È lo scorrere del tempo a scolpire l’immagine delle città. Una verità che vale soprattutto per Roma dove passato e presente convivono in una mescolanza singolare. Così i recenti restauri al Colosseo riguardano la pavimentazione esterna in travertino e suggeriscono i volumi perduti, conservando l’impronta di costruzioni e passaggi preesistenti. È quello che si definisce un intervento conservativo, ma anche volto a migliorare la fruizione del sito nella parte sud: l’ingresso imperiale, nei secoli sottoposto a crolli e spoliazioni di materiale cui dobbiamo l’attuale profilo. Su progetto di Stefano Boeri Interiors e Parco Archeologico del Colosseo, indagini e cantieri restituiscono al mondo una parte dell’anfiteatro – iniziato dall’imperatore Vespasiano della famiglia Flavia e inaugurato nell’80 d.C. da Tito – sconosciuta ai più. La nuova pavimentazione in travertino è solo l’evidenza finale di un lavoro lungo e impegnativo, condotto tra ottobre 2022 e marzo 2026 con uno scavo archeologico di circa tremila metri quadrati. Conferma quello che la sagoma asimmetrica del Colosseo sottintende: l’assenza di due anelli, i cosiddetti ambulacri, nel perimetro sud. Costruiti in un’area alluvionale, crollano già nel VI e VII secolo a causa di terremoti e cedimenti naturali. Quindi già all’epoca gli appalti erano questione complessa e dall’esito non sempre fortunato. Nei secoli successivi le macerie vengono riutilizzate: in fondo sono elementi da costruzione a buon mercato e a portata di mano. E i vuoti poi riempiti da materiali di risulta degli stessi secoli, attraversano una lunga serie di rifunzionalizzazioni degli spazi che comprende la creazione di ricoveri, stalle, recinti. Fino ai livellamenti della grande fase dei restauri ottocenteschi. Una stratificazione storica che è stata indagata nei mesi scorsi. Ma che ha anche contribuito a mutare aspetto e accessibilità originari del monumento. A questo ha posto rimedio il restauro che – concluso a febbraio 2026 –, ha potuto contare sulla direzione tecnica e scientifica del Parco Archeologico del Colosseo. Con attenzione filologica.


Nella raccolta dei dati, come negli interventi, niente è stato lasciato al caso. La posa della pavimentazione, ad esempio, con tanto di accesso fruibile anche per i visitatori con difficoltà motorie, è frutto di una selezione attenta nelle cave di Tivoli: le lastre sono state ricavate in prossimità dei siti di estrazione usati in antichità per realizzare il monumento. Quelle sopraelevate tracciano idealmente le due file di pilastri originari che sostenevano le volte ora assenti. Raccontano, insomma, quello che manca.

Una parte dell’area archeologica è, inoltre, stata lasciata a vista per permettere a tutti di osservare le fondazioni dell’epoca. Gli scavi regalano reperti, notizie preziose su tecniche di costruzione, funzionamento e sistema idraulico. E una curiosità: il Corridoio di Commodo riaperto al pubblico nel 2025, un passaggio realizzato da Domiziano all’interno delle mura. Si tratta di un varco sotterraneo, ma dotato di prese d’aria grazie alle bocche di lupo sul soffitto, oggi munite di lastre di vetro: era la via dell’imperatore per raggiungere l’anfiteatro. Una precauzione dettata da questioni di sicurezza, certo, ma anche omaggio alla teatralità cara ai romani: attraverso le vetrate di recente posa è oggi possibile, per i visitatori dotati di una certa fantasia, immaginare il passaggio del corteo imperiale in pompa magna. E il boato della folla sugli spalti alla sua comparsa nell’arena.

Il Colosseo è il monumento-icona della città eterna. Anche per questa ragione, commenti, pareri o perfino critiche a corredo delle variazioni nel suo aspetto sono all’ordine del giorno. In fondo dici Roma e pensi all’anfiteatro Flavio. Un patrimonio comune che genera interesse. Così il restauro diventa argomento di conversazione e anche segno di salute culturale di una società che, per fortuna, discorre ancora di arte e archeologia, come della formazione della nazionale di calcio. Eppure il Colosseo è lì da secoli. E il cambiamento, piaccia o meno, è parte della sua storia. Nato come anfiteatro, si trasforma poi in luogo di culto dei martiri e città fortificata. Fino a diventare cava di materiale per la costruzione dei palazzi vicini. Ma resta, per fortuna, luogo vivo, accessibile, fotografia tangibile dello scorrere degli eventi. Tanto legato all’immaginario da colpire anche visitatori illustri, che nei secoli non si accontentano della canonica cartolina, ma scrivono delle antiche pietre. Stendhal per esempio, teatrale come sempre, nelle Passeggiate romane rievoca la figura di Michelangelo che si aggira per la cavea alla ricerca di ispirazione. Ma il francese non a caso è il teorico della ben nota sindrome che colpisce l’osservatore in presenza di opere di straordinaria bellezza.

Più singolare è l’approccio di un altro scrittore, famosissimo anche lui, impegnato in un viaggio italiano un po’ diverso dal consueto. Non un Grand Tour a tempo limitato, ma una vera permanenza nel Bel Paese: colpa dei debiti e del costo della vita in Inghilterra. Ma anche di un genuino interesse per l’Italia. Charles Dickens vi giunge nel luglio 1844 e vi rimane fino a giugno1845. Con la moglie Catherine e cinque figli al seguito, da Genova dove risiede, visita diverse città: Bologna, Parma, Verona, Venezia, Mantova, Milano, Pisa, Firenze, Siena, Napoli. A Roma arriva in una sera piovosa del gennaio 1845. Della permanenza nella capitale racconta nel suo Pictures from Italy (Impressioni italiane, Robin, 2005, traduzione di C.M. Messina) e per voce della pronipote: Lucinda Hawksley, a sua volta brillante scrittrice e storica dell’arte che ai vagabondaggi del celebre avo dedica il libro Dickens and travel. The start of modern travel writing (pubblicato da Pen&Sword History nel 2022, ma ancora inedito in Italia). Roma, dunque. E il Colosseo naturalmente: «Là Dickens sperimenta l’orrore dell’immaginazione dello scrittore. Appena entra, può sentire il dolore e il terrore di coloro che sono stati uccisi lì e la sua mente crea immagini orripilanti di tutta quella desolazione».

Non sorprende che il sito archeologico colpisca l’immaginario di uno scrittore, noto per le sue battaglie sociali ma anche per la fascinazione per il soprannaturale. Per dirla con le parole del diretto interessato: «Mente umana non può concepire nulla di più imponente, di più solenne, di più grandioso e di più tetro alla vista. Ma nei suoi bei giorni, quando il sangue vi scorreva a fiotti, e tutto rumoreggiava di folla e di spettacoli, mai la vista di codesto gigantesco Colosseo può aver fatto battere il cuore come lo fa battere ora a tutti quelli che lo guardano, ora che è una rovina».

Quella prima impressione condiziona la sua visita romana. Ci vogliono giorni per riprendersi e comprendere la città. «Il suo stato d’animo è influenzato dalle visioni di morte e infelicità che affollano non richieste la sua mente e il resto di Roma gli pare un luogo di rovine e decadenza, che alimenta un sentimento di desolazione». San Pietro, la messa papale e i riti religiosi, il carnevale non soddisfano lo spirito suggestionabile di Dickens dopo la forte impressione ricevuta dall’anfiteatro. Ma poi «la sanguinosa storia del Colosseo continua a scorrere nella sua mente, eppure è una forma di orrore così affascinante che si trova obbligato a camminare in quella direzione ogni giorno». Passa ore seduto al suo interno. Osserva i visitatori, la gente di passaggio. E immagina. Insomma Dickens torna all’anfiteatro. Più volte. Affascinato da una Roma che sembra vivere su più piani: la modernità a fianco di secoli di storia spaginati tra le vie del quotidiano.

Lui che prima del viaggio si prepara leggendo libri d’arte e archeologia e a Londra prende lezioni di italiano, ha preoccupazioni anche molto più prosaiche. Trova Roma cara, come potrebbe fare un contemporaneo. E si lamenta dei prezzi alti, vantandosi con un amico della sua lungimirante scelta di alloggiare a Genova, dove il costo della vita è molto più ragionevole che nella città eterna. La lettera che spedisce ci restituisce uno spaccato divertito e divertente della quotidianità dello scrittore e della sua lotta contro le esigenze pratiche che affliggono anche i grandi della letteratura: «Non c’è palazzo come quello di Peschiere (Villa Pallavicino delle Peschiere, residenza ligure che ospita la famiglia) per architettura, posizione, giardini o stanze. È un grande trionfo per me, poi, scoprire quanto Genova è a buon mercato. A Roma, gli inglesi vivono in piccoli sporchi appartamenti al quarto, quinto, sesto piano, senza neppure una stanza grande come il tuo salotto, e pagano, di solito, sette o otto sterline a settimana».

Resta per il periodo pasquale e osserva i fuochi d’artificio dalla camera in affitto di fronte a Castel Sant’Angelo. E l’ultima visita prima di partire? Al Colosseo naturalmente: «L’avevo visto alla luce della luna prima (non potevo lasciar passare un giorno senza tornarci), ma la sua tremenda solitudine quella notte supera ogni descrizione». Ci vuole un po’ ai Dickens per innamorarsi di Roma, ma proprio allo scadere della loro permanenza, sentono un legame crescente con i suoi quartieri e con il Colosseo. In fondo l’anfiteatro li ha fatti riflettere sulla vita, sulla morte e su come le ferite della storia possano dare forma a una città.
di Antonella Gonella
Le fotografie degli ambulacri sono di Simona Murrone, per gentile concessione del Parco Archeologico del Colosseo
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