L’Islanda, l’isola di ghiaccio e fuoco, emerge dalle acque dell’Atlantico settentrionale come un laboratorio geologico vivente, un luogo in cui le forze tettoniche e gli elementi naturali si manifestano con una violenza e una maestosità incomparabili. L’analisi della sua morfologia, degli adattamenti umani e, in particolare, della sua fauna marina, offre un quadro potente non solo dell’identità nazionale islandese, ma anche dei profondi e accelerati cambiamenti ecologici che stanno minacciando il nostro pianeta. Il paesaggio islandese è un dialogo costante tra la potenza primordiale della natura (cascate, vulcani, ghiacciai) e la fragile, ma resiliente, impronta dell’uomo, una dinamica che oggi si trova al centro della più grande sfida ambientale: la crisi climatica.

Il paesaggio islandese è una sintesi di fenomeni estremi, dove la geologia non è uno sfondo statico, ma una forza modellatrice attiva. Le immagini di cascate imponenti, come Aldeyjarfoss e Goðafoss, ne sono l’emblema. Si stagliano in paesaggi di origine vulcanica, dominati dalla presenza di colonne basaltiche, perfette strutture esagonali generate dal lento raffreddamento della lava fusa. Questa morfologia non è casuale: essa indica un’area di intensa attività geologica e idrografica. L’acqua, derivante dai ghiacciai e dalle abbondanti piogge, non è un elemento passivo; è un agente di erosione che, nel corso dei millenni, ha scavato e modellato la roccia basaltica, creando le imponenti gole e i salti d’acqua che vediamo oggi.

L’enorme portata d’acqua e la sua potenza rafforzano nell’osservatore un senso di soggezione e rispetto verso la natura indomita. Questa interazione tra fuoco (vulcanismo) e acqua (ghiaccio e piogge) ha influenzato profondamente la cultura islandese. Luoghi come Goðafoss, la “Cascata degli Dei,” sono punti focali dell’identità nazionale, ispirando leggende che collegano il destino dell’uomo ai capricci degli elementi. La natura, in Islanda, non è un ambiente da sottomettere, ma una forza primordiale con cui convivere e misurarsi.
Oltre le cascate, la morfologia islandese si estende in altopiani vasti e desolati, spesso caratterizzati da colline isolate o coni vulcanici dai versanti dolci e spogli. La vegetazione è bassa, prevalentemente composta da erica, muschi e torba, adattatasi a climi freddi e ventosi. La totale assenza di alberi ad alto fusto amplifica la sensazione di orizzontalità e vastità, ponendo l’uomo in un ambiente in cui le sue tracce sono effimere. Elemento fondamentale della morfologia sono i ghiacciai, come il colossale Vatnajökull. Questi giganteschi corpi di ghiaccio sono i residui dell’era glaciale e la fonte di vita (e di erosione) per gran parte dei fiumi islandesi. Il loro scioglimento alimenta le lagune glaciali, dove enormi iceberg si staccano e galleggiano, evidenziando il continuo, sebbene accelerato, ciclo di formazione e dissoluzione che definisce la terra islandese.

Di fronte a una natura così imponente e spesso ostile, l’intervento umano in Islanda è caratterizzato da un profondo senso di adattamento e minimalismo. L’architettura è un riflesso diretto della necessità di sopravvivenza in un ambiente severo. L’iconica chiesa di Búðir (Búðakirkja) è un esempio perfetto di questa interazione. La sua architettura è semplice e compatta, tipica delle chiese rurali luterane islandesi, progettata per minimizzare la superficie esposta al vento e al freddo. Il tratto distintivo è il suo colore nero assoluto, ottenuto attraverso un rivestimento di catrame o pece. Questa scelta cromatica non è meramente estetica, ma ha una funzione essenziale e protettiva: il catrame impermeabilizza e conserva il legno, proteggendolo dalle umide e severe condizioni atmosferiche (pioggia, neve e vento costante) che altrimenti lo distruggerebbero rapidamente. La chiesa è spesso ritratta in uno stato di marcato isolamento e solitudine, un punto focale scuro su uno sfondo candido di neve e cielo crepuscolare. Questo forte contrasto cromatico non solo ne esalta la forma, ma simboleggia anche la tenace resistenza dell’insediamento umano contro la vastità e il rigore del paesaggio circostante, un’impronta lasciata in un ambiente di origine vulcanica che richiede costante attenzione e rispetto.
L’Islanda deve gran parte della sua prosperità al suo mare, l’Oceano Atlantico Settentrionale, che è uno degli ecosistemi più produttivi del mondo. Alla base di questa ricchezza c’è un elemento microscopico: il plancton e il krill. Questi organismi sono il fondamento biologico di tutta la catena alimentare oceanica. La loro abbondanza in queste acque è innescata dal fenomeno dell’upwelling (risalita): si tratta di un processo oceanico vitale in cui le correnti spingono le acque profonde e fredde, ricche di nutrienti (nitrati, fosfati), verso la superficie. Questa iniezione di sostanze essenziali stimola l’esplosione della produttività primaria (il plancton), che a sua volta sostiene l’enorme biomassa di krill. Il krill e i piccoli pesci (aringhe) che se ne nutrono sono la base della dieta dei grandi mammiferi marini come le balene (megattere, balenottere) e le orche, le cui code e pinne spezzano la superficie in un ciclo di vita e morte. Questa abbondanza ha reso la pesca (storicamente e in parte ancora oggi) il pilastro economico del paese. Per millenni, il destino della popolazione insulare è stato indissolubilmente legato alla salute e alla generosità di queste acque.

L’equilibrio millenario dell’ecosistema marino nord-atlantico è oggi gravemente compromesso dai cambiamenti climatici globali, i cui effetti in Islanda e nell’Artico si manifestano a una velocità allarmante, molto superiore alla media planetaria. L’aumento delle temperature e l’acidificazione degli oceani stanno causando il declino e la morte di molte specie marine, minacciando l’intera catena alimentare. Il Nord Atlantico e le acque artiche adiacenti all’Islanda sono punti caldi del riscaldamento globale. Temperature superficiali in aumento alterano immediatamente gli habitat marini. Ricerche scientifiche, come quelle condotte dal progetto EPOCA (European Project on Ocean Acidification), hanno rivelato che l’acidificazione nell’Artico, in prossimità dell’Islanda, procede a un ritmo fino al 50% più veloce rispetto alle zone subtropicali. Questa rapidità è catastrofica, lasciando agli organismi marini un tempo insufficiente per l’adattamento.


Il krill è il pilastro nutrizionale per le balene, le foche e gli uccelli marini, ma oggi è gravemente minacciato. Anche se non si sono ancora registrate estinzioni di massa del krill, la sua capacità di sopravvivenza e riproduzione è compromessa. Allo stesso modo, gli pteropodi (piccole lumache marine calcaree), essenziali per molte specie di pesci, trovano sempre più difficile costruire e mantenere i loro fragili gusci in acque più acide, portando a un potenziale collasso trofico alla base della catena. L’acidificazione non risparmia i coralli di acque fredde, che creano habitat complessi fondamentali per la riproduzione e il rifugio di innumerevoli specie ittiche. La loro diminuzione o scomparsa comporterebbe la distruzione di vere e proprie nursery sottomarine. L’aumento della temperatura dell’acqua agisce inoltre come un catalizzatore per lo spostamento geografico delle specie: molte popolazioni di pesci commercialmente importanti, come l’aringa e lo sgombro, si stanno spostando in modo significativo verso nord, in acque più fredde. Ciò determina ripercussioni ecologiche e umane poiché specie temperate che invadono le acque islandesi competono con le specie artiche locali, mettendo a rischio la biodiversità e la sostenibilità della pesca, essenziale per l’Islanda. L’acidificazione ha pure effetti tossici diretti in quanto è stato documentato un grave danno tissutale nelle larve del merluzzo atlantico (Cod), una delle specie più preziose per la pesca islandese. Il merluzzo, non riuscendo a svilupparsi correttamente negli stadi larvali, può subire un calo drastico delle popolazioni adulte. La crisi è visibile anche negli uccelli marini, indicatori sensibili della salute dell’oceano. Le Pulcinelle di mare (Fratercula arctica), specie iconica dell’Islanda, stanno affrontando una grave crisi riproduttiva. I loro piccoli (i pufflings) muoiono di fame poiché i pesciolini (come il capelano) che costituiscono la loro dieta principale sono scomparsi o si sono spostati troppo a nord, in cerca di temperature più adatte. Il fallimento riproduttivo e la mortalità degli adulti sono un sintomo diretto della destabilizzazione della rete trofica marina causata dal riscaldamento delle acque. Gli scienziati avvertono che il destino degli oceani è un problema di lungo termine. L’anidride carbonica già assorbita dagli strati profondi dell’oceano sarà immagazzinata e continuerà ad alterare la chimica dell’acqua per millenni. A questi fattori si aggiungono gli effetti sinergici con l’inquinamento, la pesca eccessiva e l’eutrofizzazione, che indeboliscono ulteriormente la resilienza degli ecosistemi.

In conclusione, l’Islanda, attraverso i suoi paesaggi di colonne basaltiche, cascate mitologiche e chiese isolate, ci racconta una storia di potenza naturale e adattamento umano. Tuttavia, le immagini di balene e orche, un tempo simbolo dell’abbondanza oceanica, sono ora un monito. La sua posizione geografica, al confine con l’Artico, la rende un campanello d’allarme globale per la crisi climatica. La morfologia severa della sua terra è inseparabile dal suo mare, e il rapido degrado ecologico della fauna marina del Nord Atlantico è la dimostrazione più lampante di come l’impronta umana, sebbene indiretta, possa sopraffare anche le forze naturali più primordiali. La tutela di questo ambiente straordinario richiede un impegno globale per la decarbonizzazione e la protezione degli oceani, se vogliamo preservare non solo la biodiversità marina, ma anche l’identità unica di un pianeta in movimento.
testo e fotografie di Matteo Redaelli
Immagine in copertina: Aldeyjarfoss
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