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Il tormento di Virginia Woolf

Ci sono testi attraverso i quali si esalta il valore dell’autore, libri  che potremmo definire elitari, che sembrano imporsi  su altri, tendendo a conquistarsi attenzione privilegiata da parte del lettore. Altre narrazioni si propongono invece, come nel caso degli epistolari di Virginia Woolf, nella  valenza di  disvelamento  della propria interiorità, in maniera estremamente traslucida. Se  esistono scrittori  senza amici, chiusi nell’ossessione e nella solitudine della propria arte, ce ne sono  altri che invece hanno uno sposo, una sorella, un complice, un compagno, a volte magari un po’ ottuso o benevolo: in questo caso gli amici diventano consustanziali al loro animo.

Virginia Woolf nel 1902, fotografia di George Charles Beresford – Fotografia: Wikimedia Commons

 

La vita è degna di essere scritta e vissuta proprio in virtù delle persone con le quali  la si condivide, come nel caso di Virginia Woolf. Recita Jerome David Salinge: Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quello che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. Non succede spesso, però.

Gli epistolari della Woolf sono intessuti  di una sorta di indignata  ed esplicita intolleranza al sentimento della noia, animati dalla volontà di mostrarsi controcorrente. Il carteggio epistolare pare declinarsi come una  figlia minore,  scaltra, piena di contraddizioni, ambivalente ed intrigante al tempo stesso. È il frutto di una civiltà della conversazione che proprio nel Bloomsbury group, fondato dalla Woolf e dal marito, rappresentava l’apice innovativo di una civiltà di relazioni che vedeva protagonista  una comunità di amiche e amici altolocati, anticonformisti e spesso libertini. Un terreno fertilissimo per la pratica sottile del pettegolezzo maneggiato da Virginia con delicata ed altalenante passione, spaccati di pura gioia, paragrafi  in cui la scrittrice induceva ad innocue maldicenze ,una sorta di narrazione scandita da uno stile pirotecnico fatto di nomignoli e soprannomi con i quali lei per prima  definisce se stessa. Sono nickname attinti  spesso dal regno animale: Vanessa diventa  un delfino e Virginia  si concede in una vasta gamma di metamorfosi, dal passero al lemure, senza tralasciare il branco delle scimmie.

Fotografia: Libreria Dante & Descartes, Napoli

 

Parole magiche che sanno di un Apriti  sesamo, sussurrate per descrivere un mondo irreale. È un luogo simbolico dal quale con sacrosanta intolleranza si esclude l’intelligenza del mediocre, indizio,  oltre che di un certo snobismo e di una grande sicurezza dei propri mezzi cognitivi, del  rifiuto  verso un mondo estraneo. Espressione altresì di una particolare  capacità nel saper intercettare ed ascoltare, allineata  ad una  sorta di codice morale dell’amicizia ed al comandamento laico riassunto nel non avrai  altri dei tranne  te stesso. Domina una volontà di svelarsi, mostrarsi  controcorrente, non sempre  immediatamente intuibile in una donna, con obiettivi chiari, impegnata  non nel cercare un  bello stile oppure un narrare compito e togato, ma una continua tensione letteraria  alla ricerca di  ciò che non è mai stato detto prima. Per coniugare  la profondità del sentimento con la condivisione dello stesso,   senza vergogne o pudori tributati a qualche vacuo e banale  idolo sociale. Ad una conoscente scrive: se si deve essere comprensibili ed educate  si finisce per mentire e  sentirsi a disagio.

Virginia Woolf, 1927 circa – Fotografia: Wikimedia Commons

 

Alla  Schmidt, grande confidente della seconda parte della sua vita, confessa: toglietemi gli affetti e sarò un’alga fuori dal mare, la carcassa di un granchio, un guscio vuoto,   della stessa mia luce non  resterebbe più nulla. Toglietemi l’amore per gli amici e il sentimento bruciante continuo dell’importanza dell’insondabilità e del fascino della vita umana e non sarei altro che una membrana, una fibra senza colore, senza vita, buona solo per essere buttata via come una deiezione .

In questo brano audace Virginia dichiara l’amicizia un  proprio habitat naturale, disponibile, dolce, sincera, curiosa, appassionata, divertente, pronta all’ospitalità in una delle sue case spaziose assimilabili alla  propria interiorità  vivida e accogliente.

Mia donna amata, le tue lettere mi giungono come un balsamo sul cuore. Non sono in molti ad avere sentimenti da esprimere. E se coloro che li nutrono se li tengono tutti per sé, allora il mondo comincia ad assomigliare a una luna fulminata, un ambiente freddo e ben poco ospitale È vero che tutti gli umani  sono egocentrici ed io non faccio  eccezione, ma prendono più di quello che danno. Una volta che capisci questa cosa e che non è possibile cambiarli, puoi comunque andarci piuttosto d’accordo, anzi alcuni di loro sono veramente persone alquanto adorabili.

Carissima Magi, non sono un buon giudice: da un momento all’altro cambio opinione e di attimo in attimo mi pare che il mio talento sia di primo, di terzo o di infimo ordine. Passo da un estremo all’altro, ma dalle acque più profonde saprò risalire in superficie leggendo le tue parole di ammirazione, perché con tutta la loro stravaganza sento che sono sincere. Sono contenta che in barba a tutti i miei difetti non ho fatto con te la figura dell’intollerante o della rigida, due modi di essere che proprio non mi piacciono.

Mia cara, credo che dovrei essere ferita e poi arrabbiata e poi contrita e poi magnanima e poi sentimentale poi filosofica e infine sono solo amichevole. Invece non provo neanche l’ombra di uno di questi stati d’animo, sono solo riconoscente poiché se non dispongo di nessuno dei sentimenti più raffinati sono tuttora dotata di una meravigliosa semplicità di natura, così che comprare una pelliccia mi risulta impossibile, ma accettarla mi è piuttosto piacevole e semplice.

Ebbene questo è il modo in cui noi scrittori scriviamo quando cerchiamo di non dire niente, soprattutto quando siamo consapevoli che scrivere  lettere è molto più difficile  della scrittura di  un libro. Mi sento stranamente impetuosa, molto esigente, una persona con cui è difficilissimo vivere,  intemperante e volubile, instabile. Ma in fondo al mio cuore mi aspetto sempre  il momento di essere sorretta sopra tutte le crisi.

La firma autografa di Virginia Woolf – Fotografia: creata in formato vettoriale da Scewing, Wikimedia Commons

Scrivere dunque  per Virginia Woolf significa cercare di rendersi  migliori nel coinvolgere gli altri, affinando la consapevolezza che si pensa avere di se stessi, spronando generosamente le  molte conoscenze a gettarsi nell’avventura della creazione letteraria.

Carissima, stavo per dirti quanto amo le tue lettere quando mi trovo sopraffatta dal solito assalto della tristezza: mi piacerebbe buttare giù una bozza delle mie missive per poi poterle limare e ripulire. Lo stile è una faccenda molto semplice, una questione di ritmo che una volta conquistato colloca le parole al posto giusto: l’essenza  del ritmo è qualcosa di molto profondo, ben più recondito delle parole.

L’incisività complessa e tormentata, presente nella narrazione della scrittrice britannica, disconosce produzioni letterarie altre simili ad una manciata di appunti, come  tracce lasciate da un  coltello smussato. La lettura di  Proust, Henry James, Dostoevskij quasi la inibisce: li definisce  autori con la potenza di blocchi di granito. Più umilmente paragona la gioia che scaturisce dalla propria  scrittura alla  salicornia, una piccola pianta rosa, raccolta da piccola in Cornovaglia. Aggiunge però di assomigliare anche ad  una scrittrice che annaspa verso la superficie come una balena a corto di fiato per esplodere in uno sbuffo.

La ricerca di una frase o  il tentativo di dire quello che intendo mi costa uno sforzo e un’angoscia enorme per  esprimere con la maggiore esattezza possibile qualcosa che non sia mai stato detto, che deve essere detto per la prima volta .Quindi rinuncio alla bellezza, la lascio come fosse un dono per la prossima generazione. Butterò giù alcune considerazioni in ordine sparso,  come  piccoli doni a una gazza.  Voglio nutrire  l’illusione  che il mondo mi danzi davanti agli occhi, non riesco a raggiungere un sentimento di unità e coerenza, quella pienezza che mi faccia venire  voglia di scrivere un libro come Gita al faro.

Il faro di Godrevy, che ispirò Gita al faro – Fotografia: Rod Allday /  Faro di Godrevy  da geograph.org.uk, CC BY-SA 2.0 Wikimedia Commons

Se non sono in uno stato di perpetua stimolazione taccio del mio silenzio Non basta sedere in giardino con un libro o collezionare fatti.  Ci deve essere questo continuo sventolio, questo interiore picchiettio. Quante cose desidero e su quanti fiori diversi come un’ape mi poso ogni giorno: spesso mi immergo dentro Londra e non la smetto di camminare tra l’ora del tè e la cena: rianimando i miei pensieri davanti ai fuochi della città in qualche bassofondo malfamato , sbirciando nelle porte semichiuse, riprendo contatto con me stessa. L’errore più diffuso sta credo tutto nello sforzo di nominare, di ridurre a poche categorie queste passioni composite e sfaccettate, fissando dei confini, chiudendole ognuna in un proprio scompartimento.

Manoscritto della lettera d’addio di Virginia Woolf a suo marito – Fotografia: CC BY-SA 4.0 Wikimedia Commons

Poliedrica e tormentata, intimista ed esuberante, irrequieta e malinconica la vita di Virginia Woolf – che per molte donne, soprattutto  in Una stanza tutta per sé ha rappresentato molto più di un simbolo di emancipazione –  si è svolta dentro passaggi interiori complicati , ma vera in ogni sua sfaccettatura e al tempo stesso paradossalmente insondabile. È questo che lascia al lettore come piena testimonianza di sé nella lettera scritta al marito Leonard prima di suicidarsi nel fiume Ouse dopo essersi riempita  le tasche di sassi.

Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai, lo so. Vedi, non riesco neanche a scrivere come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi. V.

Parole come pietre dentro una composta leggerezza semantica, surrealmente anticipate da una lettera ad un’amica nella quale aveva dichiarato che,  alla fine della vita,non aveva smesso di aver bisogno di un qualche tipo di specchio consumato dall’uso continuo a riflettere su  ciò che non c’è più.

 di Rita Farneti

Il presente articolo è una rielaborazione personale del testo di Woolf  di cui la redattrice ha riportato in corsivo parti originali  dell’epistolario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore

  • Rita Farneti, laureata in Lettere, già psicologa, psicoterapeuta, psicoanalista, esperta in psicografologia, tecniche di rilassamento e nell’approccio capacitante con l’anziano svantaggiato cognitivamente, già consulente del Centro Studi per la menopausa del Policlinico Sant’Orsola Malpighi di Bologna e collaboratrice esterna nel Dipartimento di Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi di Padova Facoltà di Psicologia, nonché giudice non togato al Tribunale di Sorveglianza di Bolog...

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