Emanuela Santini, figlia del noto pittore e scultore di Zoagli, cittadina in provincia di Genova, per onorare il ricordo e la memoria del padre mancato nel 2018, ha realizzato, insieme alla famiglia, una mostra antologica sulle sue opere pittoriche a Villa Vicini, presentando il libro Luigi Santini – Il pittore di Zoagli, curato da Pino Mantovani, Augusta Tassisto e Eugenia Galardi.


«Il papà ha da sempre dipinto olio su tela iniziando il suo percorso artistico come autodidatta. Lui amava anche scrivere e teneva dei diari personali da cui trapela tutta la sua storia, come nasceva un quadro, gli stimoli che riceveva nel realizzarlo e come era stata concepita inizialmente nel suo pensiero l’opera artistica. Proprio da questi scritti autobiografici si possono conoscere le difficoltà che hanno contrassegnato la sua vita.

Nato nel 1932 a Pieve di Campi, in Emilia Romagna, ha vissuto il periodo della guerra e, dopo il periodo del servizio militare, si mise a cercare un lavoro e venne a sapere che, diversamente dalle sue terre di origine, nella riviera ligure era più facile trovare opportunità e sbocchi professionali. Nel 1958 avviò l’attività come gestore del distributore di benzina nel paese di Zoagli e, per qualche anno, continuò anche a dipingere dei quadretti e bozzetti di paesaggi che esponeva nella sua area di distribuzione della benzina. In quegli anni, un incontro provvidenziale e importante cambiò e stravolse completamente la sua esistenza. Il pittore Ulderico Giovacchini, toscano di origini che si era trasferito a Bolzano, allievo dell’artista macchiaiolo Giovanni Fattori, venne a lavorare a Zoagli e notò subito le qualità artistiche dei suoi quadri e consigliò a mio padre di dedicarsi esclusivamente all’attività pittorica. Nacque così e proseguì fino al 1965, anno in cui mancò Giovacchini, una profonda amicizia fra di loro che si consigliavano e trascorrevano molto tempo insieme dando vita, nel tempo, a un connubio artistico molto forte. La conoscenza con Ulderico Giovacchini si rivelò determinante e fondamentale perché, oltre che svolgere il ruolo di guida costruttiva senza imposizioni, insegnò a mio padre le basi artistiche che a lui mancavano in quanto autodidatta. Quando l’amico ritornava a Bolzano erano soliti scriversi delle lettere e, attualmente, dispongo della loro antologia completa epistolare in cui è contenuto il racconto di ogni fatto di vita, considerazioni artistiche e consigli reciproci, oltre che sfoghi personali.

L’amico valorizzò le doti artistiche, lo stile, i colori e il metodo di dipingere col cavalletto aperto, che mio papà portava sempre con sé, insieme all’ombrellino nero in grado di dirigere la luce giusta per la realizzazione dell’opera. Ulderico Giovacchini spronava mio papà a fare sempre quello che si sentiva e gli lasciava grande libertà espressiva in una forma d’arte maieutica, tirando fuori il meglio che c’era in lui. Papà ha fatto mostre in tutta Italia, tra cui Firenze, e nel 1975 ne svolse una a Parigi che lo consacrò come artista di valore internazionale. Tutti i giorni preparava lo zaino con il cavalletto e si recava nei luoghi che aveva in mente di dipingere; dopo cena apriva la sua cartella davanti alla mamma, a me e a mio fratello Paolo per mostrarci il suo lavoro; era molto autocritico e ci teneva a ricevere il nostro giudizio sulle sue creazioni artistiche: al mattino partiva con una intenzione creativa e, alla sera, doveva vederla concretizzata.


Ho pensato di realizzare questa mostra – dal 20 al 31 luglio 2025 – per continuare le sue ultime volontà quando, in punto di morte, mi disse: “Tieni viva la mia arte” e così sto cercando di fare il più possibile per continuare a onorare la sua memoria umana e artistica nel tempo: era un uomo di grande cultura e di forte sentimento di fede religiosa in Dio e ha dedicato la sua vita all’arte. Dal punto di vista stilistico era uscito dai canoni classici dando movimento alle sue opere pittoriche marinare inserendo, nel contesto della natura, anche delle persone che lui chiamava “figurine”. Per l’epoca storica dell’arte questo inserimento narrativo fece un grande scalpore in quanto, nel dipinto classico, questa aggiunta non era permessa e perciò lui si distaccava dai canoni classici.

Negli anni, i critici d’arte lo hanno apprezzato e riconosciuto invece proprio per questo suo tratto distintivo, ossia in queste “macchiette” che davano movimento alla creazione artistica. Papà cercava di tirare fuori dagli elementi naturali la dolcezza e le sensazioni che provava e che sentiva: su questo aspetto emozionale la mamma, donna semplice e umile, l’ha sempre sostenuto appoggiandolo in ciò che si sentiva di fare e così lui si ha potuto dedicare tutta la vita all’arte».
di Isabella Puma
