ALLE RADICI DEL FOTOGRAFICO
di Laura Manione
Quasi trent’anni prima de La camera chiara di Roland Barthes, testo del 1980 imprescindibile e da sempre in bilico tra consacrazioni e revisioni critiche — come dimostra il recente saggio visivo Contro Barthes di Joan Fontcuberta, 2022 — il titolo del lavoro di Mirko Bonfanti richiama alla mente Ontologia dell’immagine fotografica, il celebre scritto di André Bazin contenuto in Cos’è il cinema?, raccolta pubblicata, in origine, nell’ormai lontano 1952. Un passaggio, in particolare, sembra adattarsi specificamente alla serie di Bonfanti: «La fabbricazione dell’immagine si è perfino liberata di ogni utilitarismo antropocentrico. Non si tratta più della sopravvivenza dell’uomo, ma più in generale della creazione di un universo ideale a immagine del reale e dotato di un destino temporale autonomo».

È implicito che considerazioni formulate in una fase in cui la decostruzione del concetto di fotografia quale analogo del reale si stava appena affacciando, attualmente risultino essere espressione di un entusiasmo sensibilmente ridimensionato dal successivo sviluppo del dibattito teorico. Eppure, i dittici ove particolari fotografici di alberi sono accostati a pagine di Barthes sottoposte a radicali cancellature proiettano l’osservatore proprio in quell’«universo ideale dotato di un destino temporale (e spaziale) autonomo» evocato da Bazin. In fotografia, infatti, al taglio che sottrae porzioni di mondo al loro flusso naturale, collocandole in un tempo “altro”, si accompagna il taglio spaziale: tutto ciò che rimane fuori dall’inquadratura scompare, mentre ciò che resta si rivela in una dimensione inedita, la dimensione dell’immagine, appunto.
Pertanto, sebbene le riprese ravvicinate riproducano limitate porzioni di tronchi e l’intenso processo di abrasione del pensiero barthesiano consenta la lettura di poche parole, nulla lascia supporre un’operazione di carattere drastico. Ogni elemento di Ontologie lignee, al contrario, rinvia “morbidamente” all’essenza stessa del fotografico, servendosi di minimi e sentimentali prelievi della realtà per costruire equivalenti che, pur traendone origine, non coincidono con esso.

La frammentazione che ne deriva, sposta il potenziale narrativo della fotografia dal racconto tradizionale alla poesia: poesia essenziale, alla maniera di uno haiku in grado di produrre uno spiazzamento o meglio, attenendoci nuovamente alle parole di Roland Barthes (L’impero dei segni, 1970), un’«effrazione di senso» che scardina la linearità e sovverte l’assetto del testo, dell’immagine e della loro combinazione. Inoltre, a riprova di coerenza, occorre ricordare che pure Emilio Isgrò, cui Bonfanti si è dichiaratamente ispirato, abbia esordito in qualità di poeta per poi approdare, sul piano artistico e concettuale, alla poesia visiva.
Infine, nell’impaginazione dei dittici, un ruolo decisivo è svolto dalla spaziatura che, nella sua bianchezza luminescente, attiva – per restare in tema arboreo – un principio simile alla fotosintesi, permettendo allo sguardo dell’autore e dello spettatore di irrorarsi in ogni segmento lasciato libero dalla composizione. Ontologie lignee è, in definitiva, un lavoro denso e colto, volutamente mantenuto su un registro di sospensione che ne stratifica la lettura. È in questa sorta di apertura interrogativa, però, che risiede la sua forza, poiché ci sprona a riflettere su una domanda cruciale e irrinunciabile: cos’è stata e cos’è, oggi, la fotografia?



ONTOLOGIE LIGNEE
di Mirko Bonfanti, 2024/2026
La mia pratica fotografica non è mai un semplice atto di registrazione, ma un esercizio di ascolto e di spogliazione. Ontologie Lignee nasce in questo spazio di silenzio: una ricerca formale ed esistenziale strutturata in dittici, dove il corpo della natura e l’anima della parola si cercano in un dialogo necessario. A sinistra del dittico si impone la materia pura del legno, scabra e muta. Di fronte a questi tronchi d’albero avverto una risonanza intima con il mio stesso guardare. La corteccia e gli anelli di crescita condividono con il mezzo fotografico la medesima natura indessicale. Entrambi sono tracce fisiche, impronte ostinate e biologiche di un tempo che è inesorabilmente passato. Fotografare l’albero significa riconoscere una memoria che ha la mia stessa sostanza materiale, una pelle che ha trattenuto le stagioni e le ferite della luce.


A destra, questa memoria organica trova il suo contrappunto nel linguaggio culturale. Ho steso dell’inchiostro nero sulle pagine de La camera chiara di Roland Barthes, compiendo un rito di sottrazione mutuato dalla poetica della cancellatura di Emilio Isgrò. Coprire le parole è un rito intimo, che addormenta la teoria per risvegliare l’essenza. Da questo oscuramento grafico emerge una nuova forma di resistenza. Poche parole risparmiate dal nero galleggiano nella pagina come frammenti di un naufragio, trasformando il saggio teorico in poesia visiva. In questo accostamento, il punctum barthesiano cambia improvvisamente coordinate. Non abita più nei confini di una singola inquadratura, ma trasmigra nello spazio bianco che separa i due elementi del dittico. È nella fessura tra le rughe del legno e il silenzio dell’inchiostro che lo sguardo viene trafitto, trovando il significato del fotografare non nell’accumulo di informazioni, ma in ciò che si salva quando impariamo a togliere tutto.
Articolo a cura di Roberto Besana – testi di Laura Manione e Mirko Bonfanti – fotografie di Mirko Bonfanti
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