A quattro anni Beryl Markham emigra dall’Inghilterra con il padre, a diciotto anni è la prima allevatrice di purosangue in tutta l’Africa. A ventinove impara a volare. Porta medicine, ossigeno, passeggeri e posta per miglia, di notte e di giorno, in luoghi remoti. Atterra come può e dove può. Allora – racconta – in Africa «non c’erano strade, ma c’era abbastanza terra per il carrello degli aerei e abbastanza cielo per le loro ali». Il suo è un biposto con le lettere di registrazione, VP-KAN, dipinte in argento sulla fusoliera turchese. All’epoca è l’unico aviatore professionista donna in tutto il continente. Colleziona migliaia di ore di volo. In solitaria. Un’esperienza fatta di intuito, coraggio e un pizzico di incoscienza.

Matura qui il seme di un record che cambia rotte e modo di viaggiare. Nel 1936, esattamente novant’anni fa, Beryl compie la trasvolata in solitaria dall’Inghilterra all’America. È la prima volta in assoluto. Altri ci hanno provato, ma in direzione contraria. Beryl parte da Abington, viaggia da sola per un giorno e una notte con il vento contrario. Non arriva a New York come previsto, ma per un guasto al motore dovuto alla formazione di ghiaccio sulla fusoliera, atterra a Cape Breton, nella Nuova Scozia. È convinta di aver fallito. Soccorsa da una famiglia di contadini locali, chiede un tè e un telefono: userà la linea d’emergenza installata sulle scogliere in caso di naufragio. Comunica la sua posizione, evitando l’avvio delle ricerche e chiede un taxi. Beryl Markham è così, capace di grandi imprese e di incredibile pragmatismo. L’arrivo a New York sarà una sorpresa anche per lei: la stampa la idolatra, la gente la festeggia. Eppure a lei il record non interessa. È la sfida ad attrarla. O, forse, quell’emozione che la accompagna nei voli di notte sull’Africa.

«Volare di notte su un territorio contrassegnato da una carta con l’aiuto degli strumenti di navigazione e di una guida radio è di per sé una faccenda piuttosto solitaria e malinconica, ma volare nell’oscurità ininterrotta senza nemmeno la fredda compagnia di un paio di cuffie radio o la certezza che da qualche parte là davanti vi sono luci e vita e un aeroporto ben segnalato è un’impresa ben più che solitaria. Talvolta è irreale al punto che l’esistenza di altra gente non sembra neanche una probabilità ragionevole. Le colline, le foreste, le rocce, e le pianure sono tutt’uno con l’oscurità, e l’oscurità è infinita. La terra non è il tuo pianeta più di quanto lo sia una stella lontana – se mai brilla una stella: il tuo pianeta è l’aereo e tu sei il suo unico abitante».

Vola dunque, Beryl. E racconta in un libro l’impresa di una vita e l’avventura incredibile che è la sua esistenza. Si intitola, e non potrebbe essere altrimenti, A occidente con la notte. Pubblicato nel 1942, riceve una critica entusiasta. Ernest Hemingway che l’ha incontrata e, si dice, corteggiata senza successo, ne riconosce il talento di scrittrice: «Hai letto West with the night? di Beryl Markham? L’ho conosciuta in Africa e non avrei mai sospettato che sapesse tenere la penna in mano. Bene: scrive in modo così straordinario da farmi vergognare di me stesso come scrittore. Leggilo perché questo libro è una vera meraviglia». Il consiglio è indirizzato al suo editore di allora, Maxwell Perkins, straordinario scopritore di talenti letterari. E, grazie a quelle lettere, il libro troverà una nuova fortuna nel 1983.
Stupisce che sia rimasto silente per quarant’anni. In Italia lo ripubblicano Serra e Riva Editori nel 1987 e poi Neri Pozza. Oggi è reperibile nell’usato. E mantiene il fascino inalterato di quando è stato scritto. Non è un caso forse che alla trasvolata l’autrice dedichi un solo capitolo, l’ultimo. Poche pagine per raccontare la scommessa con il destino, le difficoltà tecniche di un volo proibitivo con un carico di carburante che deve durare per tutto il viaggio sull’Atlantico, l’assenza di assistenza radio e punti di riferimento. Il volo di notte, il motore che si spegne. Il coraggio che è abitudine, esperienza. Eppure non è quello che le importa.

Beryl sembra ridurre l’impresa a una dimensione terrena. Le oltre trecento pagine raccontano altro: l’Africa soprattutto. Gli anni Venti e la meraviglia di un luogo antico e giovane insieme. Abitato da figure che fanno parte del mito. Di Hemingway abbiamo già detto. Ma la vita di Beryl Markham incrocia quella di un’altra donna celebre. La baronessa Karen Blixen, autrice del ben più famoso, grazie anche alla fortunata trasposizione cinematografica, La mia Africa. Nella vita di entrambe ci sono i cacciatori di elefanti, le prime fattorie, il Muthaiga Club, Nairobi. E poi il Barone Blixen, Denys Finch Hatton ed Antoine de Saint-Exupery. Un altro aviatore e scrittore immaginifico, un altro incontro che sa di destino. Perché sarà lui a raccomandare a Beryl di scrivere, per fortuna. L’Africa di Markham è qualcosa che assomiglia al Piccolo principe. È un luogo spirituale, fatto di caccia con la lancia, leggende, notti nelle pianure, racconti e perfino l’aggressione da parte di un leone. E soprattutto racconto dell’amore di una donna per una terra unica.
«Ci sono tante Afriche quanti sono i libri sull’Africa», dirà lei. «L’Africa è mistica; è selvaggia; è un inferno soffocante; è il paradiso del fotografo, il Valhalla del cacciatore, l’Utopia dell’avventuriero. È quello che vuoi tu, e si presta a tutte le interpretazioni. È l’ultimo vestigio di un mondo morto, o la culla di uno nuovo e lucente, per moltissima gente, come per me, è semplicemente casa».
di Antonella Gonella
Immagine in copertina: Beryl Markham, 1930. Immagine: Museo della Tecnologia, Stoccolma, CC BY 2.0 Wikimedia Commons
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