Agognata, sognata, desiderata, la vacanza si è ormai ben radicata nella nostra laica ritualità. I giorni spensierati che ci sottraggono alla grigia routine quotidiana si identificano in quei pensieri felici in cui rifugiarsi, quando tutto fuori e dentro di noi ci sembra un po’ meno luminoso. Pensieri felici che spesso si trasformano in ricordi indelebili di giornate al mare trascorse tutti stretti sotto l’ombrellone, oppure all’ombra di una grande fronda a consumare un imbandito picnic, di pomeriggi di risate spesi a giocare con gli amici a tennis, o alla scoperta di qualche città d’arte dove immortalarsi, finalmente, davanti a qualche meraviglia architettonica che fino ad allora non si aveva avuto ancora l’opportunità di vedere dal vivo.

Sono cambiate le epoche, i contesti e le persone, ma la voglia di spensieratezza, l’illusione di momenti di felicità che solo una vacanza, lunga o breve che sia, può regalarci, sono rimaste più o meno le stesse, identificate da precise situazioni e circostanze che alle volte si cristallizzano in foto che sanno divertirci e farci sorridere, sanno emozionarci, esercitando su di noi quel dolce inganno di poter vestire di eternità non solo noi stessi, ma le nostre emozioni. Oggi, la ricerca a tutti i costi del selfie perfetto rischia di ridurre i luoghi che si visitano, spesso distrattamente, a meri sfondi per ricordi effimeri che si perdono in archivi digitali, i cui guasti o l’obsolescenza, o semplicemente la pigrizia di stampare le foto, rischiano di rendere ancora più fragile la nostra memoria perdendo così il “volto” delle nostre reminiscenze.

Era certamente più usale un tempo – ai giorni nostri quasi una rarità! – non solo il selezionare e stampare le foto, ma scegliere con cura il loro posto negli album di famiglia, dove mettere assieme il puzzle delle nostre esistenze, conferendo una certa “tangibilità” ai nostri ricordi più cari, ai Natali più belli, ai compleanni più memorabili, o alle vacanze più spensierate. Concentrandosi su quest’ultime e immaginando di sfogliare un vero e proprio album di ricordi, come sono cambiate nel tempo e, soprattutto, quando precisamente per gli italiani nacque il concetto di “vacanza”? L’eleganza degli abiti impreziositi da ricami, dettagli, accessori e monili anche di pregio, così come i cappelli delle donne e degli uomini – veri e propri must have dell’abbigliamento sino ai primi anni del Novecento, che venivano utilizzati non solo per ripararsi in determinate condizioni climatiche, ma anche per denotare una certa posizione, identificando persino un certo mestiere o pensiero politico –, ci raccontano di un tempo per lo svago che nei primissimi anni del secolo scorso era un lusso per pochi, riservato per lo più all’aristocrazia e all’alta borghesia. Le mete predilette erano le stazioni termali, le città d’arte, le località di montagna.

Iniziavano a nascere le prime spiagge attrezzate, ma il mare, invece, era ancora concepito più per scopi terapeutici che per svago. I Grand Hotel, sorti proprio tra fine Ottocento e inizi del Novecento, erano le strutture ricettive di questo turismo d’élite, che con il lusso e l’eleganza dei loro arredi e delle forme architettoniche si prestavano ad accogliere più che degnamente i loro ospiti benestanti. L’idea di villeggiatura inizierà concretamente a cambiare tra gli anni Venti e Trenta, quando con l’avvento del Fascismo comincerà a essere promosso il turismo nazionale, e il concetto di villeggiatura andrà a diffondersi anche tra la media borghesia. Sebbene ancora lontano dal cosiddetto “turismo di massa”, la vacanza, dunque, non è più un privilegio aristocratico, ma un’esperienza di massa da incoraggiare, anche se, naturalmente, sottostante il controllo del regime, soprattutto per fini propagandistici: il Fascismo, infatti, mirava a presentare la villeggiatura non solo come un momento di svago, ma anche come occasione per educare e disciplinare le masse.

Nascono le prime colonie marine e montane destinate ai bambini, soprattutto a quelli delle classi popolari, e si istituisce il Dopolavoro Nazionale, poi OND – Opera Nazionale Dopolavoro, che organizzava gite, soggiorni estivi e attività ricreative a basso costo per operai e impiegati. Vengono realizzate le prime infrastrutture turistiche come strutture sciistiche e rifugi alpini in montagna, e pensioni e stabilimenti balneari al mare. Continua a essere, ancora per questo periodo storico, una prerogativa di pochi, ma nell’immaginario degli italiani comincia pian piano a farsi spazio l’associazione della vacanza alla spensieratezza: negli scatti fotografici del tempo possiamo cogliere questo cambio di marcia nel fatto, ad esempio, che non troviamo più solo foto di persone composte finemente imbellettate, ma persone semplici, famiglie o gruppi di amici, immortalati nella loro spontaneità, che sfoggiano sorrisi e condividono con leggerezza il loro tempo libero.

Il secondo conflitto mondiale segnò una vera e propria battuta d’arresto per lo sviluppo di questa nuova dimensione turistica, e la ripresa delle vacanze per gli italiani fu ulteriormente rallentata dalla ricostruzione post-bellica. L’introduzione delle ferie retribuite nel 1948 e il lento miglioramento del tenore di vita permisero agli italiani degli anni Cinquanta di tornare a potersi concedere una vacanza.

Si tornano ad animare case al mare o in montagna che si riempiono di famiglie pronte a superare piano piano la tristezza, i sacrifici e il dolore che avevano dovuto affrontare durante la guerra. Le località balneari, come ad esempio Rimini, cominciano a trasformarsi in mete popolari di villeggiatura, e frotte di famiglie iniziano a riversarsi dalle grandi città nei luoghi attrezzati che diventano teatro di giochi e risate soprattutto dei più piccoli e, in particolare, di quanti tra questi, durante il secondo conflitto mondiale, si erano visti derubati dell’infanzia e della spensieratezza.

Il boom economico, il benessere e la positività degli anni Sessanta fanno esplodere il turismo di massa: è esattamente in questo periodo che nasce per gli italiani il mito della vacanza, simbolo di benessere e modernità, che il cinema e le canzoni estive risuonanti nei jukebox contribuirono a disegnare e ad alimentare. È così che intere famiglie, stipate nelle mitiche auto Fiat, danno vita a veri e propri esodi, anche giornalieri, verso le mete della sudata e meritata vacanza, magari con tutte le leccornie delle mamme, delle zie o delle nonne già pronte per essere consumate sul posto, con “le pinne, fucile ed occhiali” pronti a essere indossati proprio “sulla stessa spiaggia, stesso mare”, e con il cuore speranzoso di poter rincontrare chissà quell’amore dell’estate precedente che si rianima nei ricordi, “abbronzatissima sotto i raggi del sole, a due passi dal mare”, ancora stretta in quell’abbraccio che aveva condotto al fatidico bacio che non poteva non avere il “sapore di sale, sapore di mare”.
testo di Giulia Gonnella – fotografie di Edmondo Di Loreto
Immagine in copertina: Noli (SV), 1910. Verso il confine francese. Il turismo si fa strada: la vacanza come viaggio di piacere
