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L’archeologia cristiana

L’archeologia cristiana è la disciplina scientifica che studia le testimonianze materiali del primo cristianesimo, ossia i reperti realizzati su committenza delle prime comunità cristiane fino all’epoca di Gregorio Magno (VI secolo). I limiti cronologici dell’archeologia cristiana sono, di fatto, limiti convenzionali, condizionati da un lato dalla scarsità di reperti certamente cristiani anteriori al III secolo; dall’altro dal mutamento della società tardoantica, ormai ampiamente cristianizzata e progressivamente orientata verso dinamiche storiche che appartengono al medioevo.

La penuria di dati materiali relativi ai primi due secoli del cristianesimo dipende in larga misura dall’esiguità numerica delle prime comunità: solo a partire dal III secolo il cristianesimo diventa una componente socialmente più rilevante, tale da avvertire la necessità di sviluppare un proprio linguaggio figurativo, di dotarsi di strutture per il culto e di disporre di spazi funerari specifici per la comunità cristiana, quelle che Tertulliano chiama areae sepulturarum nostrarum (Tert., Ad Scapulam 3,1). Oggi questi limiti — soprattutto quelli relativi al termine dell’antichità cristiana — sono più flessibili, anche grazie all’applicazione sistematica del metodo scientifico a contesti locali specifici, che influenzano in modo significativo le forme di inculturazione del cristianesimo nelle singole realtà.

Ritratto di Giovanni Battista de Rossi. Immagine: Wikimedia Commons

Il metodo specifico dell’archeologia cristiana, intesa come disciplina scientifica capace di proporre un sistema di analisi critica dei dati ripetibile e applicabile a più contesti, fu codificato dall’archeologo ed epigrafista Giovanni Battista de Rossi (1822-1894) nella metà dell’Ottocento. De Rossi si forma nell’humus erudito legato alla cosiddetta “scuola romana”. L’intuizione del de Rossi fu comprendere che solo un metodo comparativo — capace di coniugare documentazione diretta e indiretta — poteva costituire una chiave di lettura adeguata a indagare la tarda antichità e, in particolare, l’incidenza del cristianesimo nella società romana.

Roma, catacomba di Priscilla. Dettaglio del Cubicolo della Velata, con immagini del cursus vitae di una fedele. Fotografia: Pontificia Commissione di Archeologia Sacra

Le sue indagini prevedevano, dunque, lo studio accurato delle fonti scritte (incluse quelle agiografiche e documentarie) e la loro comparazione con un’analisi minuziosa dei dati archeologici, al fine di restituire una comprensione quanto più possibile vicina alla realtà storica dei siti. Tale metodo venne applicato in particolare allo studio delle catacombe romane. Man mano che de Rossi individuava i nuclei più antichi dei cimiteri suburbani — celebre è la scoperta della cripta dei Papi nel cimitero di Callisto e della contigua cripta di Santa Cecilia — divenne possibile fondare su dati più solidi una riflessione sul linguaggio figurativo cristiano, anche grazie agli affreschi dei cosiddetti “cubicoli dei sacramenti” (ambienti legati alle fasi centrali del III secolo). Grazie a queste e ad altre scoperte, l’interpretazione dell’arte cristiana delle origini cominciò ad abbandonare un approccio puramente confessionale, che leggeva le immagini unicamente come “difesa della fede”, per collocarle invece nel più ampio panorama artistico della tarda antichità. In questa prospettiva, motivi come il buon pastore, la colomba, gli agnelli, l’orante expansis manibus, i filosofi barbati, i banchetti funebri, tornano a essere compresi entro il linguaggio funerario tardoantico, nel quale l’aldilà beato e la serenità dei defunti costituivano una cifra augurale condivisa.

Roma, catacombe dei SS. Marcellino e Pietro. Immagine del Buon Pastore, di artista sconosciuto, III sec. d.C. Fotografia: Wikimedia Commons

Studi successivi, tra i quali quelli di Fabrizio Bisconti, hanno inoltre messo in evidenza come parte di questo repertorio affondi le radici anche nell’iconografia “del reale” e nelle forme dell’arte popolare romana: i banchetti non sono necessariamente da intendersi come mense eucaristiche, ma possono riflettere i refrigeria, i pasti commemorativi celebrati in onore del defunto nel dies natalis, il giorno della memoria della morte, ossia della sua nascita al cielo. Nel linguaggio figurativo entrano anche temi di origine vetero e neotestamentaria. L’arte cristiana delle origini non appare, in generale, cruenta, ma orientata alla speranza della salvezza promessa da Cristo: vengono scelti episodi che alludono alla liberazione già avvenuta.

Il desiderio di pace, sicurezza e vita traspare anche nei formulari epigrafici cristiani: dalle prime iscrizioni funerarie caratterizzate dal cosiddetto “laconismo arcaico” (ossia composte dal solo nome, talvolta seguito da un breve augurio di pace), si passa, soprattutto dopo la svolta costantiniana, a testi più articolati nei quali emergono dati biografici (gli anni di vita, le cariche civili o ecclesiastiche, gli anni di matrimonio) e formule ispirate a preghiere, ai salmi e alle professioni di fede.

Siria, Dura Europos. Ricostruzione dell’ambiente battesimale della domus ecclesiae. Immagine: CC0 Wikimedia Commons

La realtà storica studiata dall’archeologia cristiana si completa con l’analisi delle trasformazioni dello spazio urbano e suburbano legate all’affermazione del cristianesimo, soprattutto attraverso i grandi monumenti di committenza cristiana, in particolare le chiese. Sebbene i grandi cantieri basilicali si sviluppino dopo l’Editto di Milano (Rescritto di Licinio) del 313 d.C., è plausibile che già nel III secolo esistessero luoghi di riunione per la synaxis liturgica e la catechesi, le cosiddette domus ecclesiae, delle quali restano pochi esempi; tra i più rilevanti è quello di Dura Europos (Siria), databile alla metà del III secolo.

La prima grande basilica romana secondo un modello destinato a lunga fortuna viene tradizionalmente collocata nell’età costantiniana: la Basilica del Salvatore, oggi comunemente nota come San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma, ma a questa stessa epoca sono da ascrivere le grandi basiliche funerarie del suburbio romano note come “circiformi” o “a deambulatorio”, per la peculiare conformazione che vede le navate laterali congiungersi dietro al presbiterio, e i grandi santuari dell’ecumene antico, tra cui la basilica della Natività a Betlemme, il Santo Sepolcro a Gerusalemme o l’Apostoleion a Costantinopoli. E ancora battisteri, chiese titolari (una sorta di proto-parrocchie), chiese devozionali, strutture per la carità e l’accoglienza, come diaconie e xenodochi, monasteri, punteggiano il panorama delle città del Mediterraneo che si connotano sempre più come fortemente cristianizzate, traguardando il medioevo europeo.

La basilica e l’edicola del Santo Sepolcro a Gerusalemme in una raffigurazione del 1149. Immagine: Wikimedia Commons

Ancora oggi, l’archeologia cristiana è una disciplina che si approfondisce attraverso un percorso di preparazione dedicato e del tutto unico, impartito presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana (PIAC). Si tratta di una scuola dottorale della Santa Sede, fondata da Papa Pio XI l’11 dicembre del 1925. In tal senso, particolarmente illuminante è la Lettera Apostolica di Leone XIV, promulgata l’11 dicembre 2025, in occasione del centenario del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana: il documento reimposta programmaticamente lo statuto epistemologico dell’archeologia cristiana come sapere storico dotato di ricadute teologiche, formative e culturali. In primo luogo, il Papa insiste sul fatto che l’archeologia sia “componente imprescindibile” per l’interpretazione del cristianesimo e, di conseguenza, per la formazione catechetica e teologica, perché la fede cristiana è strutturalmente legata all’incarnazione storica e, dunque, alla materialità di luoghi, tempi e culture in cui essa si è iscritta. In secondo luogo, la Lettera respinge l’idea di un sapere per specialisti: l’archeologia cristiana non è “riserva per pochi”, ma “risorsa per tutti”, capace di educare alla memoria e di diventare un “ministero di speranza”, non come rifugio antiquario, bensì come radicamento critico del presente e costruzione del futuro.

Il palazzo del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana a Roma

In terzo luogo, il Papa lega esplicitamente questa vocazione “pubblica” della disciplina a una responsabilità istituzionale, indicando nella cooperazione scientifica una forma di servizio ecclesiale. Infine, viene ribadito che l’aggettivo “cristiana” non va inteso in senso confessionale riduttivo, ma come qualificazione epistemologica e professionale della disciplina; e che, proprio perché l’archeologia cristiana studia un’epoca di Chiesa ancora sostanzialmente “unita”, essa può costituire un terreno concreto per l’ecumenismo e per una “diplomazia della cultura” che favorisca il riconoscimento delle origini comuni e la costruzione di ponti nel dibattito contemporaneo.

di Domenico Benoci

Immagine in copertina: Tra le più precoci attestazioni materiali della fede cristiana è annoverato il cippo funerario di Abercio, vescovo di Hierapolis, dove il presule si definisce “discepolo del casto Pastore” (170-200 d.C.). Ritrovato in Frigia nel 1883, è oggi esposto nei Musei Vaticani. Fotografia: museivaticani.va

 

Autore

  • Domenico Benoci è un archeologo cristianista, docente di Archeologia Cristiana presso l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma. Consegue la laurea triennale in Scienze dell'Archeologia presso Sapienza Università di Roma nel 2013; quindi la laurea magistrale in Scienze dell'Archeologia e Metodologia della Ricerca storico-archeologica presso l' Visualizza tutti gli articoli