“Da un’opera all’altra il pittore continua un unico discorso, non comunicativo né espressivo, perché non pretende di comunicare qualcosa che è fuori né di esprimere qualcosa che ha dentro, ma comunque un discorso coerente e in continuo svolgimento. Lo scrittore guarda il mondo del pittore, spoglio e senza ombre, fatto solo di enunciati affermativi, e si domanda come potrà mai raggiungere tanta calma interiore”.

Giulio Paolini, A Italo, 1975 (fotografia su tela emulsionata) 20×40 cm – Collezione privata
Così Italo Calvino scrive nelle pagine della “Squadratura” saggio contenuto in “Idem” un volume commissionato esplicitamente da Giulio Einaudi all’artista Giulio Paolini. Calvino tendeva a soffermarsi sempre sull’operato dei pittori, suoi amici, quasi invidiandoli: “l’occhio del pittore è sempre ironico e interrogativo, e le sue tranquille affermazioni non sono altro che domande formulate con descrizione, dopo le quali non resta che aspettare risposte che forse non verranno e nuove domande che verranno certamente”. Calvino afferma che pure lo scrittore vorrebbe avere questo atteggiamento. L’immagine dei “peluzzi sulla punta del pennino e del nastro della macchina per scrivere tutto sfilacciato” simbolizzano non solo le imperfezioni tecniche, ma anche l’idea che l’atto di scrivere possa essere disordinato e frustrante, proprio come il processo mentale che accompagna la creazione artistica.
Lo scrittore tesse un parallelismo con il pittore, sottolineando che entrambe le forme d’arte cercano di trasmettere significati e emozioni, facendo emergere un sentimento di solidarietà tra gli artisti, nonostante le differenze nei mezzi espressivi.
La “squadratura” e pubblicazione di “Idem”
“La Squadratura”, scritto di Italo Calvino che apre il volume di Giulio Paolini, “Idem”, pubblicato nel 1975, mette in luce diversi livelli di lettura e interpretazione dell’opera dell’artista, ma esplora anche il proprio processo creativo e il modo in cui la mente umana costruisce significati. Calvino analizza le opere di Paolini cercando di svelare il loro significato profondo e il modo in cui esse si relazionano con il pensiero e la percezione; attraverso l’arte di Paolini, Calvino riflette sulla propria scrittura, quasi come se il processo creativo dell’artista fosse uno specchio in cui si riflette il suo operare. L’idea centrale è che l’arte non è semplicemente un prodotto finale ma il risultato di un complesso dialogo tra spazio mentale, io dell’artista e le opere stesse. Come riflette Marco Belpoliti ne “L’occhio di Calvino”, “prima che interpretazione, quella che Calvino compie è dunque una traduzione, un trasferimento da comunicazione a comunicazione. Una lettura su due piani: il comunicare dell’opera del pittore e il comunicare dello scrittore. I temi che lo scrittore sviluppa sono: quello dello spazio mentale da cui nasce l’opera- questo è infatti per Calvino il vero spazio genetico dell’opera dell’artista; il rapporto tra lo spazio mentale e l’io e, infine, l’esame del luogo mentale dell’opera, che è poi l’analisi del lavoro artistico di Paolini. La parte centrale dello scritto è perciò una ricostruzione dei principali temi e delle opere di Paolini, una ricomposizione fitta di considerazioni e commenti”.
Perché il termine “squadratura”?
Scelta del titolo alquanto strano perché, se da un lato il vocabolario definisce questo termine riconducendolo all’azione del “ridurre a forma quadrata” non ci si può non chiedere perché non dire semplicemente “quadratura”. Il prefisso “s” sembrerebbe indicare “allontanamento”, “separazione” ma allontanarsi da cosa? Il contrasto tra “quadratura” e “squadratura” può simbolicamente rappresentare la tensione creativa che Calvino percepisce nel suo lavoro di scrittore rispetto alla tranquillità e certezza che egli attribuisce all’arte visiva. Il “mondo spoglio e senza ombre” del pittore rappresenta un’ideale di chiarezza e semplicità, in netto contrasto con le complessità e le incertezze che caratterizzano l’arte della scrittura. Il fatto che Calvino provi invidia per questa apparente serenità dell’artista visivo suggerisce anche una riflessione sulle sfide e i tormenti inerenti alla narrazione e alla creazione di significato attraverso le parole.
Ma chi è Paolini?
Paolini artista poliedrico, nato a Genova nel 1940, all’inizio della sua carriera, intraprende un viaggio di esplorazione nel mondo dell’arte che è contrassegnato da un forte desiderio di ricerca e innovazione. Negli anni Cinquanta, infatti, il contesto artistico torinese non sembra offrirgli molta ispirazione, poiché le gallerie locali tendono a non allinearsi con le sue ambizioni artistiche, che si orientano verso una sperimentazione più audace. “Frequenta con maggiore curiosità le mostre alla Galleria Notizie, che negli anni 1958-60 espone tra gli altri Wols, Pinot Gallizio, Carla Accardi, Lucio Fontana e Sam Francis. Gradualmente si avvicina all’arte anche come autore, iniziando a conoscere la propria vocazione: verso il 1958, nella soffitta di casa, si esercita in alcune prove pittoriche a carattere astratto, tendenti alla monocromia (piccoli oli su cartoncino). Paolini – ci dice lo stesso Calvino – ha cominciato la sua ricerca “con una tela grezza” in cui sono tracciate due linee perpendicolari e due diagonali: la squadratura geometrica.

Calvino riflette ancora sulla poetica dell’artista che va a intrecciarsi con la sua scrittura: “Quello che per il pittore è la squadratura della tela, per lo scrittore è l’incipit, la formula d’apertura che può anche essere anonima, di repertorio, l’alpha di ogni possibile finzione scrittoria, non ancora proprio la finzione ma l’avviso che nella finzione si sta entrando”. Calvino, scrivendo nel gennaio del 1974 a Paolini, si rammaricava di non aver potuto visitare la sua mostra, una circostanza tutt’altro che aneddotica, ma fondata proprio sulla progressiva lontananza tra i due sistemi dell’arte. A compensazione, però, aveva letto la recente monografia su Paolini di Germano Celant. Il merito di quell’incontro, insomma, fu anche quello di accettare quella occasionalità nel quotidiano e di rigettarla, piuttosto, nella produzione artistica, sapendo che a Paolini interessava già da tempo un certo tipo di metaletteratura e a Calvino quella produzione iconica dalla quale non faceva mistero di trarre spunto nei suoi romanzi. Calvino nota in Paolini un meccanismo di pensiero “armonioso”, e la sua riflessione sulla tautologia suggerisce che la ripetizione e la ridondanza possano condurre a un tipo di verità in cui l’osservatore può perdersi, quasi in un incantesimo.

Calvino scrive: “Si vede chiaramente che al pittore esporre un’opera con la propria firma provoca un certo disagio. Come liberarsene? Cancellando la firma? No, per colmo di pudore, cancella l’opera ed espone solo la firma.” In generale, la riflessione di Calvino sull’arte di Paolini può essere vista come un invito a considerare l’arte non solo come prodotto estetico, ma come un’esperienza che coinvolge l’intelletto e la percezione, sottolineando l’importanza di una visione critica e consapevole del mondo dell’arte. Nell’opera “Giovane che guarda Lorenzo Lotto” si rappresenta un tentativo di riconnettere l’arte alla percezione umana, di sottolineare un legame temporale e spaziale tra l’artista e l’osservatore attuale. L’intento dell’opera non è certo celebrare il famoso ritratto realizzato da Lorenzo Lotto, ma portare lo spettatore a guardarlo come non aveva mai fatto prima: al contrario. Un ritratto sottintende la presenza del pittore di fronte al soggetto che posa; qui Paolini ce lo sottolinea. Meglio ancora, ci pone nella stessa condizione spazio-temporale in cui si trovava Lotto mentre dipingeva. Noi, come il grande Maestro, ci troviamo di fronte al giovane che ci osserva mentre ne riproduciamo il volto su tela. Ma, paradossalmente, questa connessione rivela anche la fragilità dell’oggettività che il pittore aspira a raggiungere. A cosa serve l’oggettività se alla fine siamo sempre tagliati fuori dall’assoluto? Ecco che il giovane che osserva diventa un mediatore tra passato e presente, un punto di intersezione che mette in discussione la possibilità stessa di una vera “impersonalità”, “quello che conta è l’immagine mentale alla quale – e solo a quella- il quadro di Lotto era tenuto a corrispondere”.

I dialoghi con l’artista sono tutti filtrati dalla prospettiva dello scrittore, dal suo rimuginare a posteriori, le intenzioni di Paolini sono commentate in funzione delle proprie, le opere vengono citate e descritte piegandosi all’ordine delle congetture, la lingua si fa piana, narrativa, a tratti persino colloquiale. Nel testo di Calvino non è l’intenzionalità di un autore a prevaricare quella dell’altro – il che risulterebbe soltanto una ratifica della rispettiva centralità autoriale – ma, piuttosto, la comune voglia di riavvicinarsi al fruitore, sia esso il lettore o l’osservatore. Di riconoscere, cioè, in quest’ultimo una condizione sovrapponibile all’atto autoriale.
Proprio guardando all’opera di Giulio Paolini che Calvino capisce che “il pittore parte dal presupposto che la pittura sia un tutto compiuto e definitivo, un edificio a cui egli non pretende d’aggiungere nulla” lasciando che l’opera accada quasi come una forma di accoglienza piuttosto che di imposizione. Se talvolta il pittore fa la sua comparsa lo fa eclissandosi in diversi modi come in “Delfo”, una tela fotografica che riproduce, in grandezza al vero, l’immagine del pittore e del telaio del quadro in una sorta d’identità illusionistica dell’autore e dell’opera. Il pittore è ripreso dal fotografo nell’atto di impugnare la tela. L’intera scena è “vista” alle spalle dello stesso fotografo, come un dato assoluto.

“Con Delfo Paolini rappresenta l’artista come creatore, nonché primo spettatore dell’opera, che non è un oggetto, bensì l’idea, il progetto”. Paolini sembra intento a condurre il molteplice all’uno cercando di creare un senso di unità anche in una pluralità di opere. Questo processo creativo non è privo di tensione: da un lato c’è il desiderio di astrazione e di trascendere la materia, dall’altro la vertigine che deriva dalla complessità e dalla frammentazione della realtà. L’aspetto temporale delle opere, che si succedono e raccontano la storia di un processo creativo, suggerisce un legame profondo tra il tempo e l’arte. Le date non sono solo indicatori cronologici, ma segnali di evoluzione e di una narrazione continua. La necessità del pittore di colmare le discontinuità tra le sue opere attraverso il discorso e le dichiarazioni diventa una strategia per creare un filo conduttore, un tessuto connettivo che avvolge e unisce vari momenti creativi. L’immagine del pittore che torna alla tela iniziale, a una “squadratura geometrica”, offre un senso di ritorno all’origine, evidenziando la ricerca di una totalità irraggiungibile. La riflessione sul catalogo immaginario di opere dipinte rimanda all’infinito potenziale creativo, dove ogni sguardo può evocare storie, titoli e mondi mai realizzati, invitando anche lo scrittore a immaginare e a scrivere sull’arte che non esiste.

di Alessandra Carmone
Immagine in copertina: Giulio Paolini, Academie 3, 1965, olio su tela fotografica, 165×115 – Collezione privata, Torino
