A Fermo la mostra “Cinéma mon amour” ha celebrato il fotografo che ha raccontato il Novecento attraverso volti, relazioni e verità lontane dal glamour. A dieci anni dalla scomparsa, Mario Dondero torna protagonista con una mostra che ne restituisce l’anima più autentica. “Cinéma mon amour”, allestita al Terminal Dondero di Fermo, dal 14 febbraio al 12 aprile 2026, rientra nelle iniziative per ricordare il decennale della morte del fotografo, avviate il 13 dicembre 2025 con la presentazione del libro Mille parole. Scritti sparsi (Affinità elettive, 2025).

Curata da Cristina Iacoponi e Francesco Pascali, con la supervisione di Pacifico D’Ercoli e Laura Strappa, l’esposizione raccoglie circa cento fotografie che raccontano il mondo del set come spazio di relazioni, tensioni creative e incontri. Il bianco e nero, cifra stilistica di Dondero, diventa linguaggio narrativo capace di restituire la profondità dei legami che si intrecciano dietro ogni film. Non si tratta di immagini patinate o costruite: Dondero coglie attori e registi nella loro dimensione più fragile e quotidiana.

I volti di interpreti come Isabelle Huppert, Gian Maria Volonté, Claudia Cardinale e Jean-Louis Trintignant emergono liberi da ogni artificio, restituendo un’intimità rara. Accanto a loro, i grandi cineasti: Andrej Tarkovskij, Agnès Varda, Marco Bellocchio, lo spazio si apre anche a figure meno note, in linea con l’attenzione costante del fotografo verso chi resta ai margini dei riflettori.

Uno degli elementi più significativi della mostra è la presenza di scatti inediti, frutto del lavoro dell’Associazione Altidona Belvedere – Fototeca Provinciale di Fermo, custode dell’archivio Dondero. Tra queste, anche immagini a colori, che rivelano un aspetto meno conosciuto della sua produzione. Le fotografie accompagnano il visitatore tra i set di film che hanno segnato la storia del cinema, come 8½ di Federico Fellini o Il mare. Un focus speciale è dedicato a quattro set raccontati in forma quasi monografica: Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci, Yankee, Molière e La Bibbia. Qui la fotografia diventa racconto continuo, capace di seguire il processo creativo nella sua evoluzione, tra attese, prove e momenti sospesi. Non manca un omaggio a Pier Paolo Pasolini, amico e interlocutore privilegiato di Dondero, così come un richiamo alla Mostra del Cinema di Venezia 1966, simbolo di un’epoca di straordinaria vitalità artistica.

Ma, per comprendere pienamente questa mostra, è necessario tornare alla biografia del suo autore. Nato nel 1928, Dondero attraversa alcune delle fasi più cruciali del Novecento con uno spirito libero e profondamente etico. A soli sedici anni sceglie di unirsi alla Resistenza, esperienza che segnerà in modo indelebile il suo sguardo sul mondo. Negli anni Cinquanta inizia a collaborare con importanti testate italiane, per poi trasferirsi a Parigi, dove vivrà a lungo lavorando con giornali come Le Monde e Le Nouvel Observateur. Per Dondero, la fotografia non è mai fine a sé stessa. È uno strumento per entrare in relazione con gli altri, per testimoniare la realtà e renderla condivisibile. Durante la sua carriera ha immortalato uomini e donne in terre di guerra, con cui ha sentito di condividere l’impegno civile e politico. Ritiene la fotografia un mezzo, attraverso il quale poter documentare la realtà, come ha dichiarato durante un’intervista: “Deve sempre rimanere chiaro, che per me fotografare non è mai stato l’interesse principale. Ancora oggi non mi reputo un fotografo tout court. A me le foto interessano come collante delle relazioni umane, o come testimonianza delle situazioni. Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono”.

Nei suoi scatti non c’è ricerca estetica fine a sé stessa, ma una tensione continua verso la verità. Questo approccio emerge anche nelle immagini esposte a Fermo. Dondero spesso arrivava sul set perché amico di registi e attori, e scattava per il piacere di osservare e raccontare. Proprio questa libertà gli ha permesso di cogliere momenti autentici, lontani da ogni costruzione.
L’Associazione Culturale Altidona Belvedere, inizia a lavorare assieme a Mario nel 2013, dando vita al suo archivio, composto da 180.000 diapositive a colori e circa 270.000 scatti in bianco e nero. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2015, l’intero archivio – composto da centinaia di migliaia di fotografie – è stato affidato alla Fototeca Provinciale di Fermo, città in cui aveva scelto di vivere. Un patrimonio immenso, dichiarato di interesse storico, che continua a generare nuove ricerche e progetti espositivi. “Cinéma mon amour” si inserisce in questo percorso di valorizzazione, offrendo non soltanto una selezione di immagini, ma una vera e propria riflessione sul senso del fare fotografia. In un’epoca dominata dall’immagine immediata e spesso superficiale, lo sguardo di Dondero invita a rallentare per poter riconoscere nell’altro una storia degna di essere raccontata. I suoi scatti non appartengono soltanto al passato: continuano a parlarci, con discrezione e forza, del nostro modo di stare al mondo.
di Barbara Palombi
