Sono trentatré le tende di lino e canapa volte a ridisegnare il legame sociale in Valtiberina. Un’opera partecipativa che trasforma il silenzio in voce e la fragilità in resistenza. Niente oggetti finiti da contemplare a distanza di sicurezza. Ci sono, invece, le impronte tangibili di incontri, i residui di azioni condivise, le tracce di scarti e trasformazioni. Nello spazio rigenerato di CasermArcheologica, centro d’arte a Sansepolcro (AR), va in scena la nuova mostra dell’artista internazionale Lucy Orta.

Il titolo è “Trame di Comunità” e si presenta al pubblico non come un punto di arrivo, ma come la cristallizzazione di un processo umano e sociale prima ancora che estetico. Al centro dello spazio espositivo spiccano trentatré teli sospesi che disegnano i confini di un accampamento astratto ma potentemente reale, abitato da altrettante presenze. È la rappresentazione visiva di una comunità solitamente silenziosa che ha scelto di rispondere a una domanda, tanto semplice quanto radicale, posta dall’artista: “Cosa ti attira e cosa ti allontana dalla Valtiberina?”
Un quesito che è stato catalizzatore del processo creativo e dell’esposizione, ha trasformato il senso di appartenenza e l’amore per il territorio in una voce corale, manifestando al contempo il coraggio necessario per resistere al lento, ma progressivo, logoramento del tessuto sociale contemporaneo.

L’installazione si sviluppa attorno a un gesto primario, universale e profondamente politico, quasi un archetipo, il gesto del raccogliersi intorno a qualcosa. I materiali prescelti, le tende, sono state tessute in lino e canapa, tutte e due materie prime coltivate direttamente nel suolo toscano, a chilometro zero, radicate nella terra che le ospita. Così, questo accampamento di appartenenza richiama anche suggestioni antiche e stratificate. L’Ohel, la parola ebraica che sta per “tenda”, è archetipo dello spazio sacro e protettivo, punto di intersezione tra l’umano e il divino ma anche luogo di adunanza, di racconto e di trasmissione della memoria.
L’iconografia locale non smette di risponde al richiamo dell’artista perché il pensiero corre immediatamente alla protezione iconica della Madonna del Parto di Piero della Francesca o al manto accogliente della Madonna della Misericordia. Si tratta di un’architettura intrinsecamente fragile e fluida, sospesa tra la condizione del viaggio e quella della dimora provvisoria. Un dispositivo concettuale che offre il riparo necessario durante ogni fase di transizione storica e sociale. Nelle mani di Lucy Orta, queste tele diventano il simbolo della resilienza e della capacità umana di continuare a intrecciare, dentro le trame di ogni comunità, un “filo d’oro” di futuri possibili e desiderabili.

La mostra è impreziosita dal testo critico di Giuliano Corti che mette a fuoco quanto lo scavare dentro le parole significa spesso fare scoperte inaspettate. È il caso di “partecipazione”: un concetto oggi abusato o ridotto a semplice sinonimo di condivisione digitale, ma che racchiude in sé una potenza espressiva straordinaria. Senza dimenticare che fin dai graffiti preistorici di Lascaux e Altamira, l’arte è stata il più potente fattore di aggregazione, prima ancora di essere espressione estetica, era uno strumento di sopravvivenza e il collante dei riti sociali attraverso i secoli, dai templi antichi alle cattedrali affrescate. Tuttavia, il mercato contemporaneo ha progressivamente corrotto questo senso e l’opera d’arte è scivolata dalle stanze della condivisione alla sua trasformazione in feticcio, talismano o mero investimento finanziario. Contro la logica del capolavoro da custodire in una teca, un lavoro come quello di Lucy Orta e le sue Trame di Comunità ostacolano questo processo che è solo apparentemente inevitabile.

L’artista Lucy Orta, pioniera dell’“arte relazionale” trasforma l’atto creativo in un impegno etico, politico e ambientale. Il suo complesso lavoro si è strutturato in diverse fasi: Refuge Wear (1992-1998): l‘architettura corporea, dove l’abito è inteso come il primo, intimo rifugio umano. Nexus Architecture (1994-2002): tute modulari che connettono fisicamente i partecipanti, metafora della cooperazione necessaria al legame sociale. Global Crisis (dal 2005): focus sulle grandi emergenze ecologiche (acqua, alimentazione, ambiente) e sulla rigidità dei confini geopolitici.
Nel caso dell’esposizione in corso, Orta, prima di dare forma all’installazione site-specific, ha raccolto le testimonianze degli abitanti della Valtiberina, che hanno descritto le luci e le ombre della propria terra: i profumi delle foreste e le selve di antenne televisive, la dimensione umana dei borghi storici e l’alienazione dei capannoni industriali, i sentieri boschivi e i rumori del traffico.

Questi racconti sono diventati la materia prima dell’opera. Restituendo alla comunità i suoi stessi frammenti di vita sotto forma di trame e ricami, l’installazione si propone come uno spazio di relazioni permanenti. Un luogo dove l’arte non si limita a esibire se stessa, ma torna a svolgere la sua funzione originaria: accogliere e unire.
La mostra, visitabile fino al 15 luglio 2026, è a cura di Simonetta Carbonaro, esperta di cultura dei consumi e teorica dei processi di trasformazione dei bisogni umani, che da anni sostiene l’arte partecipativa come un formidabile reagente capace di stimolare il cambiamento culturale. La sfida attuale condivisa in questa operazione è chiara: utilizzare l’arte non come mero intrattenimento o decorazione, ma come uno strumento attivo per promuovere nuovi stili di vita e di pensiero.
“Trame di Comunità” dimostra che la rigenerazione di un territorio non passa solo dalle infrastrutture, ma dalla capacità di ricucire le relazioni umane, foglio dopo foglio, filo dopo filo.
di Anna de Fazio Siciliano
