrocentesca di Melozzo. L’applicazione delle teorie urbanistiche di Gustavo Giovannoni, come il “diradamento” e l’ancor più drastico “sventramento”, si concretizzò attraverso eccessive demolizioni, soprattutto nella centrale piazza Saffi, che vide sparire importanti palazzi in favore del palazzo delle Poste e degli Uffici Statali, e il settecentesco palazzo dei Vallombosani per fare posto al mai realizzato Albergo Impero, progetto dell’architetto milanese Giovanni Muzio. I successivi piani regolatori non ebbero approvazione dagli organi governativi preposti, nonostante la competente supervisione dello stesso Giovannoni. Forlì crebbe attraverso progressivi piani particolareggiati derivati dal piano del 1927, che proponeva a sua volta, al di fuori della città antica, un nuovo centro impostato sull’asse del viale che portava alla stazione ferroviaria (oggi Viale della Libertà), concepito come il nuovo cardo che incrociava l’antico decumano nella croce di via costituita dalla gigantesca colonna votiva del monumento ai Caduti (1925-1932).


Nel settembre del 1936, con l’inaugurazione dell’aeroporto, definito da alcuni giornali stranieri tra i più moderni d’Europa, si determinò in città il cambio di ruolo della prevista Accademia Femminile di Ginnastica in Collegio Aeronautico. Il nuovo Foro, pur interrotto nel suo piano costruttivo generale dall’evolversi delle vicende belliche, si preannunciava come un futuro museo a cielo aperto, testimonianza straordinaria dell’evoluzione dell’architettura forlivese nel ventennio fascista: dall’impronta “decò” del Fabbricato Viaggiatori della nuova stazione ferroviaria (1924-25) e delle case INCIS (1930), all’eclettismo della scuola elementare Rosa Maltoni (1930-32), al novecentismo delle palazzine gemelle Bazzani (1936-37), al razionalismo mediterraneo dell’Opera Nazionale Balilla – GIL (1933-35) e del Collegio Aeronautico (1934-41), fino all’ultima retorica espressione architettonica del fascismo, sublimata dalla monumentalità dell’Istituto Tecnico Industriale (1937-41).



Cesare Bazzani e Cesare Valle sono stati i due architetti che con le loro opere hanno maggiormente contribuito a caratterizzare la nuova immagine urbana di Forlì nel Novecento. Un’immagine prorompente che si sostituiva a quella plurisecolare forma urbana che si era consolidata all’interno del recinto della quattrocentesca cinta muraria. L’espansione al di fuori di quell’antico limite proponeva un’edificazione impostata su nuove tipologie abitative. Il modello della città giardino non solo invadeva le aree immediatamente al di fuori della città storica, ma anche quelle interne, spesso ortive, che separavano l’antico tessuto cittadino dal fatiscente limite delle mura urbane. Le nuove architetture erano affidate ad un esiguo drappello di tecnici locali che aveva il suo più accreditato rappresentante in Leonida Emilio Rosetti, di formazione accademica tardo ottocentesca, capace di un colto sincretismo eclettico, stupefacente e rassicurante e gradito a quella borghesia cittadina refrattaria a qualsiasi innovazione progressista.

La “posizione speciale” di Forlì attirò, attraverso trame politiche e clientelari, collaudati professionisti esterni che portarono la città nell’ambito di quel processo creativo e linguistico che caratterizzò l’architettura italiana tra le due guerre. Fu l’autorevolezza politica e massonica di Costanzo Ciano a fare di Cesare Bazzani, affacciatosi nel 1925 a Forlì per il concorso dedicato al monumento ai Caduti della Grande Guerra, l’indiscusso protagonista delle più importanti trasformazioni urbane che hanno reso Forlì una delle sue tante “Bazzanopoli”, dove vi si alternano brani di accademismo, di novecentismo e mal riusciti tentativi di avvicinamento al linguaggio razionalista, e dove emerge la volontà dell’architetto di trovare nei modi e negli stili del passato un linguaggio adeguato ai tempi moderni.

L’arrivo di Cesare Valle a Forlì fu invece veicolato dall’Opera Nazionale Balilla e in prima persona da Renato Ricci, propugnatore per le sue “Case” di un’architettura caratterizzata da una effettiva modernità linguistica e distributiva, priva di ripensamenti eclettici. Valle nelle sue opere forlivesi (ONB, Collegio Aeronautico e Sanatorio a Vecchiazzano) ha portato in città quella modernità “altra”, caratterizzata dal suo accostarsi al moderno senza eccessi e senza ostentati radicalismi, nell’ottica di testare il contemporaneo attraverso la memoria della tradizione.


a cura di Roberto Besana
testo di Ulisse Tramonti (presidente del Comitato Scientifico ATRIUM*) – fotografie di Luca Massari
Immagine in copertina: Piazzale della Vittoria con Monumento ai caduti e Collegio Aeronautico
*ATRIUM – Architecture of Totalitarian Regimes of the XXth Century in Europe’s Urban Memory è l’itinerario turistico culturale del Consiglio d’Europa dedicato al patrimonio architettonico e urbanistico dei regimi dittatoriali europei del XX secolo. Questi regimi ebbero un impatto rilevante sui panorami urbani: fondarono e ricostruirono città, spesso in base ad innovativi e avanzati progetti architettonici e urbanistici, realizzarono edifici per finalità quotidiane, per la propaganda e per il consenso. Tutte le città coinvolte in ATRIUM (24, distribuite in 9 Paesi europei) conservano edifici pubblici, case, interi quartieri risalenti ai rispettivi regimi dittatoriali. Mentre oggi l’Europa democratica rigetta ogni forma di revisionismo storico dei regimi totalitari, le architetture che produssero restano nelle città come un patrimonio che ATRIUM consente di esplorare tenendo insieme aspetti culturali, sociologici, e storici, contribuendo a potenziare il sentimento democratico e l’identità europea.
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