L’operazione estetica del pop, nelle sue diverse forme e declinazioni, mira a congelare il flusso potenzialmente ininterrotto delle informazioni visive e a fermare un’immagine, che diviene così essa stessa componente del flusso e sua interferenza. L’opera pop è iconografica perché deve entrare in circolo, affermare una permanenza fittizia nella generale impermanenza dei messaggi. Esiste un solo flusso, un unico messaggio, qualunque sia il medium: l’artista ne isola un frame caratteristico. Questo può sedimentarsi nel repertorio collettivo d’immagini diventando così riconoscibile a prima vista. È l’obiettivo sostanziale della pubblicità. Ma l’estetica del frammento è parte della vita quotidiana, delle relazioni sociali e del web.

Scrivo questo articolo utilizzando le note virtuali di un cellulare, interrotto di tanto in tanto da uno spot pubblicitario. Sono in piedi su un autobus, poggiato contro un corrimano, in equilibrio precario: lo sguardo sul display non mi impedisce del tutto di registrare le immagini di contorno, spezzoni di paesaggio urbano e frammenti di passeggeri. Lo stesso, presumo che avvenga per loro, assorti nella contemplazione dello schermo: io sono parte, di scorcio, del loro paesaggio visivo, ne sono un frammento involontario nel corso del viaggio. L’interruzione è il tratto più caratteristico della comunicazione contemporanea, della fruizione del messaggio e del suo decadimento: a questa natura evanescente fanno apparente contrasto la serialità esasperata e la ripetizione. Sebbene frammentario, il messaggio finisce per arrivare a destinazione, come l’autobus al suo capolinea.

Osserva Greenberg che nella cultura di massa non c’è nessuna discontinuità tra arte e vita mentre Lichtenstein afferma che il suo lavoro non riguarda la forma, ma la visione, riferendosi all’atto e alla modalità del vedere. Con le sue opere, tratte da fumetti dozzinali, Lichtenstein ingigantisce il frammento enfatizzando la convenzionalità delle soluzioni formali e la banalità dei contenuti, ma riscattando il tutto attraverso la raffinatezza e l’ambiguità della sua operazione estetica. Non c’è condanna dell’espressione popolare, dei suoi logori pattern iconografici: c’è solo l’ingrandimento del frame, riprodotto fedelmente con i mezzi della pittura “alta”. Se Warhol esplora la decadenza dell’immagine, reiterata ossessivamente fino a perdere di significato pur restando riconoscibile, Lichtenstein costruisce un’estetica del frammento, isolato dalla sequenza narrativa di cui fa parte per essere recuperato in quanto tale, mediante una messa a fuoco provvisoria che lo trasforma in icona, spazzatura che diviene opera d’arte, prodotto di massa destinato paradossalmente alle élites.

L’operazione di Koons richiama, per certi versi, quella compiuta molti anni prima da Oldenburg. All’apparenza è di segno opposto: mentre Oldenburg rende morbidi e leggeri oggetti rigidi e relativamente pesanti, Koons, in particolare con la celebre scultura che s’ispira a un palloncino per bambini a forma di cane, trasforma in acciaio la gomma e rende scintillante la superficie opaca. Entrambi ingigantiscono l’oggetto quotidiano sottraendolo al consumo visivo e al deperimento materico, ma Koons immette nella sua opera connotati emozionali che Oldenburg, più vicino allo spirito dissacratorio del new dada, ignora programmaticamente.

Anche Murakami partecipa di questo appiattimento formale e sostanziale del messaggio utilizzando un linguaggio in cui anime, manga e pittura tradizionale giapponese sono sullo stesso piano: i suoi fiori gioiosi e inquietanti, che invadono l’intero campo visivo sono variazioni di un modello infantile, stilizzato e ossessivo.

Sul web è facile imbattersi nell’animazione di quadri famosi, in cui i personaggi ritratti, costretti ed eternati nella posa, riacquistano virtualmente la loro natura di persone reali: sorridono, si sciolgono i capelli, si passano una mano sul volto e così via. L’operazione è portata all’estremo nella cosiddetta arte immersiva: le opere d’arte sono proiezioni abnormi di se stesse: le osserviamo dissolversi e ricomporsi in una fantasmagoria di luci che ci cattura e ci fa dimenticare l’esperienza concreta del quadro originario. La democratizzazione dell’esperienza estetica coincide con la scomparsa dell’opera, il suo ridursi a illusione e miraggio di se stessa.
Il frammento si anima svanendo, eco incorporea di un oggetto desacralizzato ma pur sempre accattivante. È forse questo l’ultimo stadio della sua e della nostra dissoluzione nel flusso percettivo dell’esistenza.
di Stefano Iatosti
Immagine in copertina: Roy Lichtenstein, Wham! (1963) – Ripresa fotografica per la mostra tenutasi tra il 19 e il 23 settembre 2018 al Centro Comercial Colombo di Lisbona – Immagine: GualdimG, CC BY-SA 4.0 Wikimedia Commons
