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Il segreto di New York

Ci sono grandi nuvole nel cielo blu

Le nuvole ci saranno

fino alla fine del mondo

quando i grattacieli di New York

si contorceranno nell’ultima smorfia

“È qui, su Bedloe’s Island, che deve sorgere, qui dove chi arriva ha la sua prima visione del Nuovo Mondo” (Frédéric Auguste Bartholdi, cit.  Corrado Augias, Il faro del nuovo mondo, la Repubblica, 28 agosto 2000). È qui che dovrà sorgere, classica visione, l’immensa statua-faro, con la sua corona di raggi, sole nascente, e la sua fiaccola al cielo, qui, finalmente il sogno: la Libertà che illumina il mondo. Manhattan è un coccodrillo di pietra e roccia che affiora tra l’Hudson e Harlem e l’East River. Ha gli occhi accecati, rossi di fiamme e fuoco, strappati, incavati, svuotati. Perduti gli occhi, spenta la torcia, cenere i raggi e il sole.

“Abitualmente una bruma fredda faceva scomparire la città. Il mattino dell’undici, il cielo aveva invece la trasparenza del cristallo, la luce era quella del Nuovo Mondo dei giorni felici, quella di un potente baleno di sunlight” (Marc Fumaroli, I barbari a Manhattan, la Repubblica,  14 dicembre 2001). Nel giro di un’ora Manhattan non sarebbe stata più la stessa, New York non si sarebbe più ripresa. Gli aerei-proiettili e i grattacieli in fiamme e gli uomini in volo cadere dall’alto delle torri, e il crollo e il fumo e un odore acre.

L’architettura di New York

È il tradimento del cielo

È il tradimento delle nuvole

che non placano l’ora oscura

del cielo trafitto dai vetri

riflessi nello specchio

di sangue di macerie

di lamiere contorte

Non vi sono solo i grattacieli nel campo visivo della camera di Roberto Besana. Demolizioni e ricostruzioni, rovine verticali aggrappate sulle antiche solide radici, alberi di lontani vascelli e nuovi, dalle foglie d’argento. Simulacri di una città già vecchia di mattoni e colonne, erede dominatrice del comando dello splendore d’altre capitali, Atene, ora New York. Il suo obiettivo inquadra l’irreversibile metamorfosi immemore della sua origine, “gli spazi ineffabili per la narrazione di una nostalgia”  (Manfredo Tafuri, La sfera e il labirinto, Einaudi, Torino 1980).

Barbarici menhir raggelano nei prismi vitrei di silenziose trasparenti cattedrali. New York, New Venice, New Babylon. L’utopia di un regno delle differenze muta di segno nell’annientamento di ogni essenza. Null’altro oltre l’apparenza di “cento profonde solitudini […]. Questo il suo incanto. Un’immagine per gli uomini del futuro”  (Friedrich Nietzsche, Aurora, Adelphi, Milano 1965). No natural space. No social space. No place. Rarefazione della materia, riflesso di cristallo, puro avvento della luce. Ragione geometrica e poesia illimitata rovesciano il mistico anelito della consapevolezza tragica nella proporzione perfetta di un infinito labirinto.

Alte solitarie sospese contro il cielo

Trappole insidiose del volo

Torri di ghiaccio e fiamme

Disorientano il cammino

Ingannano il tuo sguardo

Con i loro giochi di specchi

Con i loro riflessi del sole

Quale dissoluzione, dispersione elettrica ancora accesa dietro quella “verticale dolcezza”? Quale triste crepuscolo, quale annunciato crollo, quale estenuata cristallizzazione della catastrofe? Non compaiono mai (o quasi mai, se non in una immagine ove due furgoni altro non sono che il prolungamento delle architetture) le strade di New York nelle fotografie di Roberto Besana. Quale triste sguardo, ora ti desidera, respinto da superfici impenetrabili, quando il silenzio sopraggiunge, e il rumore d’ogni strada s’allontana, e in perfetta solitudine il poeta china il capo nell’ora del tramonto.

Shakespeare at Dusk, foglie gialle cadono all’apparire nero della notte.

Se esiste l’angelo dell’Architettura

esso s’impigliò

con le sue ali di cera

tra le lamiere taglienti dei grattacieli di New York.

Il suo dolore fu un grido interrotto

un breve segno

un tratto lieve

una lenta cantilena

lo scambio di un tram

sull’asfalto della desolazione.

Non ci sono persone in queste fotografie di New York, non vi sono strade, né hopperiani interni che si chiudono a nascondere disperate solitudini. Non vi sono cieli (solo in una fotografia da lontano che inquadra un allineato panorama), non vi sono nuvole, solo uniformi e geometrici ritagli tra volumi e superfici vetrate rifrangenti. Grattacieli senza più cielo riflettono, implodono, si deformano. Ridisegnano il cielo, geometria dell’infinito, cristallizzazione delle nuvole. Città senza testimoni. Dissoluzione d’ogni presenza, solitudine che si sottrae, violenza silenziosa che non fa rumore, come un labirinto verticale che sale e sale e chiude ogni orizzonte, “non vi sono neanche più superstiti per l’ultima sera” (Jean Baudrillard, L’America, Feltrinelli, Milano 1987).

Città senza testimoni. Non vive dunque più nessuno dietro queste impenetrabili muraglie di acciaio e vetro? E se è davvero così come possiamo solo immaginare l’undici settembre? “Ma dietro a tutto questo stava New York e fissava Karl con le centomila finestre dei suoi grattacieli” (Franz Kafka, America, Mondadori, Milano 1981). E così abbiamo come l’impressione che sconosciute coppie d’occhi scrutino, verso di noi, verso uno spazio lontano e impenetrabile, nascosti dietro campi uniformi di vetrate, e specchi. Scomparsa dell’umano, affermazione di una purezza architettonica delirante e labirintica. Eppure soffia un vento di libertà dalle fotografie di New York di Roberto Besana. Così vicine alla verità, così vicine al segreto di New York.

Testo di Antonio Cuono e Nella Tarantino – Fotografie di Roberto Besana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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