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Storia architettonica e pittorica della Chiesa di Santa Sofia a Benevento

Il professor Marcello Rotili, già Ordinario di Archeologia cristiana e medievale all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” e coordinatore Scientifico del Museo del Sannio a Benevento, ha curato, insieme a Silvana Rapuano, ricercatrice di Archeologia cristiana e medievale della medesima Università, la pubblicazione sulla Chiesa di Santa Sofia a Benevento – Longobardia minor (Longobardia minore) – che dal 2011 è patrimonio dell’Umanità. Rotili ci offre una sua descrizione sulla storia, l’architettura e la pittura di questo importante monumento.

Ubicata nella centrale piazza omonima, a breve distanza dalla sede del potere dei duchi e principi longobardi che sorgeva nel Planum Curiae, attuale piazza Piano di Corte, è una delle più importanti testimonianze architettoniche della Longobardia Minor. Dal 2011 la chiesa è parte del sito seriale UNESCO “I Longobardi in Italia: i luoghi del potere 568-774”. Fu fondata nel 758 dal duca Arechi II (734-787), che se ne attribuì il merito in due Praecepta oblationis e in un Praeceptum concessionis del novembre 774 parlando della ecclesia […] quam a fundamentis edificavi pro redemptione anime mee seu pro salvatione gentis nostre et patrie. Tuttavia, gli Annales Beneventani e Leone Ostiense asseriscono che la costruzione fu avviata dal duca Gisulfo II (742-751), ma ciò non è confermato dai praecepta di Arechi che, eletto per volere del re Desiderio del quale sposò la figlia Adelperga, governò il Ducato di Benevento dal 758 al 787. La costruzione fu portata a termine in soli due anni se già nel 760 ebbe luogo la prima tumulazione di reliquie in un altare. L’intenzione devozionale di ottenere la redenzione del fondatore e la salvezza della gens e della patria spiegano la dedicazione alla Divina Sapienza di Cristo, Ἁγία Σοφία, come nel caso della celebre Santa Sofia di Costantinopoli cui l’edificio beneventano, sorto in un’area funeraria tardo antica probabilmente caratterizzata dalla presenza di un luogo di culto, si richiama con l’intitolazione ma non per le caratteristiche architettoniche.

Nel 774 o poco prima Arechi vi aggregò un monastero benedettino femminile posto alle dipendenze di Montecassino e ne affidò la conduzione alla sorella, il cui nome potrebbe essere stato Gariperga. Nel X secolo il monastero divenne maschile per ragioni non note. La chiesa subì diversi interventi che ne mutarono l’aspetto. Intorno al 1038 l’abate Gregorio junior fece costruire un alto campanile romanico. Nel XII secolo, contemporaneamente alla realizzazione del chiostro voluto dall’abate Giovanni IV, ebbero luogo altri lavori e a fine XIII fu realizzato il portale con la lunetta raffigurante Cristo in trono, la Vergine a destra e San Mercurio martire a sinistra con a fianco un personaggio inginocchiato, forse un abate della famiglia Borrello, rappresentata dallo stemma a sinistra.

La chiesa fu gravemente danneggiata dal terremoto del 5 giugno 1688, che comportò anche il crollo del campanile. Sottoposta a restauro per volere dell’arcivescovo di Benevento, cardinale Orsini, futuro papa Benedetto XIII, fu trasformata secondo il gusto barocco, modificandone l’impianto a stella per renderlo circolare e aggiungendo un nuovo muro di cinta allo spazio antistante l’ingresso.

Riconsacrato nel febbraio 1701 e nuovamente danneggiato dal sisma del 14 marzo 1702, l’edificio fu sottoposto a nuovi lavori di restauro, affidati a Carlo Buratti, e riaperto al culto entro il 1708. Il campanile fu ricostruito nel 1703 alla distanza di 26 metri per evitare che un suo eventuale crollo potesse arrecare danni com’era avvenuto nel 1688.

Interessata da un intervento nell’Ottocento, la chiesa fu oggetto, fra il 1951 e il 1957, del restauro condotto da Antonino Rusconi: basandosi sui documenti disponibili e sulle tracce archeologiche rinvenute, Rusconi ripristinò l’originale pianta a stella della chiesa di fondazione longobarda e l’abside centrale che era stata sostituita da una cappella a base rettangolare per iniziativa dell’Orsini. Furono eliminate due cappelle aggiunte nel Settecento ai lati della facciata barocca che, invece, non venne modificata.

La configurazione attuale presenta quindi un’articolata volumetria che racchiude i segni di una millenaria storia di modifiche, aggiunte, demolizioni e sostituzioni. La chiesa presenta tre absidi nel muro ad andamento circolare che assume forma spezzata oltre la zona presbiterale.

Lo spazio interno è scandito da colonne e pilastri disposti a formare un esagono centrale e un concentrico decagono, fra i quali si svolge un ambulacro interno a quello posto tra il muro d’ambito e il decagono stesso

Gli otto pilastri a sezione quadrata e le due colonne di spoglio e con capitelli antichi del decagono sono sormontati da pulvini altomedievali; le colonne di riuso dell’esagono impiegano solo capitelli d’età classica e, come basi, capitelli antichi rovesciati.

Archi in mattoni e tegole piane di riuso scaricano su queste strutture e sul muro a zig-zag il peso delle volte quadrate, triangolari, trapezoidali che coprono i due ambulacri e quello della cupola con tiburio e della copertura a capanna, modificata solo in prossimità della facciata barocca.

L’impianto centrale, il frastagliamento della struttura perimetrale a stella restituito dal restauro di Rusconi che abbatté il muro d’ambito circolare edificato per volere del cardinale Orsini, il profilo delle volte su colonne e pilastri e la cavità della cupola, ricostruita col tiburio di maggiori proporzioni dopo il 1696 quando venne sostituita anche l’abside centrale con una cappella rettangolare, danno l’impressione di un’architettura molto articolata, secondo Rusconi una grande, variopinta tenda di tradizione barbarica mossa dal vento. La chiesa, come indica la distribuzione dei frammenti superstiti, fu interamente affrescata entro il 768, quando avvenne la solenne tumulazione delle reliquie di San Mercurio. I brani più importanti del ciclo pittorico si trovano nelle absidi minori. In quella di sinistra sono rappresentate scene della Storia di San Giovanni Battista, strutturate in due parti:

l’Annuncio a Zaccaria della prossima nascita del Battista e il Silenzio di Zaccaria che indica ai fedeli stupefatti di essere stato privato della parola per l’incredulità all’annuncio dell’angelo.

Le rappresentazioni seguono alla lettera il testo del Vangelo di San Luca. Nell’abside destro vi sono le Storie della Vergine:

l’Annunciazione dell’angelo a Maria assisa in trono, la cui figura è purtroppo scomparsa mentre l’angelo si vede in parte; la Visitazione con l’abbraccio tra la Vergine e Santa Elisabetta rappresentate col nimbo circolare, i cui volti sono andati perduti a differenza di quello ben conservato di Zaccaria.

di Isabella Puma – Fotografie e disegni di Marcello Rotili

Autore

  • nata a Torino nel 1979, si laurea in “Scienze Politiche” all’Univer¬sità degli Studi di Torino e ottiene una seconda laurea con lode in “Editoria, Comunicazione Multimediale e Giorna¬lismo” all’Università degli Studi di Ge¬nova dove consegue due Master Universitari, di I e II livello, in “Innovazione nella Pubblica Amministrazione”. Iscritta alla Facoltà di Teologia studia e approfondisce il percorso e la formazione culturale, biblica e teologica da baccalaureato offerte dall'Istituto Superiore...

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