Filippo De Filippi, medico, alpinista e scrittore torinese, tra il 1913 e il 1914 guidò una delle spedizioni scientifiche più ambiziose mai organizzate in Asia centrale. Tra i protagonisti di quella impresa c’è anche un giovane geologo fiorentino, Giotto Dainelli, che ne fu insieme testimone scientifico e narratore visivo, e la cui eredità fotografica permette ancora oggi di attraversare, almeno con gli occhi, quei paesaggi remoti e quelle popolazioni lontane. Filippo De Filippi nasce a Torino nel 1869 in una famiglia in cui l’avventura e la scienza si intrecciano da generazioni. Suo nonno, omonimo, era medico, zoologo e tra i primi seguaci italiani di Darwin. Sua madre, Olimpia Sella, era cugina di Quintino Sella, il politico biellese che aveva fondato il Club Alpino Italiano.

È proprio questa rete di parentele a segnare il destino di Filippo: attraverso il cugino Vittorio Sella, fotografo di montagna di fama mondiale, De Filippi entra nell’orbita di Luigi Amedeo di Savoia, il Duca degli Abruzzi. Da quel momento, la sua vita si divide tra la medicina – insegna chirurgia operatoria a Bologna e poi a Genova – e le grandi spedizioni. Nel 1897 è in Alaska per la conquista del Monte Sant’Elia. Nel 1909 è al fianco del Duca degli Abruzzi, per l’esplorazione del ghiacciaio Baltoro nel Karakorum. In quell’occasione la spedizione stabilisce il record assoluto di altezza raggiunta dall’uomo: 7.498 metri sul Chogolisa. Nel 1912 il medico torinese mette a punto un progetto inedito: non una scalata, ma una spedizione puramente scientifica nel Karakorum orientale. Gli obiettivi sono ambiziosi: misurare la gravità e il magnetismo terrestre sull’altopiano asiatico, studiare i ghiacciai e la meteorologia d’alta quota, raccogliere campioni geologici e botanici, condurre ricerche antropologiche sulle popolazioni locali. Il progetto ottiene il patrocinio del governo italiano e della Casa Reale, il supporto dell’Accademia dei Lincei e della Reale Società Geografica. Contribuiscono con strumenti e finanziamenti istituzioni da tutta Europa: l’Istituto Geodetico Prussiano di Potsdam, la Smithsonian Institution di Washington, l’Istituto Idrografico di Genova. De Filippi stesso versa 50.000 lire di tasca propria.

Nell’agosto del 1913 la spedizione parte da Marsiglia con quattro tonnellate di bagagli e un gruppo di collaboratori scelti: guide alpine valdostane, topografi indiani, ufficiali italiani, geografi e astronomi. Tra questi ultimi c’è Dainelli, che aveva imparato il mestiere della ricerca dal geologo Carlo De Stefani: percorrere i luoghi con i propri piedi, unire la descrizione scientifica del territorio alla conoscenza delle popolazioni che lo abitavano. Dopo due settimane di navigazione e una lunga traversata in treno, la spedizione raggiunge Srinagar, capitale del Kashmir, il 21 settembre.


Da lì, a piedi e a dorso di mulo, il gruppo attraversa il Baltistan e risale verso Leh, capitale del Ladakh, in un percorso che oggi, tagliato dal confine tra Pakistan e India, sarebbe impossibile da ripetere. Nella primavera del 1914 la spedizione si spinge verso est: per due mesi gli scienziati esplorano il ghiacciaio Rimu, fino ad allora sconosciuto, scoprendo che è alla sorgente di due fiumi, uno verso l’Indo, l’altro verso il Turkestan. Durante tutto il viaggio Dainelli non smette mai di scattare. Le sue fotografie non sono documentazione accessoria: sono appunti visivi degli scritti scientifici che va preparando. Sulla carta bianca le osservazioni e le riflessioni, sulla carta sensibile ciò che il suo occhio decide di fermare. Quello che colpisce, in quelle immagini, è la scelta compositiva: il privilegio dell’inquadratura orizzontale. Non le vette che si ergono verso il cielo, non il senso vertiginoso dell’ascesa; Dainelli preferisce il respiro largo del paesaggio, la scena in cui la montagna e il cielo si dividono equamente il campo, in cui gli uomini occupano il loro spazio nella vastità del territorio.

Il 16 agosto 1914, un messaggero in arrivo da Leh porta una notizia che cambia tutto: in Europa è scoppiata la Grande Guerra. Tre ufficiali della spedizione partono immediatamente per tornare in Italia. Gli altri continuano, con il cuore pesante, verso nord. Il gruppo attraversa il Passo Karakorum, scende nel Turkestan cinese, raggiunge Kashgar a settembre – dove vecchi giornali permettono finalmente di capire la portata del conflitto – e a fine ottobre varca il confine russo. A Tashkent, capitale del Turkestan russo, le autorità impongono un limite severo a ciò che si può portare via: De Filippi riesce a salvare i dati delle osservazioni, le carte, i negativi fotografici e gli strumenti più preziosi. Diciotto casse di materiale scientifico devono restare indietro. Il viaggio di ritorno è lungo e difficile: solo alla fine di dicembre 1914 la spedizione giungerà in Italia. Il materiale lasciato a Tashkent andrà perduto per sempre: la Rivoluzione bolscevica e la guerra civile russa cancelleranno ogni traccia di quelle diciotto casse.


Nonostante tutto, i risultati della spedizione sono imponenti. De Filippi, arruolato come ufficiale medico durante la guerra, inizia a elaborare i dati solo nel 1918. Dainelli diventa nel frattempo il principale divulgatore dell’impresa, curando la parte geologica e geografica della monumentale pubblicazione finale: quindici volumi, oltre seimila pagine, completati tra il 1925 e il 1934. La sua eredità fotografica è oggi conservata presso gli archivi della Società Geografica Italiana, dove il fondo Dainelli rappresenta la documentazione più ricca e completa di quella spedizione. Per il suo lavoro, nel 1931 De Filippi sarà premiato dalla Reale Accademia d’Italia e dal re d’Inghilterra. Dainelli tornerà in quelle stesse regioni nel 1930, guidando una propria spedizione verso il Karakorum orientale e il ghiacciaio Siachen.

La scienza italiana tornerà nel Karakorum nel 1928 e poi nel 1954, con la spedizione guidata da Ardito Desio che conquistò per la prima volta il K2. Ma l’avventura di De Filippi e Dainelli resta una pagina quasi dimenticata che vale la pena riscoprire.
di Susanna Di Gioia e Caterina Gatta – fotografie: Società Geografica Italiana
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