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Theyyam, il battito sacro del Kerala

Saliamo sul nostro bus. Non ha finestrini. L’aria bollente del Kerala ci accarezza il volto mentre il veicolo sfreccia a velocità folle. Tra curve strette, alberi e scimmie che sembrano spuntare dal nulla, ci lasciamo trasportare verso una destinazione che ancora non conosciamo del tutto, ma che già promette di essere speciale. Dopo un paio d’ore di viaggio, arriviamo al villaggio. Il tempio è ancora lontano, così fermiamo un tuk-tuk. Qui sono sorprendentemente onesti e la corsa ci costa meno di una manciata di centesimi.

Il mezzo si inoltra nella foresta, seguendo un lungo saliscendi tra le fronde rigogliose delle palme. Ci chiediamo come faremo a tornare indietro, ma in quel momento non importa: siamo attratti dall’ignoto. Il conducente ci lascia all’inizio di un sentiero. Lo imbocchiamo, circondati da una natura che pulsa di vita. Al tempio ci accolgono sorrisi calorosi. Una decina di fedeli è già lì, pronta per l’imminente inizio del rito. Ci spiegano con pazienza ciò che stiamo per vedere: una danza sacra che simboleggia lo spirito degli dèi sulla terra. I tamburi iniziano a suonare. Si aprono le danze. Quello a cui assistiamo è uno spettacolo senza precedenti.

theyyam sono molto più di semplici danze: sono potenti rappresentazioni dell’ancestrale spiritualità del Kerala settentrionale. Questi riti sacri fondono induismo e tradizioni popolari locali, manifestando la potenza divina sulla terra attraverso musica, danza e costumi straordinari. Il termine theyyam deriva da una storpiatura della parola sanscrita daivam, che significa “Dio”. Ogni theyyam è unico: se ne contano circa quattrocento, ognuno dedicato a divinità o a figure emblematiche della cultura locale. I performer – chiamati kanaladi o kolam – incarnano divinità del pantheon induista ma anche spiriti della natura o personaggi leggendari legati alla storia del Kerala. In alcuni casi, vengono rappresentati esseri umani che hanno subito ingiustizie sociali: donne che si sacrificano per sfuggire alla violenza maschile o individui delle caste più basse uccisi dall’arroganza delle caste superiori. La particolarità dei theyyam sta proprio nella loro apertura interculturale: alcune rappresentazioni includono persino figure musulmane, dimostrando come questa tradizione sia un ponte tra diverse culture e credenze.

I costumi dei performer sono straordinariamente elaborati e composti da numerose parti assemblate con cura prima e durante la performance. Pitture facciali dettagliatissime adornano i volti dei kanaladi, mentre i colori predominanti – soprattutto il rosso – evocano potere, forza e passione. Le tinte utilizzate sono rigorosamente naturali: curcuma, carbone e farina di riso vengono trasformate in pigmenti grazie alla maestria degli artisti locali.

Particolarmente significativi sono i copricapi, chiamati mudi, che possono raggiungere altezze impressionanti. Indossare questi ornamenti sacri richiede un grande sforzo fisico da parte del performer e rappresenta uno degli aspetti più iconici della messa in scena. Ma ciò che davvero trasporta lo spettatore in un’altra dimensione è la musica: i tamburi, suonati con vigore crescente, seguono ritmi che mutano insieme ai movimenti del danzatore. Il risultato è un’atmosfera primordiale e ipnotica, capace di far vibrare ogni fibra del corpo.

Terminata la prima danza, carichi di energia rinnovata, intraprendiamo la lunga salita verso il villaggio. Il sole cocente rende il cammino faticoso, ma fortunatamente tre signori indiani – con cui avevamo scambiato qualche parola al tempio – ci offrono un passaggio in auto. Risparmiamo così ore di fatica e decidiamo di sfruttare il tempo recuperato per visitare un secondo tempio.

Dopo un altro viaggio in autobus di oltre due ore arriviamo a destinazione poco prima che cali la notte. Qui si svolgeranno danze sacre fino all’alba. L’atmosfera è elettrica: tamburi incessanti riempiono l’aria mentre i performer si preparano con cura maniacale. Quello che accade da quel momento fino al sorgere del sole è difficile da descrivere a parole. È un’esperienza totalizzante e mistica: i costumi scintillanti alla luce delle torce, il ritmo ipnotico delle percussioni e i movimenti sinuosi dei performer creano una spirale vertiginosa di emozioni. Ci sentiamo trasportati in un’altra dimensione: siamo spettatori di un sogno antico.

theyyam non sono solo spettacoli visivi: sono riti profondamente spirituali che coinvolgono tutti i sensi dello spettatore. Durante la performance, il kanaladi non è più un semplice essere umano: agli occhi dei fedeli è la vera e propria incarnazione della divinità. Al termine del rito, i presenti si avvicinano al performer per ricevere benedizioni in cambio di piccole donazioni. Un aspetto affascinante è il mutare del ruolo sociale dei performer. Essi appartengono generalmente alle caste più basse della società indiana e acquisiscono il diritto di esibirsi per via ereditaria. Durante il rito, però, colui che normalmente occupa una posizione marginale diventa l’incarnazione della divinità suprema. Questo ribalta temporaneamente le gerarchie sociali.

Assistere a queste danze è stato intenso e vertiginoso: una vorticosa spirale di suggestioni ed emozioni che ci ha trasportato in una nuova dimensione. È stato potente e travolgente al punto da farci sentire parte di qualcosa di eterno. Di solito ci si sveglia da un sogno, invece a noi è sembrato di vivere un sogno lungo una notte ed esserci infine addormentati all’alba. È proprio per vivere momenti come questo che abbiamo intrapreso il nostro progetto Wild Gipsy Trip, un viaggio alla scoperta di luoghi, culture e storie che lasciano il segno. Questo è solo uno dei tanti frammenti di vita che ci hanno cambiato e che speriamo possano ispirare anche voi.

 

di David De Giorgio –  Fotografie di Nicole Cedroni

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