Le scoperte archeologiche rappresentano uno squarcio nel buio dell’esistenza sopita di popoli e civiltà, cui consentono di riemergere per raccontare storie antiche e nuovissime, fili intrecciati tra passato e presente utili per insegnare all’uomo che, in fondo, è quello che è sempre stato. La scoperta nell’area archeologica di Pompei della megalografia che rappresenta una scena di iniziazione ai misteri di Dioniso, ad esempio, apre lo spazio alla riflessione su come il dio “che muore e rinasce” continui a osservare dal non-tempo e dal non-spazio del mito gli abissi dell’uomo.

Dioniso è una delle divinità più complesse e affascinanti della mitologia greca, dove spicca come rappresentazione dell’ambiguità e degli opposti: figlio di Zeus e della mortale Semele, è al contempo dio e uomo; per salvarlo dai rischi di una nascita prematura, viene prelevato dal ventre della madre e cucito nella coscia del padre, dove rimarrà fino al naturale compimento della gestazione; pertanto, incarna la vita e la morte con l’epiteto di digonos (nato due volte). Esprimendo la forza segreta che dà vita alla ripresa della vegetazione in primavera – e allo stesso tempo essendo connesso a una serie di suggestioni simboliche che lo associano all’inverno e alla sofferenza, pur generalmente considerato una divinità benevola in quanto portatore dei doni della natura –, egli è anche associato all’idea di istintività e di impulsività che possono portare l’uomo alla follia e alla morte.

Il dualismo di Dioniso si manifesta anche nella rappresentazione del suo aspetto: è fanciullo con fattezze femminee, pelle candida, guance imberbi e sguardo languido, ma anche vecchio dalle fattezze rozze e il viso barbuto. Il Dioniso giovinetto spesso è rappresentato nell’atto di offrire a chi lo osserva una coppa di vino, di cui lui stesso ha importato dall’India la coltivazione in Occidente: come dio della fecondità della terra, sembra voler invogliare al godimento della vita e dei piaceri, accessibili attraverso la libertà assoluta che il vino concede come antidoto alla morte e all’annichilimento, a cui il dio oppone il vitalismo collegato all’impulso sessuale e al piacere sfrenato.
«Dioniso, figlio di Semele gloriosa,
io ricorderò: come egli apparve lungo la riva del limpido mare,
su di un promontorio sporgente, simile a un giovanetto
nella prima adolescenza; gli ondeggiavano intorno le belle chiome
scure; sulle spalle vigorose aveva un mantello purpureo.»
(Traduzione di F. Cassola, da Inni omerici a cura di F. Cassola, Mondadori, 1975)

Dioniso è il dio straniero per eccellenza, che, ovunque vada, non è accettato per la sua capacità di sovvertire le regole e la razionalità attraverso l’ebbrezza, incarnando tutto ciò che deve essere respinto perché non convenzionale e, pertanto, inquietante e pauroso.

Egli è il dio “contemplante”, unica figura che nelle pitture del vaso François, rappresentanti il corteo per le nozze di Peleo e Teti, appare frontalmente, imponendo all’osservatore l’incontro con i suoi occhi, con il suo sguardo smisurato e fisso. Il dio è incarnazione dell’altro, e la sua maschera, se da una parte è utile per renderlo visibile e riconoscibile, dall’altra è necessaria per nasconderne la vera, magmatica identità, con la quale si può entrare in contatto solo per mezzo di un “oggetto di transizione”, la maschera appunto, la quale più che essere simbolo del dio, ne è essenza in quanto ne rappresenta il suo essere altro da ciò che mostra, strumento che ne consente l’epifania anche quando la divinità è assente, sintesi ed espressione del paradossale binomio presenza-assenza o forse, meglio, della presenza nell’assenza: il dio esiste in un “inaccessibile altrove”, impegnato a osservare – mentre è osservato a sua volta – chi lo guarda, sondandone gli abissi senza possibilità di sottrazione al turbamento che quell’incontro di sguardi produce, nella creazione di un tempo e di uno spazio sospesi in cui umano e divino si incontrano, per sempre, nello scrutare i misteri dell’essere e del non-essere in un’esperienza perturbante e totalizzante.

Per mezzo del verso esterno della maschera il dio copre il volto nella sua interezza, comunque percepito dal verso interno, in uno spazio frapposto tra ciò che è visibile e ciò che è invisibile, che non è vuoto, ma punto di coesistenza degli opposti, maschio e femmina, dio e mortale, giovane e vecchio, debordante energia, enigma, abisso.
Il dualismo di Dioniso si esprime, ancora, attraverso l’opposizione del movimento alla fissità della maschera: è il movimento convulso della danza che anima le feste a lui dedicate, una danza ritmica accompagnata dalla musica frenetica di zampogne, tamburi e cembali, tramite la quale le sue seguaci, le Menadi, entrano in uno stato estatico e diventano un’unica entità con il dio, in un incontro assoluto con l’altro nel travolgimento del limite e dei limiti, per celebrare la vita senza negarne gli aspetti più perturbanti e incomprensibili.

Dioniso sosta tra gli uomini nella fissità della maschera, ma tra essi si muove e si espande, occupando lo spazio dei segreti inquietanti della natura umana, che è ragione e follia, realtà e illusione, finito e infinito, luce e tenebre, morte e resurrezione: in questo suo espandersi, nel superamento della fissità e del movimento come di tutti gli altri opposti che gli vengono associati, Dioniso è maestro perché insegna a superare il pensiero dicotomico e a ricercare la dimensione del tutto, cui si perviene attraverso il lasciarsi “invadere” da lui, come accade nella celebrazione dei suoi riti misterici.
Per l’uomo moderno, completamente immerso in una realtà che privilegia la razionalità e che è portata alla frammentazione, può risultare difficile comprendere l’immenso potere di Dioniso, la cui forza prorompente consente all’individuo di “tenere insieme i pezzi”, di essere intero pur nella sua imperfetta condizione, ricongiunto al tutto che nulla esclude e ogni cosa abbraccia, a quella dimensione caotica da cui proviene e che ha cercato di ordinare con il desiderio di sottometterla fino a estinguerla.

La presenza nel pantheon greco di Dioniso, pertanto, può essere intesa come uno dei tentativi messi in atto dall’uomo di sottrarsi all’apeiron, a quell’insondabile infinito a cui cerca di dare un’identità attribuendo un nome alle cose, creando categorie che gli consentano di orientarsi nel caos, determinando un’idea di cosmos che gli faccia credere di poterlo dominare, quel caos, costruendo, di fatto, la grande illusione che chiama realtà, pervasa dalla razionalità dello spirito apollineo, ma in fondo sentendo che più forti della spinta di ogni azione umana guidata dal logos sono le forze irrazionali che governano il Tutto, che è mistero, turbamento, estasi, salto nell’abisso. In questa prospettiva risulta evidente come Dioniso non sia l’opposto di Apollo, ma sia a lui complementare: è solo come frutto della fusione tra apollineo e dionisiaco, infatti, che si può tentare di leggere la realtà, in cui l’elemento irrazionale e istintivo è parte integrante della natura umana.
In questa condizione tocca vivere all’uomo, che si trova di fronte a due possibilità: immergersi nella grande illusione di ciò che chiama reale o addentrarsi nella dimensione del tutto, pur sapendo che non potrà comprenderlo. Quest’ultima azione potrà compierla solo nei momenti della sua vita in cui lascerà andare quello che credeva avesse valore, con il desiderio di celebrare la vita nella sua dirompente e inarrestabile energia.
«Stare nei limiti dell’uomo è una vita senza dolore.
Ma io non voglio una sapienza sottile:
la mia gioia è cercare altri beni, grandi e chiari.»
(Euripide, Baccanti)

di Raimonda Bruno
Immagine in copertina: Maschera teatrale di Dioniso, figurina in terracotta del I sec. a.C. rinvenuta a Mirina (Anatolia) nel 1883, Museo del Louvre, Parigi – Fotografia: Marie-Lan Nguyen, Wikimedia Commons
