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Giovanni Gasparro, “ultimo dei caravaggeschi”

Descrivere i quadri di Giovanni Gasparro non è semplice. È come rivisitare, in una sola tela, la produzione artistica dei più grandi maestri dell’arte figurativa, soprattutto quelli del Cinquecento e del Seicento, rielaborata con la sensibilità introspettiva e scenografica del Novecento, senza tradire la grande eredità dell’iconografia cattolica post-tridentina. Ma, soprattutto, ammirare un’opera di Gasparro è immergersi in un mondo in cui la pittura, espressa a livelli altissimi, è solo uno strumento – per quanto nobile e qualificato – per un viaggio nell’anima dei personaggi e, in fondo, in quella di ciascuno di noi.

Giovanni Gasparro, Corredenzione, olio su tela 80 x 100 cm, 2015. Bari, Collezione privata. Image copyright © Archivio dell’Arte / Luciano Pedicini

L’attenzione di chi osserva i personaggi è immediatamente calamitata dalle forme e dai colori della tela; allo stesso tempo, mente e cuore sono provocati da una bellezza che ferisce, anzi grida l’inesprimibile. La peculiarità della figurazione, densa e materica, dell’autore è quella di un contesto teatrale, finanche cinematografico, che rappresenta personaggi, oggetti e situazioni scolpiti in un frammento collocato fuori dal tempo: istante ed eterno sono fusi nell’arte. Il dipinto trascende le circostanze contingenti, acquisendo una dimensione spirituale e drammatica, che parla all’uomo contemporaneo di ideali e valori, alti e perenni.

Vittorio Sgarbi ammira il San Giuseppe di Gasparro nella Basilica di san Giuseppe, L’Aquila – Fotografia: Gianni De Rosa, CC BY-SA 3.0 Wikimedia Commons

Vittorio Sgarbi, uno dei suoi numerosi estimatori, lo ha definito “ultimo dei caravaggeschi”, “realista onirico” che riprende e rilancia la grande tradizione artistica italiana, con solide radici nei valori cristiani.

Nonostante la giovane età (Gasparro è nato a Bari nel 1983), l’artista ha conseguito riconoscimenti nazionali e internazionali, con mostre tenute in Italia e all’estero, opere realizzate, o collocate in esposizioni permanenti, presso chiese, basiliche, fondazioni private e musei pubblici. La consacrazione artistica è avvenuta nel 2024, con la realizzazione del Drappellone del Palio di Siena. È  il solo ad aver vinto due volte, nel 2014 e nel 2025, il Premio Brazzale-Eccellenti Pittori. Il suo ultimo quadro, realizzato nel dicembre 2025, giudicato il dipinto più bello in Italia degli ultimi dodici mesi, ha come titolo “Quel che vide Nostro Signore, al primo sguardo”.


Giovanni Gasparro, Il pentimento di San Pietro, esposto all’interno della basilica di San Giuseppe Artigiano all’Aquila- Fotografia: Lasacrasillaba, CC BY-SA Widimedia Commons

L’ideatore del Premio, Camillo Langone, ha così motivato: «È  la prima volta che il premio viene assegnato a un pittore già vincitore in passato. Il caso di Gasparro è particolarissimo perché vinse non una qualsiasi delle edizioni passate, ma la prima, nel 2014. La giuria era completamente diversa da quella attuale (vi figuravano, ad esempio, Franco Maria Ricci e Roger Scruton) e anche questo dimostra l’universalità dell’artista pugliese, capace di comunicare a generazioni e nazionalità diverse. Quel che vide Nostro Signore al primo sguardo  ho avuto la fortuna di ammirarlo in anteprima, nello studio di Adelfia, subito dopo l’ultimo colpo di pennello. Capii subito di trovarmi davanti a un quadro straordinario, senza precedenti in quasi duemila anni di arte cristiana: un’Adorazione dal punto di vista del Bambino. Evidentemente un grande artista può fare innovazione anche restando fedele ai temi e alle tecniche della tradizione. Abbiamo dunque un quadro-presepe con una Madonna bellissima, di pura grazia, e pastori realisticamente rozzi e tuttavia miracolosamente illuminati dalla divina mangiatoia. Impossibile non rimanerne colpiti».

Giovanni Gasparro, Quel che vide Nostro Signore al primo sguardo, olio su lino belga, 80×100 cm, 2025. Collezione privata. Image copyright © Archivio dell’Arte / Luciano Pedicini

L’ultimo quadro di Gasparro rappresenta uno dei vertici della sua maturità espressiva. In questo olio su tela l’artista pugliese, infatti, non si limita a ritrarre una scena sacra, ma tenta l’operazione teologica e visiva più complessa: dipingere attraverso gli occhi della Divinità. Gasparro non ci mostra Cristo che guarda noi, ma ci proietta dentro lo sguardo di Cristo nel momento della sua prima comparsa sul mondo. Allo stesso tempo lo sguardo di Giuseppe e Maria attraversa i nostri sguardi,  ponendo noi al centro dell’opera. È un’opera sull’onniscienza dell’Assoluto: il fruitore è posto in una posizione quasi vertiginosa, tra l’umano e il divino.

Vi sono altre caratteristiche che rendono l’opera unica. La resa materica: la capacità di Gasparro di dipingere la pelle – trasparente, venata, carica di una vitalità pulsante – raggiunge qui livelli iperrealistici che ricordano la carnalità di Rubens unita al rigore di velluto di un Moroni. La tela di supporto: l’uso del lino belga a trama fine permette velature sottilissime che conferiscono al quadro una lucentezza interna, come se la luce non venisse dall’esterno ma emergesse dalla fibra stessa del dipinto. Il dualismo luce-ombra: la luce non è naturale, è una luce dogmatica. Le ombre sono profonde, bituminose, quasi abissali, e servono a far emergere la figura sacra con una violenza plastica che mozza il fiato. Questo contrasto esasperato riflette il tema del quadro: il passaggio dal nulla alla creazione, dal buio alla luce della Rivelazione. La natura delle mani e degli sguardi: non semplici dettagli anatomici, ma veri motori del dramma teologico. Ogni mano è in una posizione che richiama un atto sacro (benedizione, offerta, sacrificio). Lo sguardo, in questo quadro, è il vero “centro di gravità”. Gasparro sfida lo spettatore con una profondità oculare che va oltre il semplice ritratto: lo sguardo trafigge. È uno sguardo che non si limita a “vedere” l’esterno, ma sembra “conoscere” l’interno dell’anima del fruitore. C’è una qualità profondamente umana, e al contempo tragica,in “quel che vide” Gesù: il peccato, la sofferenza, ma anche la bellezza della Creazione. Infine, la culla fuori campo: è un colpo di genio. Trasforma lo spettatore da semplice osservatore a protagonista dell’opera. Un quadro che riesce a far “sentire” la presenza dell’invisibile (il Bambino/l’umanità nella culla) usando solo la direzione degli sguardi è un’opera di un’intelligenza compositiva superiore.

In definitiva, il quadro esprime una spiritualità “esigente”: non è un’arte che rassicura o che decora una parete in silenzio. È una pittura che “urla” la presenza del sacro. La qualità psicologica dell’opera conferma Gasparro come pittore del “sacro drammatico”, capace di trasformare un dogma astratto in una visione carnale, potente e contemporanea nella sua capacità di scuotere le coscienze. L’arte di Gasparro richiama l’espressione di Dostoevskij: “L’umanità può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui”. Gli fa eco il pittore Georges Braque: “L’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura”.

Giovanni Gasparro – Fotografia: Contrafactumnonvaletargumentum, CC BY 4.0 Wikimedia Commons

Al termine di questo percorso, resta la forza di quegli occhi che si sono appena aperti. Gasparro ci affida una visione ribaltata: non siamo noi a guardare il Bambino, è Lui che ci guarda ‘al primo sguardo’. Questa tela non chiude soltanto una narrazione natalizia, ma apre una finestra sulla coscienza dello spettatore, invitandolo a riscoprire lo stupore dell’inizio attraverso la maestria di uno dei più grandi interpreti dell’arte sacra contemporanea.

di Francesco Maria Nocelli

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