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Il dono: un Pollock ricevuto in regalo vende per 181 milioni da Christie’s  | The Gift: a Pollock received as a present sells for 181 million at Christie’s

Nel suo ormai classico della letteratura “Il dono”, pubblicato in prima edizione nel 1983, lo scrittore Lewis Hyde rifletteva sulla natura dell’arte, indagando se un’opera  debba essere considerata un bene commerciabile il cui prezzo è determinato dal mercato oppure  un dono dal valore inestimabile destinato a circolare liberamente. In una strenua difesa del valore non commerciale della creatività e dell’arte in una società animata dalla ricerca del profitto scritta ormai oltre quaranta anni fa – dunque in un tempo privo di internet, social media e intelligenza artificiale – Hyde concludeva che, essendo frutto d’ispirazione, l’arte non è una mercanzia bensì un dono, e che, in quanto tale, il suo valore non può essere stabilito dalle dinamiche di mercato.

Prendendo spunto da tradizioni tribali, lo scrittore giungeva anche alla conclusione  che, in quanto dono, l’arte deve essere trasmessa e ampiamente condivisa poiché solo l’adeguata circolazione di un’opera consente alla stessa di mantenere  la propria carica creativa e la propria funzione. Fondamentalmente, Hyde riteneva che, in quanto dono, l’arte crei un rapporto di reciproca gratitudine  e un legame di comunità tra il  suo creatore/donatore e i suoi destinatari.

Oltre quarant’anni dopo la pubblicazione de “Il dono”, l’arte come “dono che dona in eterno” continua in effetti a regalare parecchio, sebbene sotto forma di profitti stellari, in un mercato in cui i collezionisti di vecchio stampo sono stati progressivamente sostituiti da acquirenti che tendono a considerare l’arte prevalentemente come un bene d’investimento. Durante l’asta “Masterpieces: The Private Collection of S.I. Newhouse” tenutasi presso Christie’s New York il 18 maggio 2026, un dipinto monumentale donato dall’artista Jackson Pollock ad uno dei suoi amici più cari, il fotografo Herbert Matter, poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale è stato venduto per 181,2 milioni di dollari, una cifra pari a circa tre volte il precedente  record d’asta dell’artista e a quasi il doppio della stima,  fissata da Christie’s a 100 milioni.

 

“Number 7A, 1948” di Jackson Pollock.  Immagine tratta dal sito internet di Christie’s – “Number 7A, 1948” by Jackson Pollock. Image source: Christie’s website

Un lasso di tempo di ottant’anni consente una retrospettiva sostanziale sull’impatto di un’opera d’arte e del suo autore sulle collezioni pubbliche e private, sulla storia dell’arte e, più in generale, sul mercato mondiale dell’arte. “Number 7A, 1948” di Jackson Pollock occupa un posto speciale nella storia dell’arte come uno dei primi dipinti puramente astratti mai realizzati. Sebbene, in precedenza, artisti come Cezanne, Picasso e Matisse avessero compiuto passi importanti verso l’astrazione, è Pollock colui che per primo allontana l’esecuzione del dipinto dal cavalletto e dipinge dinamicamente con il proprio corpo, ottenendo l’astrazione assoluta e creando dipinti “a goccia”  privi sia di immagine che di narrativa che modificheranno il canone pittorico per sempre.

Largo più di tre metri (35 pollici x 131.5 pollici; 88.9 cm x 334 cm), “Number 7A, 1948” è il piu’ grande tra i “dipinti a goccia” del padre dell’Action Painting ancora in mano a privati. L’elemento della “scala” regna sovrano nelle opere di Pollock, spesso caratterizzate dalle dimensioni monumentali tipiche dell’Espressionismo Astratto americano. La nozione di “scala” fa riferimento a qualcosa che va ben al di là della materialità della misura e delle dimensioni, qualcosa descritto dal poeta e critico Frank O’Hara come “la misteriosa ed ambigua qualità che riflette l’impatto emotivo di un dipinto su chi lo osserva” (citazione tratta dal sito web di Christie’s). In breve: le dimensioni contano, ma conta anche la scala.

Jackson Pollock nel suo studio di East Hampton, New York, 1950 – Jackson Pollock in his studio in East Hampton, New York, 1950

Fino ai primi anni 2000 il mondo dell’arte si interrogava ancora sul se e quando un’opera d’arte sarebbe stata venduta all’asta per 100 milioni.  Tale traguardo venne raggiunto nel 2004, quando “Ragazzo con pipa” (1905) di Pablo Picasso vendette per 104,1 milioni di dollari presso Sotheby’s New York. Da allora, diverse opere d’arte sono state vendute per almeno 100 milioni, con il record all’interno del “100 Million Dollars Club”  attualmente detenuto dal celeberrimo “Salvator Mundi” (1505/1515) di Leonardo da Vinci, acquistato nel 2017 presso Christie’s New York per oltre 450 milioni di dollari.

“Danaide” di Costantin Brancusi, 1913. Immagine tratta dal sito internet di Christies – “Danaide” by Costantin Brancusi, 1913 – Image source: Christie’s website

Lo scorso 18 maggio, tuttavia, Pollock non è stato il solo a fare il proprio ingresso nel “100 Million Dollars Club”: il suo “Number 7A, 1948” ha seguito le orme della testa bronzea “Danaide” (1913) di Costantin Brancusi, venduta qualche minuto prima per 107,6 milioni di dollari (con un prezzo di aggiudicazione di 93 milioni contro una stima di 100 milioni di dollari), segnando un aumento del 50%  sul precedente record d’asta dello scultore rumeno. La testa era stata oggetto di un video pubblicitario di Christie’s, peraltro altamente controverso, che aveva avuto come protagonista l’attrice Nicole Kidman. Il ricorso ad un personaggio famoso solo apparentemente ha aiutato la scultura a superare la soglia dei 100 millioni di dollari a fronte di una precedente vendita dell’opera, sempre da Christie’s, per “soli” 18,2 milioni nel 2002:  durante l’asta dello scorso 18 maggio vi è stato infatti un unico offerente, il garante terzo per il lotto.

Nicole Kidman incontra Danaide. Fermo immagine da un video di Christie’s – Nicole Kidman meets Danaide – Still from a video by Christie’s

“Il bene si ricambia” ha scritto Lewis Hyde nella dedica ai propri genitori contenuta nell’edizione Canongate 2006 de “Il dono”. Nella postfazione alla stessa edizione, l’autore ha anche affermato che “le arti producono ricchezza”, pur riflettendo in nota che “l’ingegno può non essere l’ingrediente fondamentale: il potere aiuta”. Vent’anni dopo, in una situazione di ricchezza globale altamente polarizzata ed un mercato dell’arte che si è evoluto e trasformato in maniera radicale a seguito di travolgenti sviluppi tecnologici, di profondi cambiamenti nel gusto, e della morte di importanti collezionisti e mecenati, al fine di preservare la vera natura e funzione dell’arte è essenziale che venga formata e coltivata una nuova generazione di collezionisti e mecenati illuminati piuttosto che di investitori animati esclusivamente dalla ricerca del profitto.

Edward Steichen, Costantin Brancusi nel suo studio, 1927 – Edward Steichen, Costantin Brancusi in his studio, 1927

Allo stato attuale, non è noto se “Number 7A, 1948” di Pollock e “Danaide” di Brancusi siano stati acquistati da collezionisti come arte o da investitori come mercanzia (un misto di tali scenari è comunque possible) e se questi capolavori del XX secolo verranno esposti, apprezzati e amati all’interno di un’abitazione o conservati nell’oscurità climatizzata dei magazzini di un porto franco. All’avvicinarsi del “Great Transfer of Wealth” (il “Grande Trasferimento di Ricchezza”), le ultime parole contenute nella postfazione all’edizione Canongate 2006 de “Il dono” risultano profetiche: “Quanto alla comunità degli artisti, di coloro che intendono, con chiarezza, sostenere l’arte in sé e non come strumento per altri scopi; coloro che possono formare il sostegno all’economia del dono che è alla base dell’intero meccanismo; coloro che possiedono l’ingegno, il potere e la visione necessari a costruire per il futuro: per gli artisti, questi saranno i buoni antenati delle generazioni di professionisti che ci sostituirà quando non ci saremo più”.

di Mirta Aktaia Fava

Immagine in copertina: tratta dal sito internet di Christie’s  

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ENGLISH VERSION

The Gift: a Pollock received as a present sells for 181 million at Christie’s

In his 1983 modern classic “The Gift” author Lewis Hyde reflected  on the nature of art, wondering whether an artwork should be treated as a tradable commodity with a price determined by the market or as a priceless gift meant to circulate freely. In a heartfelt defense of the non-commercial value of creativity and art in a profit-driven society written over forty years ago, at a time without internet, social media and AI, Hyde concluded that, being born out of inspiration, art is fundamentally a gift not a commodity and that, as such,  its value cannot be established by market dynamics. Resorting to tribal traditions, the author also concluded that, as a gift, art should be passed on and shared widely since only its circulation enables an artwork to maintain its purpose and creative energy alive. Hyde’s fundamental belief was that, as a gift, art creates a reciprocal relationship of gratitude as well as a community bond between its creator / giver and its receivers.

More than forty years after the publication of “The Gift”, art as a gift that keeps on giving gave indeed plenty, although in the form of stellar profits in a market where old-fashioned collectors are being replaced by buyers increasingly treating art as an investment. During the “Masterpieces: The Private Collection of S.I. Newhouse” sale held at Christie’s New York on 18 May 2026, a monumental painting gifted by artist Jackson Pollock to one of his closest friends, photographer Herbert Matter, shortly after the end of World War II, sold for 181.2 million dollars, a figure amounting to nearly three times the previous auction record for the artist, against an estimate of $100m.

A time-period of 80 years provides substantial retrospective on the impact of an artwork and its author on private and public collections, on the history of art, and, more generally, on the global art market.  Painting “Number 7A, 1948” by Jackson Pollock occupies a special place in the history of art as one of the first purely abstract paintings. Although earlier artists such as Cezanne, Picasso and Matisse had made significant steps towards abstraction, it is Pollock who moves the execution of the painting away from the easel and paints dynamically with his whole body rather than just his hand, achieving full abstraction and creating “drip” paintings devoid of both imagery and narrative that will change the historical canon forever.

Spanning more than 11 feet wide, “Number 7A, 1948″ (35 inches by 131.5 inches; 88.9 cm by 334 cm) is the largest among Jackson Pollock’s famous “drip paintings” still in private hands.  Scale is king in Pollock’s works, often characterised by the monumental size typical of the American Abstract Expressionism. The notion of “scale” refers to something that goes well beyond the materiality of size and dimensions, something described by poet and critic Frank O’Hara as ‘the mysterious and ambiguous quality that reflects the emotional effect of the painting on the spectator” (as cited by Christie’s on its website). In short: size matters, and so does scale.

Until the early 2000s, the art world was still debating if and when an artwork would sell for 100 million at auction. This milestone was achieved in 2004, when Pablo Picasso’s “Boy with a Pipe” (1905) sold for 104.1 million dollars at Sotheby’s New York.  Since then, several artworks have sold for at least 100 million, with the record within the “100 Million Dollars Club” currently held by Leonardo da Vinci’s uber-famous “Salvator Mundi” (1505 /1515) sold for over 450 million dollars at Christie’s New York in 2017.

Pollock was not alone in entering the “100 Million Dollars Club”  last 18 May, following the steps of Constantin Brancusi and his bronze head “Danaide” (1913), which had fetched $107.6 million ($93 m hammer price against an estimate of $100 m) just minutes earlier, marking a 50% increase on the previous auction high for the Romanian sculptor. The head had been the subject of a highly controversial advertising video by Christie’s featuring actress Nicole Kidman. The recourse to a celebrity only apparently helped the sculpture pass the 100 million dollars mark against a purchase price of “just” $18.2 million in 2002, also at Christie’s:  on 18 May 2026 there was just one bidder, and it was the third party guarantor of the lot.

“What is good is given back” wrote Lewis Hyde as a dedication to his parents in the Canongate 2026 edition of “The Gift”. In the Afterword to the same edition, he also affirmed that “the arts themselves produce wealth”, while reflecting in a note that “wit may not be the key ingredient: power helps”. Twenty years later, in a highly polarised distribution of global wealth and an art market that has evolved and transformed radically following dramatic developments in both technology and taste and the death of major collectors and patrons of the arts, it is essential that a new generation of discerning art collectors and patrons, rather than profit-driven art investors, is adequately educated and formed in order to preserve the true nature and purpose of art.

At this stage, it is unknown whether Pollock’s “Number 7, 1948” and Brancusi’s “Danaide” were purchased by collectors as art or by investors as commodities ( a mix of these scenarios is also possible) and whether these masterpieces of the XX Century will be displayed, enjoyed and cherished in loving homes or stored in the darkness of climate-controlled free port warehouses.
As the “Great Transfer of Wealth” approaches, the final words in Hyde’s Afterword to the Canongate 2006 edition of “The Gift” sound prophetic: “As for the community of artists, those who can be clear about supporting the arts, not as means to some other end but as ends in themselves; those who can shape that support in response to the gift economy that lies at the heart of the practice; those who have the wit and power and vision to build beyond their own day: for artists, those will be the good ancestors of the generations of practitioners that will follow when we are gone”.

by Mirta Aktaia Fava

Autore

  • Mirta Aktaia Fava è una consulente d'arte, giurista internazionalista, risk manager, e interior designer attiva in ambito internazionale. Ha conseguito un Master in Diritto (LL.M.) presso l'Università di Cambridge, Regno Unito, e una laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Luiss di Roma, dove ha anche rivestito incarichi di ricerca e insegnamento. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni accademiche e divulgative. È allieva dell'Accademia di Diritto Internazionale dell'Aja...

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