Nel XVII secolo, alla corte sabauda, nasce il concetto di “vivere in villa” che accresce meraviglia e profonde vitalità. Il giovane principe di Savoia, cardinale Maurizio (1593-1657), sceglie la sua vigna oltre il Po come prospettiva scenografica e politica prediligendo la leggerezza dell’essere in contrapposizione alle mitologie del potere assoluto e alle rigide cerimonie della corte di Carlo Emanuele I. La “Villa del principe cardinale”, primo nome della dimora, nasce con l’idea della celebrazione della natura, il via quindi a lunghe passeggiate nella vigna e nel bosco tra pareti di carpini, tassi ed ippocastani dove si consumano feste con ricchi banchetti, eleganti balletti, spettacoli ludici e piacevoli chiacchierate. In quel momento storico, la voglia di importare novità da terre lontane pervade le corti. La Cina, miniera inesauribile di cultura, entra nel panorama europeo attraverso scambi di conoscenza, collocandosi al primo posto tra le mete d’interesse grazie sia alla Compagnia delle Indie che alle preziose testimonianze dei frati missionari.

Grande protagonista è il venerabile gesuita padre Matteo Ricci (1552-1610) che diffonde largamente le sue esperienze di vita e descrive generosamente le incantevoli bellezze scoperte in questo nuovo mondo orientale; le sue imprese, vissute con una coscienza pionieristica, hanno aperto sponde inedite. Il Ricci appunta: “In questo giardino non si può descrivere senza piacere la visione di una roccia fatta con l’artificio di diversi marmi sistemati a grotta con aperture e alberi, dove l’arte è in gara con il piacere”. Con queste parole il monaco missionario divulga l’idea di riproduzione del paesaggio esotico mediante il prototipo della roccia vista come fondamento, futuro capriccio intellettuale della Rocaille. Spogliatosi della porpora cardinalizia, il principe sposa nel 1642 la giovanissima Ludovica di Savoia, sua nipote, intitolandole la signorile dimora. Villa Ludovica – ricevuta per disposizione testamentaria da Anna Maria d’Orléans, moglie di Vittorio Amedeo II duca di Savoia e futuro re di Sicilia –, suggellato il titolo reale prende dunque il nome di “Villa della Regina”.

La splendida delizia collinare, abitata più della reggia, non è una nicchia bensì luogo più vivibile che possiede i semi che germoglieranno nel nuovo secolo. Per volere della prima regina della dinastia sabauda la ristrutturazione viene curata dall’architetto messinese abate Filippo Juvarra. Questi, ponendo grande attenzione al rapporto tra l’edificio con il territorio circostante, ne ridefinisce magistralmente gli spazi interni ed esterni, intrecciando l’unità delle arti con estrema leggerezza a fronte del gusto dell’esotismo che emerge quale immaginario inedito. Uno splendido giardino all’italiana si estende come un teatro nell’area retrostante la struttura. In questo luogo campeggia il padiglione dei Solinghi, circolo di intellettuali fondato proprio da Maurizio di Savoia con lo scopo di dedicarsi al piacere della conversazione colta, misura emblematica della corte e dell’aristocrazia. L’intero complesso scenografico si articola su un’asse centrale ideale che lo attraversa. Questo passando rispettivamente dal Salone d’onore e dal giardino antistante l’edificio lo collega visivamente al Palazzo Reale, secondo il progetto pilota degli illustri architetti piemontesi Carlo e Amedeo di Castellamonte.

L’architetto regio ridefinisce il rapporto tra le stanze e i giardini trasformando i loggiati in vestiboli illuminati da grandi finestre, modella con motivi concavi e convessi le pareti a doppia altezza del Salone d’Onore il quale funge da raccordo agli appartamenti reali, rispettivamente nell’ala settentrionale e meridionale, quindi introducendo componenti “alla China” avvia il rinnovamento delle residenze reali della capitale sabauda, avvalendosi dell’aiuto di Pietro Massa (1721-1760) pittore alla “chinoise” attivo nel territorio piemontese. La definizione “alla China” è riservata a quella che possiamo descrivere come una straordinaria penetrazione nell’universo esotico operato dalle botteghe piemontesi al lavoro nei gabinetti di Villa della Regina.

Juvarra guida quindi i progetti per la ristrutturazione della stessa, raccolti poi operativamente dall’architetto Giovanni Pietro Baroni di Tavigliano (1701-1769) quando l’architetto messinese fu chiamato a Madrid dal re di Spagna Filippo V per progettare il Palazzo Reale. La decorazione dei quattro gabinetti, posti nelle torri angolari al Salone d’onore, garantisce una vera e propria esperienza immersiva nell’esotismo. L’audace scelta di rinnovamento rispetto agli orientamenti del gusto delle principali corti europee dà vita a una lunga tradizione di interesse per oggetti e arredi orientali acquistati dai sovrani sabaudi e dai membri della corte per finalità d’uso e collezionistiche. Un abile disegno distribuisce sulle pareti di due dei gabinetti differenti tipologie di boiserie. I pannelli simulano la successione di paraventi “alla China” con la volumetria delle lacche, ma con una visione della Cina, assolutamente bizzarra, vista da un occidentale.


Il mandarino viaggia seduto su una renna, l’elefante è rappresentato con gli occhi a mandorla asiatici, il decoro bianco e azzurro è quello Ming, che diventa di gran moda e copiato nelle splendide porcellane di Meissen. Varie specie di uccelli, una immaginaria caccia alla tigre e tante figure del Budda, anche nelle tracce sui soffitti. Il tutto allestito in sfarzose cornici rococò che amplificano la preziosità cromatica e ornamentale dei pannelli. Una Cina idealizzata dunque, l’immagine di un mito sognato dagli occidentali nella settecentesca ottica di una terra da prendere a modello.

Altra splendida e fantasiosa interpretazione “alla China” le boiserie del terzo gabinetto con lacche a fondo nero e rosso decorate a motivi policromi di paesaggi, personaggi all’orientale, fiori e uccelli in oro. Il ricco repertorio iconografico è dispiegato anche sulle strombature delle porte-finestre. Gli elementi decorativi dei pannelli e della volta sono uniformi alle rifiniture lignee. In linea con molti esempi europei settecenteschi, tutti gli spigoli sono mascherati da cornici o pannelli. Negli angoli, quattro piccole consolle di diverse dimensioni. Tavolette a fondo rosso con raffigurazioni di fiori e uccelli, sono inserite nella parte superiore e inferiore dei grandi specchi. Figure con attributi all’orientale stanti o seduti su cuscini raffigurate nei due registri adiacenti al centrale e scene di paesaggi fluviali con case e personaggi intenti alla pesca o in ozioso colloquio.

Solamente uno dei quattro gabinetti è totalmente realizzato con tecniche europee: grandi specchiere e tessili alle pareti con fiori e uccelli sono fermati in basso da un alto zoccolo, dove il decoro parla di scene di vita quotidiana cinese pensate e inventate a Torino. Draghi di fuoco vengono dimenati da bambini che corrono, allegri mandarini dialogano con scimmie agitando una rosa e scene di asiatici che si recano a caccia di anatre con cani da riporto. Sulle volte dei piccoli locali prosegue la decorazione esotica a fondo chiaro suddivisa in partiture regolari, le bizzarre grottesche con fauni e nudi di derivazione classica sono ammodernate da paesaggi e personaggi orientali sotto ariosi pergolati dove, grazie al coinvolgimento di abili stuccatori, sono suggeriti in rilievo materiali preziosi come porcellana e corallo fra pappagalli, scimmie, ventagli, parasole, Mandarini e Buddha. Parte integrante sono gli infissi che su fondo dorato presentano decori con fiori, uccelli e farfalle che accolgono la luce proveniente da piccole vetrate all’inglese.

Il grande storico dell’arte Hugh Honour nel suo L’arte della cineseria. Immagine del Catai ha attribuito un posto di rilievo europeo alla cineseria del Piemonte segnalando i primi esemplari di oggetti decorativi che richiamano lo stile cinese realizzati verso il 1720 proprio a Villa della Regina. Negli ultimi anni le ricerche sull’uso delle lacche e delle carte cinesi, negli episodi decorativi piemontesi ha cominciato a delinearsi all’interno di un panorama ricco e articolato. Gli studi più recenti contribuiscono sempre più a chiarire come l’elemento “esotismo” abbia svolto un ruolo determinante nel caratterizzare il gusto rococò in tutta la regione e non solo. Tale tendenza si manifestò in modo emblematico nella singolare fioritura di gabinetti cinesi, presenti sia nelle residenze sabaude che nelle dimore aristocratiche nazionali, sino allo scadere del Settecento.


Nella seconda metà del XIX secolo la “Villa della Regina” venne donata dal re Vittorio Emanuele all’istituto Nazionale per le Figlie degli Ufficiali che combatterono durante le Guerre di Indipendenza italiane. Dal 1997 è Patrimonio dell’Umanità.


testo, fotografie e illustrazioni di Catia Sardella
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