Marina Abramović. L’arte che si fonde in un tutt’uno con la vita

Marina Abramovic
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«L’appartamento era buio, fatto che mi rese felice: significava che mia madre era andata a dormire e che non dovevo affrontarla. Poi accesi la luce e la vidi. Sedeva al tavolo del soggiorno con la sua uniforme da lavoro: giacca a doppiopetto con una spilla sul bavero, capelli raccolti a chignon. Aveva la faccia alterata dalla rabbia. Perché? Durante l’inaugurazione qualcuno le aveva telefonato per dirle: “C’è sua figlia nuda sulle pareti del museo.” Cominciò a urlare. Come potevo fare delle opere così disgustose? – chiese. Come potevo umiliare la nostra famiglia in questo modo? Non ero meglio di una prostituta, – sibilò. Poi afferrò un pesante posacenere di vetro che era sul tavolo: “Io ti ho dato la vita, e io te la tolgo!” gridò, lanciando il posacenere verso di me

Questo estratto, tratto dall’autobiografia Attraversare i muri di Marina Abramović, è una chiara finestra su un mondo a cui sente di non appartenere, un mondo scandito da rigidi schemi e preconcetti legati a una società che si aspetta che tutti agiscano allo stesso modo e pronta a giudicare e criticare chiunque si allontani dalla retta via e si prenda delle libertà. Nel caso di Marina Abramović, leggendaria performance artist, poliedrica, rivoluzionaria, impossibile da contenere ed estremamente audace, soprattutto per l’epoca, i conflitti iniziano già all’interno della famiglia che non approverà mai completamente le sue scelte di vita.

Nata a Belgrado nel 1946 da genitori comunisti che le impartiscono una severa educazione e le impongono regole ferree anche da adulta, come il coprifuoco alle 22 o il divieto di vivere con il marito, che per altro decide di sposare proprio per potersi allontanare da casa ma invano, Marina Abramović cresce quindi con poca indipendenza ma questo non placherà la sua insaziabile curiosità e non le impedirà di esprimersi oltre i limiti del possibile in ciò che ritiene più importante: il mondo dell’arte. La sua brillante carriera è costellata di enormi successi che l’hanno portata a essere una delle artiste più note e influenti degli ultimi cinquant’anni. Per raggiungere i suoi obiettivi si è dovuta spesso scontrare non solo con la sua famiglia ma anche con la mentalità chiusa e intollerante che regnava all’epoca nella ex Jugoslavia sotto il regime di Tito.

Grazie alla madre Danica, che negli anni Sessanta viene nominata direttore del Museo della Rivoluzione e Arte a Belgrado, Marina si appassiona all’arte e comincia a studiare all’Accademia. Ma presto si rende conto che la tela non le basta più, che bisogna avere il coraggio di andare oltre e utilizzare tutto ciò che si vuole: «Guardavo spesso le nuvole mentre ero sdraiata sull’erba, e un giorno la mia vista è stata improvvisamente interrotta da aerei, che sono apparsi dal nulla e hanno lasciato un bellissimo schema nel cielo. In quel momento, mi sono resa conto che tutto poteva essere usato per creare e che non c’era motivo di limitarmi alla pittura in studio.»

Da qui inizierà un nuovo percorso che la porterà a esplorare le profonde e misteriose relazioni tra l’artista e il pubblico e unirà indissolubilmente la sua vita alla performance art.

Nella sua prima performance del 1973, intitolata “Rhythm 10”, usando dieci coltelli e due registratori, l’artista esegue un gioco russo nel quale ritmici colpi di coltello sono diretti tra le dita aperte della sua mano. Ogni volta che si ferisce, appoggiata su un telo bianco su cui spiccano le macchie del suo sangue, prende un nuovo coltello, dalla fila dei venti che ha predisposto, e ripete l’operazione che viene completamente registrata. Dopo essersi tagliata consecutivamente per venti volte, Marina Abramović riavvolge la registrazione, ascolta i suoni e riparte con l’esecuzione ancora una volta, tentando però di ripetere gli stessi movimenti, di replicare gli errori, così da mescolare passato e presente e creare un’esperienza totalmente nuova.

Ancora più intrepida sarà nella performance “Rhythm 0” del 1974, avvenuta allo Studio Morra di Napoli. Marina Abramović si presenta agli spettatori con un foglio di istruzioni in cui viene spiegato che, per un arco di tempo di sei ore, l’artista sarebbe rimasta passivamente priva di volontà e, chiunque avesse voluto, avrebbe potuto usare liberamente su di lei degli strumenti di vario genere, posti su un tavolo, facendosi carico di ogni responsabilità. Ciò che inizia piuttosto in sordina per le prime tre ore, con i partecipanti che le girano intorno tentando qualche piccolo approccio, esplode poi in uno spettacolo pericoloso e incontrollato. I suoi vestiti vengono tagliati con delle lamette e più tardi le stesse lamette vengono usate per ferirla e succhiare il suo sangue. Il pubblico si rende conto che quella donna non avrebbe fatto nulla per proteggersi ed è allora che le viene messa in mano una pistola carica con il suo dito posto sul grilletto, rendendo inevitabilmente necessario un intervento della sicurezza del museo.

Tutto si risolve fortunatamente per il meglio. Il giorno seguente l’artista riceve diverse telefonate di scuse da parte di alcuni partecipanti, che ammettono di essersi sentiti come ipnotizzati e incoscienti rispetto a ciò che stava succedendo e rispetto al loro modo di agire.

Quello che è accaduto loro però si riscontra anche nel comportamento di Marina Abramović che, come si evince in alcune fotografie dell’epoca, a parte per pochi attimi in cui lascia trasparire qualche emozione, per il resto del tempo rimane impassibile e molto concentrata con lo sguardo perso nel vuoto, completamente altrove. Quando entra nello spazio dell’arte, infatti, la sua mente e il suo corpo non conoscono confini ed è come se si estraniasse dalla realtà e fosse catapultata in un’altra dimensione in cui il dolore diventa sopportabile e la performance artistica si fonde in un tutt’uno con la vita: «Una volta che sei entrato nello stato dell’esecuzione, puoi spingere il tuo corpo a fare cose che non potresti assolutamente fare normalmente».

Nel 1975 è la volta della performance “Thomas Lips”, dove l’artista esplora all’estremo i limiti fisici del proprio corpo arrivando anche a superarli. Esordisce mangiando un chilogrammo di miele, prosegue bevendo un litro di vino bianco e rompendo con la sua stessa mano il bicchiere. A poco a poco l’azione diventa più violenta, e culmina in atti di autolesionismo, come l’incisione di una stella a cinque punte praticata con un rasoio sul ventre. Facendo riferimento a diversi temi propri della fede cristiana e a riti di purificazione, si fustiga e si distende su una croce composta di blocchi di ghiaccio e, mentre un getto d’aria calda diretta sul suo ventre fa sanguinare la stella incisa, il resto del corpo comincia a gelare. Gli spettatori, che non riescono a rimanere passivi dinanzi a una simile visione, intervengono togliendola con forza dallo stato di congelamento. L’esecuzione diventa un dialogo, un rapporto diretto di azione e reazione, tra l’esecutrice e lo spettatore che non può restare inattivo mentre assiste in prima persona alla performance ed è quindi psicologicamente costretto a reagire. La reazione dello spettatore diventa l’oggetto dell’esecuzione.

In questi anni inizia un sodalizio professionale e anche amoroso con l’artista tedesco Ulay, che durerà per più di un decennio, gran parte del quale passato a bordo di un furgone viaggiando attraverso l’Europa senza un soldo ma con il forte desiderio di voler realizzare un sogno. Insieme a lui compirà importanti progetti come, ad esempio, la traversata a piedi della Grande Muraglia Cinese, partendo dalle due estremità e incontrandosi al centro, dove poi secondo i piani originali avrebbero dovuto sposarsi. Nonostante il matrimonio non venga celebrato e loro decideranno da qui in poi di prendere strade diverse sia artisticamente sia a livello personale, rimarranno sempre profondamente legati e consapevoli che uno ha segnato indelebilmente la vita dell’altro e viceversa.

I primi importanti riconoscimenti arrivano con la performance “Balkan Baroque”, tenuta alla Biennale di Venezia nel 1997 con cui vincerà il Leone d’Oro, il cui titolo dichiara l’artista: «Non si riferisce all’arte barocca, ma al barocchismo e alla follia della mentalità balcanica, il fatto che siamo crudeli e teneri, che siamo in grado di amare e di odiare appassionatamente, e tutto in una volta sola.»

Seduta su tonnellate di ossa bovine insanguinate, le pulisce in modo ossessivo per quattro giorni, sei ore al giorno, come atto di denuncia contro la guerra nei Balcani, ma in realtà contro la guerra in generale. Nel frattempo, si susseguono diversi video, di cui due che proiettano un’intervista fatta al padre e una fatta alla madre dell’artista e un altro che mostra Marina Abramović con indosso un camice, che racconta una particolare tecnica serba utilizzata per uccidere i topi, una pratica di caccia detta “ratto lupo”. Dato che i denti dei ratti crescono costantemente, se non vengono usati per mangiare, provocheranno loro la morte per soffocamento. Vengono così intrappolati in gruppi, in spazi ristretti e non viene dato loro nulla da mangiare. Queste condizioni li costringeranno a mangiarsi l’un l’altro fino a quando solo il più forte, il cosiddetto “ratto lupo”, sopravviverà. Quanto narrato qui diventa esplicativo della realtà non solo del conflitto balcanico, ma di ogni conflitto; la sua vuole essere una risposta globale, applicabile a qualsiasi guerra. Dopo aver raccontato questa storia l’artista inizia a ballare freneticamente al ritmo di una musica popolare serba. È interessante leggere le parole usate proprio da lei per spiegare il significato della sua performance: «Il principio che anima “Balkan Baroque” è il pulire lo specchio, vale a dire il processo di autoanalisi che sempre dobbiamo fare e che questa volta riguarda la coscienza della storia della Jugoslavia. Di questa storia tragica dobbiamo iniziare a pulirne le ossa! A pulire il nostro passato! A partire dall’unità minima della società, che è la famiglia. Alle tre pareti siamo presenti, io e i miei genitori, pronti a svelarci, a svelare come in Jugoslavia si usa dare la caccia ai topi. È una metafora, ma il racconto è davvero terribile, perché quella nostra usanza è enormemente crudele. E la stessa Jugoslavia è a sua volta una metafora dell’intera società umana, una società così terribile e così violenta. Una società che potremmo definire della rabbia.»

Uno dei suoi lavori più intensi e straordinari è senz’altro “The Artist is Present”, una performance svoltasi nel 2010 al MOMA di New York e durata tre mesi circa, per un totale di più di settecento ore, durante la quale l’artista immobile, in silenzio, seduta davanti a un tavolo per più di sette ore al giorno, incontra gli sguardi del pubblico che, quasi come in un solenne rituale, le si avvicina lentamente e le si siede di fronte per tutto il tempo che ritiene necessario. Inizia in questo modo un viaggio in cui l’artista e il pubblico si trovano uniti, capaci di trasmettersi e trasmettere emozioni, attraverso un linguaggio non verbale: le persone che interagiscono direttamente con lei, si commuovono, si divertono, si perdono nel loro stesso sguardo riflesso direttamente dagli occhi scuri e imperscrutabili di Marina Abramović.

«Nella mia esperienza, maturata in quarant’anni di carriera, sono arrivata alla conclusione che il pubblico gioca un ruolo molto importante, direi cruciale, nella performance. Senza il pubblico, la performance non ha alcun senso perché, come sosteneva Marcel Duchamp, è il pubblico a completare l’opera d’arte. Nel caso della performance, direi che pubblico e performer non sono solo complementari, ma quasi inseparabili

A sedersi di fronte a lei in questa occasione, innescando un intenso e magnetico scambio di energia percepibile dall’intera sala, è anche il suo ex compagno di vita Ulay, con cui in passato aveva dato vita a una performance molto simile intitolata “Nightsea Crossing. Questa fu sviluppata nell’arco di novanta giorni non consecutivi e i due, che sedevano ai lati opposti di un tavolo rettangolare, dovevano rimanere il più possibile immobili per diverse ore, cercando di superare alcune consuetudini solitamente disprezzate dalla società occidentale: il silenzio, il digiuno e l’inattività.

Dopo anni di esperienza e dopo aver acquisito la conoscenza necessaria per attuarlo, Marina Abramović ha creato un percorso chiamato “The Abramović Method”, un sistema composto da diversi esercizi attraverso i quali prepararsi a interagire con oggetti caratterizzati da determinate energie, con minerali oppure con magneti. Elementi attraverso i quali raggiungere una speciale condizione psichica e un nuovo stato mentale. Questo, rivela l’artista, nasce dalla consapevolezza di vivere in una società molto disturbata, in cui abbiamo perso il nostro centro e dove la tecnologia ha preso il posto di tutto per noi. Non siamo più in contatto con la telepatia, con le frange più estese della percezione o con i sogni che spesso vengono interrotti da sonniferi, dalla televisione, dall’alcool o dalle droghe. Anche la nostra relazione con la natura è disturbata e il problema più grande riguarda il fatto di non avere tempo per stare con noi stessi e nient’altro, e questo sta diventando sempre più cronico nella nostra società.

La sede di “The Abramović Methodè il Marina Abramović Institute (MAI), un’organizzazione che esplora, supporta e presenta opere di performance art, danza, teatro, film, musica, opera e altro, che è impegnata in un processo artistico inclusivo per tutti, attraverso i suoi progetti e laboratori e che creerà nuove possibilità di collaborazione tra pensatori di tutti i campi. È questa l’eredità di Marina Abramović, che nel 2008 è stata anche insignita della Croce di Commendatore Austriaca per il suo contributo alla storia dell’arte.

Il suo lavoro è un’incredibile fonte di ispirazione e insegna a tutti che non esistono ostacoli insuperabili se si ha forza di volontà e si ama ciò che si fa. La sua storia commovente, epica e ricca di colpi di scena ci dimostra che l’arte ha il potere di trasformare gli individui, di far emozionare, di far riflettere e di mettere tutto in discussione. L’arte può cambiare il corso della storia, l’arte salverà il mondo. Come disse al discorso di accettazione del Leone d’oro alla XLVII Biennale di Venezia nel 1997: «L’unica arte che mi interessa è quella in grado di cambiare l’ideologia della società…
L’arte che insegue valori esclusivamente estetici è incompleta.»

Testo e disegni  di Sheila Gritti

I disegni in bianco e nero: a carboncino;  disegni a colori: acquerello e acrilico