Nel remoto sud-ovest del Kazakistan, affacciata sul Mar Caspio e circondata da steppe infinite, si estende la misteriosa regione del Mangystau. Poco conosciuta dal turismo di massa, questa terra affascinante custodisce alcuni dei paesaggi più spettacolari dell’Asia centrale. Se il Kazakistan è un paese poco popolato, questa è la sua regione più disabitata con una media di appena due abitanti per chilometro quadrato. Il Mangystau è un mosaico di deserti pietrosi, montagne dai colori cangianti, crateri salini e antiche necropoli. Una regione che sembra appartenere a un altro mondo, dove la natura ha lavorato per milioni di anni in silenzio, plasmando una geografia aspra e magnetica. Quello che oggi si presenta come un vasto altopiano arido, un tempo era completamente sommerso dal mare.

Nel corso del tempo, l’attività tettonica ha sollevato i fondali marini e prosciugato il mare, trasformando le pianure sottomarine in altopiani calcarei e deserti polverosi. Oltre al suo incredibile patrimonio geologico, è anche un luogo ricco di storia e spiritualità. Qui si trovano santuari scavati nella roccia, mausolei islamici, resti di civiltà nomadi e rotte carovaniere che un tempo collegavano l’Oriente all’Occidente lungo la Via della Seta. È visitabile solamente con macchine 4×4 capaci di affrontare le dissestate piste sterrate che lo attraversano. Percorrerle significa tornare a vivere le emozioni autentiche dei viaggi di un tempo, alla scoperta di territori lontani e ancora inesplorati.

Dove il deserto si fonde con le acque del Mar Caspio sorge Aktau, una polverosa città fuori dal tempo, sospesa tra eredità sovietica e sogni industriali infranti. Oggi rappresenta un punto di partenza o passaggio per tutte le spedizioni volte a scoprire le meraviglie naturali celate a pochi chilometri dalle sue vie silenziose. Aktau è tutt’altro che antica, nacque quasi per necessità negli anni ’60, quando i sovietici scoprirono i ricchissimi giacimenti di uranio nel sottosuolo. Malgrado l’indipendenza nazionale (ottenuta nel 1991) e la fine della corsa all’uranio, questa atmosfera malinconica di fine ‘900 si respira ancora oggi camminando per le sue vie, mai caotiche o troppo turistiche. Una volta imbarcati su un robusto 4×4 è tempo di lasciarci alle spalle Aktau, alla volta della steppa kazaka. L’orizzonte si estende piatto, separando il panorama in due metà: l’azzurro del cielo e il verde della steppa, situazione che sarà ricorrente durante l’intera durata del viaggio.

La strada sterrata ci conduce alla prima entusiasmante sosta, Capo Zhygylgan, situato a circa sessanta chilometri dal villaggio di Tauchik. È a tutti gli effetti uno dei luoghi più misteriosi e affascinanti della regione. Il suo nome kazako significa “caduto, collassato”: è un enorme anfiteatro naturale, frutto di una frana geologica, che affaccia direttamente sul Mar Caspio. A prima vista, appare come una conca di roccia frantumata, un paesaggio surreale fatto di enormi blocchi e torri di pietra crollati, come se la terra si fosse sbriciolata su se stessa. Passeggiando tra le rocce, è possibile scoprire grotte nascoste e persino fossili: resti di animali preistorici come antichi cavalli e le temibili tigri dai denti a sciabola, che un tempo lontano abitavano queste terre.

Una manciata di chilometri in direzione Est raggiungiamo, tra colline aride battute dal vento e silenzi millenari, la moschea sotterranea di Shakpak-Ata. Non svettano minareti: al contrario, si nasconde nelle viscere della terra, scavata direttamente nella parete di un antico rilievo roccioso. È un luogo da cercare con rispetto e, una volta raggiunta, toglie il fiato. Meta sacra da millenni, secondo le stime risale alla fine del XIV secolo. Inizialmente venne usata per rituali, danze e pratiche di guarigione Sufi. Fu successivamente convertita a moschea, sviluppando un sistema di stanze sotterranee: una sala principale di preghiera con colonne grezze, celle e nicchie votive. Alcuni ambienti sono decorati con scritture arabe e simboli islamici, testimonianza di una tradizione ascetica che univa spiritualità e isolamento. La pietra chiara, modellata a mano, crea un gioco di luci soffuse e ombre profonde. L’interno, fresco e silenzioso anche nei mesi più torridi, invita naturalmente al raccoglimento. Non ci sono suoni, se non quelli del vento che entra leggero. Dinnanzi la moschea è presente una necropoli, esempio dei caratteristici cimiteri dell’Asia Centrale, in cui sono sepolti e ancora venerati gli asceti che vissero presso Shakpak-Ata. La mattina ci accoglie con della timida rugiada posata sul fondo erboso del Kapamsay canyon, suggestivo luogo dove passare la notte in campo tendato. Il viaggio comincia ad entrare nel vivo con la Torysh Valley, una delle destinazioni più apprezzate dai turisti a caccia di foto indimenticabili.


La valle si estende a poca distanza dalla città di Shetpe, immersa tra colline ondulate. Colpisce immediatamente per il suo paesaggio insolito: centinaia di sfere di pietra disseminate sul terreno, come se fossero piovute dal cielo. Alcune sono perfettamente tonde, altre spezzate a metà, altre ancora trasformate dal tempo in forme bizzarre. Queste curiose sfere hanno da sempre suscitato l’interesse degli scienziati. La spiegazione più accreditata è che si tratti di concrezioni formatesi decine di milioni di anni fa sotto l’azione di processi chimici nei sedimenti marini. Col tempo, il ritiro dell’Oceano e l’erosione, hanno portato in superficie queste formazioni, creando l’attuale spettacolo geologico. Tuttavia, attorno alla valle circolano anche leggende locali, che uniscono scienza e mitologia: le sfere sarebbero resti di una battaglia tra giganti, rimaste pietrificate per l’eternità.

Il sole è già alto nel cielo quando arriviamo alle pendici del Monte Sherkala, che si si erge come una sentinella solitaria, visibile da chilometri di distanza, in netto contrasto con il paesaggio piatto che lo circonda. La sua forma è massiccia e arrotondata, simile ad una yurta (abitazione tipica dei paesi dell’Asia Centrale), tanto che il suo nome in lingua locale significa proprio “montagna tenda”. Sherkala non è solo una montagna: è una presenza. Un simbolo della forza silenziosa del Mangystau, ponte tra natura, storia e leggenda. La sua posizione strategica e la sua energia mistica hanno attirato in passato i popoli che abitavano queste terre impervie. Resti di antiche fortificazioni sono visibili lungo le pendici: sulla sommità era addirittura presente una cittadella fortificata dei tempi del Khanato dell’Orda d’Oro, utile per controllare le rotte carovaniere.

L’enorme montagna apre la pista verso un altro capolavoro geologico, la Valle dei Castelli. È così chiamata per le bizzarre formazioni calcaree modellate dal vento e dalla pioggia. L’intero paesaggio sembra un’enorme fortezza naturale, dalle guglie e pinnacoli di pietra che svettano nel cielo. Alcune rocce sembrano torri di guardia, altre vere e proprie rovine medioevali scolpite non dalla mano dell’uomo ma dalla perseveranza della natura. Ciò che rende la Valle dei Castelli ancora più affascinante è il suo legame con la figura di Taras Shevchenko, poeta e pittore ucraino, simbolo del risveglio culturale del suo popolo. Esiliato nel 1851 dall’Impero Russo, Shevchenko fu inviato in isolamento in Mangystau per motivi politici. Qui, sebbene gli fosse stato proibito di scrivere, riuscì a documentare segretamente la natura selvaggia kazaka con schizzi, poesie e appunti, che oggi rappresentano una testimonianza preziosa. La solitudine e la grandiosità di questo luogo influenzarono profondamente la sua sensibilità artistica e alcune tra le sue opere più riflessive. Questo deserto duro e silenzioso, che ispirò ideali di bellezza e libertà, è ancora oggi un luogo ipnotico, capace di suscitare emozioni intense. Questo accade soprattutto al tramonto, quando i prati circostanti si animano di tende e viaggiatori raccolti in attesa degli ultimi bagliori del giorno. Tempo di montare il campo e siamo anche noi, in mezzo alla steppa, con il naso all’insù.

Nel vasto paesaggio del Kazakistan, una sola figura rompe la monotonia dell’orizzonte senza fine: due gobbe, una testa alta e fiera. Stiamo parlando del cammello, o più precisamente del cammello battriano, simbolo di adattamento estremo della cultura nomade kazaka. Resistenti al freddo invernale e alle torride estati del deserto, i cammelli rappresentano la linfa vitale di molte famiglie locali. “Ricco è colui che possiede un cammello” recita un antico proverbio locale, che esprime con semplici parole l’importanza di questo animale nella vita quotidiana. Secondo fonti storiche, già ai tempi della Via della Seta i cammelli erano utilizzati come “navi del deserto” per trasportare spezie e notizie da un capo all’altro del continente. Oggi con l’avvento della modernità, i cammelli sono allevati prevalentemente per la produzione di latte. Noto localmente come shubat, il latte di cammello è ricco di vitamine, ferro e acidi grassi. Viene consumato fresco o fermentato, ha un gusto unico leggermente acidulo, che può sorprendere il palato non abituato. I pastori raccontano con orgoglio che “una ciotola di shubat scalda il cuore e rafforza il corpo”, e in effetti è spesso servita agli ospiti come segno di accoglienza. Negli ultimi anni, grazie all’interesse crescente verso il prodotto, alcuni allevatori hanno iniziato a trasformare il latte in formaggi, yogurt e persino gelati, destinati al mercato nazionale. Tuttavia, la produzione rimane in gran parte artigianale e limitata a piccole fattorie, mantenendo un forte legame con le pratiche tradizionali.

Uno dei luoghi meno conosciuti del Kazakistan è il Tuzbair Solonchak. Uno straordinario deserto salato, vasto e abbagliante, che si estende ai piedi di gigantesche scogliere color caffè. Rappresenta ciò che i geologi chiamano “solonchak”, ovvero una pianura salina creata dall’evaporazione di acque superficiali in climi aridi. Con il graduale ritiro delle acque e l’azione continua del sole, si è formato uno spesso strato salino, che oggi riflette i raggi in modo quasi accecante. Intorno si ergono scogliere e sensazionali formazioni calcaree in cui sono incastonati fossili di conchiglie e animali marini. Visitare Tuzbair è un’esperienza metafisica: quando il cielo è terso, il bianco del suolo si fonde con l’azzurro del cielo in un orizzonte indefinito, dando l’impressione di attraversare un luogo dove non esistono confini visibili. Nei rari giorni di pioggia, uno strato sottile d’acqua trasforma la pianura in uno specchio perfetto per le nuvole che si addensano nel cielo. Il silenzio è talmente profondo da sembrare vivo. Nessun albero, nessun animale, nessun rumore umano. Solo il suono dei passi sul sale… secchi e scricchiolanti.

Una volta attraversato il miraggio nel deserto regalatoci dalla salina di Tuzbair, ci dirigiamo tra una buca e l’altra verso Kyzylkup, le montagne arcobaleno. Sono soprannominate dalle guide locali “tiramisù”: il nome ovviamente non è ufficiale, ma ha preso rapidamente piede tra gli appassionati di viaggi e fotografi. D’un tratto il paesaggio asciutto e lunare si tinge di colori, trasformandosi in un deserto dipinto. Le montagne devono il loro nome curioso proprio alla stratificazione cromatica dei pendii: si alternano color beige, ocra, rosa, porpora, bianco gesso e sfumature di rosso, creando un effetto visivo che ricorda il famoso dolce italiano. Spicca il Monte Bokty, il cui profilo è raffigurato anche sulle banconote da mille tenge (la valuta locale). Solitario e imponente, domina la zona con la sua enorme cupola liscia multicolore. Ai suoi piedi si estendono campi di argilla essiccata e letti di antichi fiumi, che assicurano divertimento puro per i fuoristrada su cui stiamo viaggiando. La nostra guida Nursiit, leggendo lo stupore nei nostri occhi, ci guarda compiaciuto ed esclama: “Benvenuti su Marte”.


Quando pensavamo che le meraviglie celate in questo remoto angolo di mondo fossero finite, ci si para davanti il canyon di Bozzhira, parco naturale protetto e orgoglio dell’intera nazione. Viene lasciato da tutti i tour come gran finale del viaggio: il suo impatto emotivo supera di gran lunga ogni altro paesaggio del Mangystau. La sensazione prevalente arrivando a Bozzhira, è quella di essere lontanissimi da tutto. Il vento porta con sé sabbia fine e antichi segreti, mentre il silenzio assoluto avvolge tutto come un manto. Tra i punti panoramici più emozionanti troviamo la cosiddetta “Cresta del Drago”: una stretta e affilata dorsale rocciosa, che taglia l’altopiano con picchi aguzzi simili al dorso di un enorme animale preistorico. Il cuore di Bozzhira batte forte anche nei Bozzhira Fangs, le “zanne” di pietra. Queste due torri gemelle di roccia calcarea, alte e slanciate, si ergono al centro della valle come guardiani silenziosi. Il forte contrasto tra la loro imponenza verticale e l’ampiezza dell’altopiano le rende il soggetto perfetto per ogni fotografia e uno dei simboli più riconoscibili del Mangystau. È proprio al loro cospetto che piantiamo le tende per l’ultima volta. La notte cala rapida e limpida, punteggiata da stelle. Nell’aria rarefatta del canyon ci sembra davvero di essere atterrati su un altro pianeta, mentre i nostri pensieri si perdono nella volta celeste.


I momenti ideali per esplorare il Mangystau sono la primavera (aprile-maggio) e l’autunno (settembre-ottobre). In questi periodi, le temperature sono moderate, rendendo più piacevole visitare i siti naturali e culturali della regione. In primavera, i paesaggi desertici si colorano di fioriture spontanee, ma sono frequenti le piogge. L’autunno, invece, regala cieli limpidi, paesaggi dorati e giornate stabili, ideali per escursioni nei canyon e nelle valli rocciose. In ogni caso, le caratteristiche del territorio non lo rendono accessibile con facilità a turisti non specializzati in escursioni offroad. È necessario far affidamento ai tour operator locali: noi lo abbiamo fatto con Red Maya Travel, con cui abbiamo sviluppato il racconto di questo viaggio.
testo e fotografie di Riccardo Caffù
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