È pensiero diffuso collegare, nell’immaginario comune, l’antica Roma alla sola età imperiale, tralasciando di netto l’Età Repubblicana, iniziata nel 509 a.C. e terminata nel 27 a.C., nella quale Roma è andata a realizzare le maggiori conquiste della sua storia. È bene chiedersi, a questo punto, quale fosse la struttura dello stato, le magistrature locali e centrali, e come funzionava la vita politica. In questa sede non prenderemmo in considerazione gli scontri tra patrizi e plebei, ma partiremo concettualmente dal 367 a.C. quando tale rivalità si era risolta con l’accettazione dei plebei ricchi all’interno della vita politica da parte dei patrizi.

L’assetto istituzionale di Roma Antica
L’assetto istituzionale che si formò nel corso del IV secolo resse, sostanzialmente, sino alla fine della Repubblica e generò istituzioni politiche, naturalmente in parte trasformate, ancora oggi in uso. Roma, divenuta padrona indiscussa della Penisola, aveva, però, mantenuta intatta la struttura di città-stato. Il suo governo era da anni costituito da un insieme variegato di magistrature, con competenze ben definite ed esercitate in autonomia da ciascuna di esse. Va detto, per fare chiarezza, che esso non si presentava come un governo nell’accezione acquisita oggi dal termine, poiché mancava di unità direzionale e continuità, che invece erano assicurate dal Senato e della omogeneità della classe dirigente. Nell’antica Roma vi era una gerarchia magistratuale, non sempre rigidamente rispettata, e un cursus honorum conseguente, che raramente portava realmente al consolato. Alcune di queste magistrature sopravvissero alla fine della Repubblica, in ordine di importanza nel cursus honorum: il consolato, la pretura, il tribunato plebeo, l’edilità, la questura e il tribunato militare. Il cursus honorum era ben strutturato e organizzato, al suo interno conteneva un insieme sia di cariche politiche che militari. Va detto, infatti, che nel mondo romano non vi era il distinguo, oggi palese, tra un senatore e un generale, solo per fare un esempio, poiché si tratta di una civiltà che nasce e si sviluppa come militarizzata, costantemente in guerra. Ogni ufficio del cursus honorum aveva un’età ben stabilita per accedervi, ed un intervallo minimo per ottenere la carica successiva, oltre a leggi che proibivano di reiterare un particolare ufficio. Tale regolamento così ferreo, iniziò a disgregarsi con l’inizio delle Guerre Civili e ancor prima con l’entrata sulla scena politica di Gaio Mario.

Parlando di tale periodo storico non è possibile tralasciare la figura dell’homo novus che emerse con prepotenza proprio negli ultimi due secoli di vita della Repubblica. Per definizione, l’homo novus era colui che proveniva da una famiglia in cui nessuno mai aveva rivestito alcuna carica pubblica. L’incorporazione delle istituzioni plebee nelle istituzioni originarie della Repubblica generò un singolare sistema di governo. Vi erano magistrature dotate dell’imperium, cioè il comando militare, ed erano la pretura e il consolato. Tali magistrature, inoltre, avevano il potere di proporre leggi e di convocare i comizi centuriati. Poi, come tutte le altre magistrature, anche queste avevano poteri di loro competenza, ad esempio potevano applicare sanzioni ai renitenti alla leva. L’imperium era un potere enorme, teoricamente senza limiti. Nella riforma del 366 a.C. il pretore assunse compiti più legati alla vigilanza urbana che al vero e proprio potere militare. Mentre il consolato andò accrescendo il suo potere. Le magistrature minori, prive di imperium, assolvevano a funzioni più burocratiche a livello cittadino. Avevano competenze giudiziarie e finanziarie i questori, ai quali spettava il controllo del tesoro pubblico e l’amministrazione della giustizia penale.

Il cursus honorum
Il gradino più basso della scala del cursus honorum era, però, costituito dal Tribunus militum una sorta di ufficiale dell’esercito romano. Chi era stato prima Tribuno e poi Questore, giunto a trentasei anni poteva candidarsi per l’elezione ad una delle quattro cariche di edile. Questi erano magistrati eletti per condurre gli affari interni di Roma. Ogni anno, venivano eletti due edili curuli (formati dal 367/366 a.C.) e due edili plebei (dal 471 a.C.). Altra carica assai importante per la vita politica di un plebeo, pur non facendo parte del cursus honorum, era il Tribunato della plebe. Erano eletti dal Concilium plebis. I tribuni, anch’essi riuniti in un organo collegiale la cui carica aveva durata di dodici mesi, potevano proporre plebisciti con valore generale di legge, convocare comizi tributi e sedere in senato.
Vi erano poi le magistrature di ordine superiore: la pretura, il consolato e la censura. Tra coloro che avevano già ricoperto magistrature inferiori del cursus honorum e di età superiore ai trentanove anni, ogni anno, erano eletti sei pretori. Avevano principalmente responsabilità giudiziarie a Roma, potevano anche comandare le armate provinciali ed eventualmente presiedevano i tribunali. Di solito si candidavano con i consoli di fronte all’assemblea dei comizi centuriati. Come si è già detto, il loro imperium fu diminuito di potere già a partire dal III secolo a.C.
La carica più alta del cursus honorum, come già detto in precedenza, era il consolato. L’età minima era quarantadue anni; erano eletti due consoli ogni anno. Un’altra carica che poteva esercitare grande potere era quella del censore, che era preposto al censimento ogni cinque anni, durante il quale poteva nominare nuovi senatori o anche eliminarne di vecchi. Ne venivano eletti due per una durata di diciotto mesi. Solo chi aveva ricoperto il consolato poteva essere eletto censore. L’ultima carica, la quale ha però una valenza eccezionale, essendo legata a circostanze particolari, è quella del dittatore. Eletto solo in caso di estremo pericolo dello stato, restava in carica per sei mesi e deteneva nelle sue mani tutti i poteri.

La politologia romana negli studi di Giuseppe Zecchini
Sino ad ora si è parlato delle magistrature romane, ma cosa si può intendere con il termine politica, nell’accezione odierna, nell’antica Roma? Per dare una risposta a tale quesito risulta fondamentale la pubblicazione di Giuseppe Zecchini, Il pensiero politico romano. Dall’età arcaica alla tarda antichità, edita da Carocci nel 2018. Tale lavoro si presenta come del tutto originale e pionieristico, poiché prima di esso – fatti rari esempi come il tentativo di Mario Pani con La politica in Roma antica e Il costituzionalismo a Roma -, nessuno aveva mai realmente cercato ti ricostruire una storia della politologia romana. Zecchini fa originare il suo discorso dal fatto che il pensiero politico romano nasce e si sviluppa in stretta connessione con la sfera giuridica e religiosa. Inoltre, va detto che la politica romana e la riflessione stessa che si sviluppa su di essa originano da presupposti di carattere metapolitico. La storia di Roma e con essa la struttura dello stato stesso originano proprio dal diritto, e non a caso la prima testimonianza dell’architettura ideologica è senz’altro da rintracciare nelle duodecim tabularem leges. Da tale base giurisprudenziale emerge chiaramente il principio dello ius provocationis, il diritto di appello valido per ogni singolo cittadino romano, e viene implicata la subordinazione delle esigenze politiche al Sacro.

L’azione politica deve sempre agire secondo la pietas in modo tale da non inimicarsi mai il divino. Sull’inscindibile legame che tiene assieme politica, religione e diritto si sviluppa la Weltanschauung romana, caratterizzata dalla volontà di coniugare tradizione e innovazione. Molti romani sostenevano che un sistema politico come quello romano, spesso tutto volto al divino, doveva avere basi in grado di adattarsi con flessibilità alle mutevoli circostanze esterne, facendo dell’innovazione il principale criterio dell’agire politico. Dunque una politica basata sulla tradizione, ma anche sempre pronta a rinnovarsi. I romani erano sempre stati attratti dal nuovo, infatti, avevano gradi capacità di adattamento e riorganizzazione. Spesso, però, proprio per tale propensione al nuovo, vi era il pericolo di uno snaturamento. In quest’ottica rientra anche il particolare rapporto di “amore ed odio” che ebbe con la Grecia. La politica romana e la sua vivacità andarono di pari passo con le nuove conquiste: ogni volta che le conquiste esterne si arrestavano, internamente si avevano frizioni sociali e partitiche come quelle tra Gaio Mario e Silla, prima, e quelle tra Cesare e Pompeo, poi.
Zecchini nel suo volume ripercorre tutta la storia di Roma attraverso la sua politica e accingendosi a chiudere il volume mette in evidenza come il pensiero utopico degli ultimi senatori pagani è di estremo interesse, poiché posto a testimonianza della tenace resistenza che vi fu da parte degli esponenti della tradizione romana, che cercò in ogni modo di sopravvivere anche alla storia.

La politica nell’antica Roma fu un fenomeno estremamente complesso sempre in bilico tra tradizione ed innovazione, e rivolto ad un divenire insito proprio nella sua natura. L’opera di Zecchini non mette la parola fine agli studi politologici romani, anzi apre nuove opportunità per ulteriori ricerche.
di Riccardo Renzi
Bibliografia:
A. Murero, Le magistrature di Roma antica, Roma, Forzani e C., 1888, p. 4
Clemente, Guida alla storia romana, Milano, Mondadori, 2011, p. 117
Cascarino, L’esercito romano. Armamento e organizzazione, Vol. I – Dalle origini alla fine della repubblica, Rimini, 2007, p. 76
M.Le Glay, J.L.Voisin, Y.Le Bohec, Storia romana, Bologna 2002, p. 67
E. Paoli, Vita romana. Usi, costumi, istituzioni, tradizioni, Milano, Mondadori, 2017, p. 13
Zecchini, Il pensiero politico romano. Dall’età arcaica alla tarda antichità, Roma, Carocci, 2018
