C’è una collina, a Napoli, dove scienza e astronomia sono di casa da oltre due secoli. Un luogo dove scienziati e re hanno sognato stelle e altri mondi scrutando il cielo con strumenti bellissimi. Da qui, nel 1857, “partì” la prima donna diretta alla Luna e qui fu scoperto (fra gli altri) un corpo celeste talmente straordinario da meritarsi una missione della NASA. Gli spagnoli chiamavano Miratodos questa collina affacciata sul Golfo di Napoli, perché da lì la vista del cielo quasi non ha ostacoli.

Oggi è la collina di Miradois dove, nel 1812, fu fondato il Real Osservatorio Astronomico di Capodimonte, espressamente progettato da un astronomo per essere un osservatorio. Era la prima volta che accadeva in Italia.
Agli inizi dell’Ottocento l’astronomo Franz Xaver von Zach lo definì “il Vesuvio dell’Astronomia” e ancora oggi che è confluito nell’Istituto Nazionale di Astrofisica, è tra i più importanti d’Italia e uno dei pochi dove si conducono ricerche in ogni campo dell’astronomia.


Fin dal 1735 Carlo di Borbone istituisce a Napoli la prima cattedra di astronomia, ma in città manca ancora un vero osservatorio e gli studiosi si arrangiano in strutture ricavate all’interno di ville private o istituti religiosi. Dopo un primo, fallimentare, tentativo del 1807 di porre rimedio a questa situazione, nel marzo 1812 sembra che le stelle siano davvero a portata di mano degli scienziati, grazie a un giovane e brillante astronomo, Federigo Zùccari, segnalato dalla Reale Accademia delle Scienze, che convince Gioacchino Murat (nuovo re di Napoli e cognato di Napoleone) a costruire un grande osservatorio astronomico. Zùccari sa bene cosa serva a chi studia il cielo e così, individuato il luogo più adatto, spiega la sua idea a Stefano Gasse, tra i migliori architetti napoletani dell’epoca. Tradotta in marmo, mattoni e ferro nello stile neoclassico tanto in voga a quel tempo, quell’idea diventa “un magnifico monumento di architettura e un tempio degno di Urania”, ancora oggi considerato il più bell’osservatorio del mondo per il perfetto connubio di eleganza e funzionalità. Purtroppo, però, per una serie di intoppi e vicende politiche, ben presto i lavori si fermano e né Murat (fucilato nel 1815), né Zùccari (stroncato dalla tubercolosi nel 1817 a soli 34 anni) vedranno mai l’opera completata. Sarà Ferdinando I di Borbone, tornato sul trono dopo la tempesta napoleonica, a terminare l’Osservatorio che entrerà in funzione nel 1819, affermandosi subito come uno dei poli scientifici più prestigiosi d’Italia, grazie anche agli ottimi strumenti di cui viene dotato e agli scienziati di prim’ordine che vi lavoreranno.

I primi strumenti, ordinati già al tempo di Murat al Reichenbach di Monaco, uno dei migliori costruttori d’Europa, arrivano a Napoli prima ancora che l’edificio sia completato. Si aggiungeranno quelli del 1820, a formare una dotazione della quale il famoso astronomo Giuseppe Piazzi, chiamato a terminare i lavori, scriverà: “Strumenti ve ne ha gran copia così di fissi come di mobili… e formano la più bella e preziosa collezione che mai non ho veduto in altr’osservatorio”. Oggi la collezione degli strumenti antichi è esposta nel bellissimo Museo dell’Osservatorio e costituisce una memoria storica e scientifica che copre oltre duecento anni. Così come la biblioteca, un vero tesoro di circa quarantamila volumi con alcune migliaia di testi precedenti al 1831 e gioielli assoluti come l’incunabolo di Ioannes de Sacrobosco del 1488, la rarissima prima edizione del De Revolutionibus Orbium Coelestium di Copernico del 1543 o una delle quattro copie scampate ai roghi dell’Inquisizione della Lettera sopra l’opinione de’ Pitagorici di Paolo Antonio Foscarini.
E poi ci sono gli scienziati, come Carlo Brioschi che già dal 1821 inserisce l’Osservatorio in uno dei più importanti dibattiti scientifici dell’epoca, quello sulla variazione di latitudine. O come Ernesto Capocci che, invitato dall’Accademia di Berlino a collaborare alla stesura di una nuova carta celeste, in tre anni compie quarantamila osservazioni individuando settemilanovecento stelle, ben milletrecento in più di quelle rilevate da Inghirami a Firenze.


Ma Capodimonte riserva anche sorprese… fantascientifiche. Nel 1857, infatti, Capocci pubblica la Relazione del primo viaggio alla Luna fatto da una donna l’anno di grazia 2057, una storia in cui immagina, con una scelta rivoluzionaria per l’epoca, che il primo essere umano a raggiungere la Luna sia una donna di nome Urania che vi arriva sparata da un cannone, precedendo di ben otto anni Dalla Terra alla Luna di Jules Verne. E, ancora, Annibale de Gasparis, l’astronomo e matematico che nel 1852 riceve la Medaglia d’Oro della Royal Astronomical Society per i numerosi corpi celesti che scopre da Capodimonte. Tra questi, il 17 marzo 1852, un asteroide che battezza Psyche e che gli vale il Premio Lalande dell’Accademia delle Scienze di Francia. Ancora oggi è l’unico ad aver ricevuto questo premio per ben cinque volte di fila. E proprio Psyche si è rivelato, poi, un oggetto talmente straordinario da indurre la NASA, nel 2023, a lanciare una sonda che lo raggiungerà nel 2029 per studiarlo.


Oggi la storia dell’Osservatorio di Capodimonte continua con la partecipazione ai più importanti programmi di ricerca da terra e dallo spazio, in collaborazione con le maggiori organizzazioni internazionali come l’European Southern Observatory e l’European Space Agency. Missioni come la Comet Interceptor (la prima a visitare una cometa proveniente dai confini del Sistema Solare), GAIA (per tracciare una mappa tridimensionale della nostra galassia), Solar Orbiter (che ha studiato il Sole più da vicino di qualsiasi altra sonda) e i progetti per i telescopi sulle Ande cilene come il Very Large Telescope, il New Technology Telescope e lo straordinario Extremely Large Telescope che nei prossimi anni sarà il più grande occhio puntato da Terra sul cielo mai realizzato.
a cura di Roberto Besana
testo di Romualdo Gianoli – fotografie: INAF – Osservatorio Astronomico di Capodimonte
Immagine in copertina: Cerchio Meridiano di Repsold, Amburgo, 1869-70, uno dei più grandi e meglio conservati in Europa. È collocato in una cupola esterna dell’Osservatorio
