Nel mese di luglio 2025 l’Italia ha raggiunto il traguardo di sessantuno siti riconosciuti e iscritti nella lista UNESCO. L’ultimo in ordine è il sito seriale “Tradizioni funerarie della Preistoria della Sardegna: le Domus de Janas”. Questo sito si estende su tutta l’area della Sardegna, concentrato in particolare nella parte centro-settentrionale, nella provincia di Sassari, e rappresenta un unicum nel bacino del Mediterraneo. Si contano tremilacinquecento aree che costituiscono un patrimonio monumentale della più antica memoria mediterranea di inestimabile importanza. Una parte di esse è decorata con i simboli delle credenze sull’aldilà e delle pratiche rituali connesse, rappresentando un’importante testimonianza della civiltà prenuragica sarda.

Le tecniche decorative sono varie: la scultura a bassorilievo e anche a falsorilievo in molti ipogei, l’incisione con la tecnica a martellina, lineare, a polissoir (figurativi, animali e astratti, generalmente segmenti, croci, labirinto), e puntinato, ecc. I colori che predominano in queste tombe sono il rosso e il giallo ocra, ma anche il grigio antracite.
Le Domus de Janas, letteralmente “case delle fate” sono tombe ipogee scavate nella roccia che risalgono al Neolitico (IV millennio a.C.) e sono ascrivibili alla cultura di Ozieri. Denominate con questo termine di fantasia popolare come abitazione delle Janas, esseri sovrannaturali e misteriose “figlie delle tenebre”, esse erano conosciute fin dal secolo scorso. La tradizione sarda vuole che un tempo sull’isola vivessero delle benefiche figure femminili, le Janas appunto, impegnate nella tessitura a filo d’oro. Si lasciavano vedere senza nascondersi, ballavano e seducevano gli uomini, e le loro case erano scavate nella pietra. L’etimologia potrebbe derivare anche da Janus, divinità romana degli inizi, delle porte e dei passaggi, sia materiali che immateriali, che viene rappresentato con due volti: il famoso Giano Bifronte, uno che guarda al passato e uno al futuro.


Questi siti testimoniano le pratiche funerarie, le credenze religiose e l’evoluzione sociale delle comunità neolitiche sarde attraverso la varietà architettonica (riproduzioni di soffitti, pilastri, ecc.) che le caratterizza, la complessità decorativa e l’evoluzione planimetrica. Un esempio di notevole importanza, sia dal punto di vista architettonico che decorativo, è senza dubbio la necropoli di S. Andrea Priu che dista pochi chilometri da Bonorva ed è formata da una ventina di tombe scavate nella parete verticale di un costone che si affaccia sulla piana di Santa Lucia.

Di grande interesse sono alcune tombe: la Tomba del Capo, la Tomba a Capanna e la Tomba a Camera, nelle quali si possono ammirare elementi architettonici come pilastri, colonne, lesene, architravi, soffitti, ecc. La Tomba del Capo, esplorata dal Taramelli, è formata da ben diciotto vani disposti attorno ad un nucleo centrale, tre di essi sono particolarmente vasti. Era dotata di una grande scala scavata nella roccia posta a breve distanza dalla posizione originale a causa di un crollo naturale. Dall’atrio, a pianta rettangolare con una copertura piana, si accede all’anticella semicircolare il cui soffitto è decorato da scanalature radiali. Nel pavimento sono ricavati alcuni loculi risalenti all’epoca paleocristiana e medievale. La cella anch’essa di forma rettangolare presenta ancora un soffitto piano sostenuto da una copia di colonne, mentre sulle pareti si trovano evidenti strati di affreschi riferibili all’epoca romana (molto intenso il ritratto di quella che possiamo individuare come una matrona) e paleocristiana.

Analizzando le decorazioni e le trasformazioni di questa tomba, gli archeologi hanno potuto ricostruire l’utilizzo per un lunghissimo arco di tempo dal Neolitico recente, passando per l’età del Rame e del Bronzo fino alle epoche romana e paleocristiana. Nel 1313 fu intitolata a Sant’Andrea e i tre ambienti furono destinati rispettivamente a nartece (per i catecumeni), aula (per i fedeli già battezzati) e presbiterio (sacerdoti) mantenendo la funzione originaria come nell’epoca preistorica sia per il culto che per le sepolture.

Il ciclo pittorico all’interno dei vani tratta scene del Nuovo Testamento, la nascita e l’infanzia di Gesù raccontate nel Vangelo di Luca. Gli episodi narrano l’Annunciazione dell’Angelo a Maria, la mano del Signore, la visita di Maria a Elisabetta, la nascita di Gesù, la presentazione di Gesù al Tempio, la Sacra Famiglia, la strage degli innocenti, il ritorno dall’Egitto della Sacra Famiglia. Al centro dalla parete è raffigurato il Cristo benedicente racchiuso all’interno della mandorla; alla destra di Cristo sono rappresentati i cinque apostoli, mentre ai lati dell’abside si trovano le figure di san Giovanni Battista e della Vergine.

Con questo sito diffuso l’Italia conferma la sua straordinaria ricchezza e varietà di testimonianze antropiche su tutto il territorio nazionale, distribuite su di un arco temporale particolarmente esteso.
di Doina Ene
