«C’erano una volta […] dei giovani uomini che volevano girare il mondo. Erano pieni di vita, avevano voglia di avventura, e nessuna meta sembrava loro troppo lontana. […] Un giorno infine si incontrarono, perché ormai ogni gruppo aveva fatto mezzo giro della terra. […] “Il mondo è grande! – dissero incontrandosi – e durante il viaggio siamo diventati vecchi. Ma abbiamo vissuto una vita ricca, raggiungendo la nostra meta abbiamo conquistato conoscenza e saggezza per le generazioni a venire”. Le seducenti parole di quest’antica leggenda eschimese, secondo le quali bisogna essere fedeli agli ideali della propria giovinezza, mi fecero una grande impressione la prima volta che mi fu raccontata, quando ero solo un ragazzo. L’immagine bella e forte mi catturò, perché già allora avevo un grande, segreto desiderio di compiere un giorno un lungo viaggio nelle terre del Nord per conoscere i diversi popoli eschimesi. […] E riconoscendo con gratitudine il significato che ha avuto per la mia maturità raggiungere una meta che mi ero posto quando ero già molto giovane, dedico questo libro alla gioventù danese». (Knud Rasmussen, Il grande viaggio in slitta, 2011, pagg.7-8).

Con queste parole l’esploratore e antropologo Knud Rasmussen (1879-1933) apre il suo racconto sulla quinta Spedizione Thule, la più importante delle sette spedizioni che compie attraverso i ghiacci sterminati della Groenlandia fino all’Alaska e alla Siberia. In questa spedizione, iniziata nel 1921 e conclusa nel 1924, realizzerà il suo sogno di viaggiare con la tradizionale slitta da cani eschimese, facendo conoscenza lungo il suo percorso con numerosi gruppi Inuit, cogliendo ogni occasione per indagare le loro pratiche, leggende, religioni.

L’interesse per questi gruppi etnici non è casuale: Knud Rasmussen nasce il 7 giugno 1879 a Ilulissat, in Groenlandia, figlio di un missionario danese e di una madre inuit-danese. Il padre, Christian Rasmussen, parla fluentemente il groenlandese (a differenza della maggior parte dei danesi del tempo) ed è ancora noto per i suoi lavori sulla lingua. Knud cresce, così, bilingue, con compagni di gioco groenlandesi, e sotto molti punti di vista sentendosi lui stesso un groenlandese: «La slitta è stata il mio primo vero giocattolo e con quella ho portato a termine il grande compito della mia vita. Sono nato con la lingua eschimese, che altri esploratori polari hanno dovuto imparare, e ho vissuto insieme ai cacciatori groenlandesi, e perciò i viaggi in slitta, anche nelle condizioni più difficili, sono stati per me una forma innata di lavoro. La quinta Spedizione Thule è quindi come una felice continuazione della mia infanzia e della mia giovinezza» (ivi, p.12).

A dodici anni, viene mandato a studiare in Danimarca, con pessimi risultati, e una volta finiti gli studi decide di tornare nell’Artico come esploratore e scrittore. Nel 1910, perciò, in collaborazione con Peter Freuchen, fonda una stazione commerciale a Capo York, nella Groenlandia settentrionale. In quanto stazione permanente più settentrionale al mondo, viene denominata Thule, come l’isola leggendaria, ultima terra al di là del mondo conosciuto. Grazie a questa stazione, Rasmussen riesce a finanziare tutte le sue successive spedizioni.

Rasmussen, Amanguak e donne di Iglulik viste di fronte
Già dal 1720, la Danimarca aveva avviato l’evangelizzazione dei nativi Inuit groenlandesi e aveva fondato varie colonie commerciali lungo la costa, come parte delle sue aspirazioni di potenza coloniale. Tuttavia, l’estremo isolamento di alcune comunità – dovuto anche alla vita nomade – e le difficilissime condizioni di vita in alcune zone remote, avevano fatto desistere anche i missionari più fervidi. Come scoprirà lo stesso Rasmussen, gli Inuit avevano avuto nel corso di questi secoli contatti con gli europei (come si evinceva facilmente dai fucili che avevano sostituito arco e freccia nella caccia alla renna), ma fondamentalmente di carattere commerciale; poco interesse aveva avuto fino ad allora l’uomo bianco per la cultura e l’acculturazione di queste comunità. L’interesse di Rasmussen, invece, è scientifico, antropologico e storico: vuole conoscere la cultura e produrne memoria scritta, soprattutto a favore di questi stessi gruppi (per i quali prevede grandi cambiamenti con l’avvicinarsi degli europei).

«Fra molti anni questa religione sarà una leggenda e l’uomo bianco avrà appiattito tutto e avrà sottomesso tutto, i paesi e gli uomini, i loro pensieri, le loro visioni e la loro fede. Io mi sento felice perché mi è capitato in sorte di andare di insediamento in insediamento in un’epoca in cui in tutti gli animi c’era ancora una grande spontaneità» (ivi, pagg.296-297).

Leggendo oggi le parole di Knud Rasmussen la fascinazione per queste comunità che vivono in condizioni estreme è grandissima; a cento anni di distanza, in un mondo che sta mettendo profondamente in discussione il suo rapporto con la natura, il suo racconto ci parla di un rapporto privilegiato e imprescindibile tra alcuni esseri umani e una natura feroce e al contempo straordinaria.
di Susanna Di Gioia e Caterina Gatta
fotografie: Società Geografica Italiana
Immagine in copertina: Partenza di Knud Rasmussen da Punta Barrow
