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La mistica della pietra e la profezia della carriola tra l’Ambro e San Leonardo al Volubrio

C’è un punto esatto, nel cuore dei Monti Sibillini, dove la materia smette di essere geologia e si fa teologia. È la faglia profonda che separa e unisce il Santuario barocco della Madonna dell’Ambro e l’Eremo romanico di San Leonardo al Volubrio. Questo asse non è semplice un percorso escursionistico o un itinerario di fede; è un termometro spirituale ed ecologico dell’Occidente contemporaneo. A riattivare questo circuito è stata la figura di Padre Pietro Lavini, il frate cappuccino che per oltre quarant’anni ha risposto al collasso della modernità rialzando, pietra su pietra, un rudere medievale dimenticato. Nel suo gesto, antico semplice e rivoluzionario, risiede la chiave di un’ecologia integrale, dove la tutela del paesaggio non è conservazione museale, ma manutenzione dell’anima.

Santuario della Madonna dell’Ambro, Montefortino (FM). Fotografia: pizzodisevo, CC BY-SA 2.0 Wikimedia Commons

Siamo nella Valle dell’Ambro, nel comune di Montefortino (Fermo). Qui il Santuario mariano si offre come un’architettura dell’ordine e della consolazione rurale. Nato nell’XI secolo sul luogo del miracolo – l’apparizione della Vergine alla pastorella sordomuta Santina, che ricevette il dono della parola e dell’udito dopo aver offerto quotidianamente fiori a una immagine mariana, custodita nella cavità di un faggio – il complesso manifesta la sua spaziosità scenografica nei porticati novecenteschi del Venturi e negli affreschi secenteschi di Domenico Malpiedi. In questo perimetro le Sibille cristianizzate dipinte da Martino Bonfini (1610), dialogano con il flusso costante dell’acqua del torrente, simbolo liturgico di purificazione.

Al di là dell’evento miracoloso, il Santuario dell’Ambro si configura fin dalle origini come una “cattedrale naturale”, in cui l’architettura umana si fonde progressivamente con la roccia circostante. Nel corso dei secoli, questo luogo è divenuto l’epicentro di un attaccamento viscerale da parte delle genti dell’Appennino. L’Ambro non è mai stato un semplice approdo di pellegrinaggio transitorio, bensì un presidio di identità culturale, un rifugio antropologico contro le durezze di una vita montana scandita dalla pastorizia e dall’isolamento invernale. La ricostruzione successiva al devastante sisma del 2016 ha dimostrato plasticamente questo legame: la rinascita del Santuario è stata vissuta dal territorio non solo come un restauro architettonico, ma come la ricomposizione di una frattura interiore, identitaria. È il luogo della memoria profonda, la piccola “Lourdes dei Sibillini”, dove la comunità riconosce una spiritualità radicata nella tradizione secolare.

Bivio per l’eremo di S. Leonardo lungo il sentiero che percorre il fondo valle dell’Infernaccio all’interno della faggeta. Fotografia: FedeGrad, CC BY-SA 4.0 Wikimedia Commons

Superata la spaccatura tettonica della Gola dell’Infernaccio, l’Eremo di San Leonardo si rivela come un landmark minerale a 1128 metri di quota. La sua ricostruzione, avvenuta tra il 1971 e il 2015, rappresenta un manifesto di ecologia integrale ante-litteram. In un’epoca dominata dal cemento e dalla velocità, Padre Pietro Lavini ha operato un restauro a chilometro zero, distillando una sapiente perizia artigianale: ha utilizzato esclusivamente le pietre originarie, il calcare estratto dai calcinacci e l’acqua di sorgente. Solo il cemento è stato trasportato a braccia o con una carriola, attraverso una impervia mulattiera. Il frutto di quarant’anni di lavoro appassionato, tenace e costante, non è un “falso storico”, ma una bio-architettura mistico-simbiotica. La pietra locale, infatti, possiede una conducibilità termica e una porosità che permettono alla struttura di respirare all’unisono con la falesia del Monte Priora. La scelta della tettonica romanica — con la sua nuda purezza perimetrale — asseconda i venti e le escursioni termiche dell’alta quota. L’architettura non sfida le forze della natura, ma si fa scudo e riparo geometrico dentro di esse, richiamando l’eco di una misteriosa mano creatrice.

Vista sulla Valleria e sull’imboccatura della Gola dell’Infernaccio da Vetice. In primo piano lo scoglio roccioso di M.Zampa (M.Sibilla), prima propaggine delle gole; in secondo piano la Corona della Sibilla. Sulla destra è visibile il poggio boschivo sul quale è sito l’eremo di S.Leonardo. Fotografia: FedeGrad, CC BY-SA 4.0 Wikimedia Commons

Nei suoi scritti, Padre Pietro teorizza questo legame indissolubile tra ecosistema, manufatto umano e senso del Mistero: «Ogni pietra nascondeva una storia interminabile di fede, di preghiera e di sacrifici, di abnegazione e di coraggio. Contemplando quelle pietre squadrate con tanta precisione e, soprattutto con tanto amore, rimanevo addirittura sconvolto: esse mi permettevano di ricostruire tutta la storia del passato. […] Esse ci parlano di un lavoro duro che spesso oltrepassava i limiti della nostra condizione umana, di un lavoro paziente, costante, dalle prime ore del mattino alla sera tardi. Gli archi che si elevano verso l’alto sono come un invito a sollevare il nostro sguardo verso il cielo, ma il richiamo più potente è là dietro l’altare, dove si erge una croce con il Cristo crocifisso». La conclusione del Cappuccino è folgorante: «La mia principale preoccupazione, quindi, fu quella di restituire alla Chiesa quei valori assoluti che costituivano i veri tesori del suo passato. Quando si crede, tutto diventa più facile».

 

Padre Pietro Lavini. Fotografia: FedeGrad, CC BY-SA 4.0 Wikimedia Commons

Se l’Ambro rappresenta la dimensione comunitaria e storica del sacro, l’Eremo di San Leonardo incarna la dimensione ascesi-mistica e individuale. La sua rinascita, legata indissolubilmente alla figura monumentale di Padre Pietro Lavini, scomparso nel 2015, è una storia di fede e di coraggio, nata da un piccone, un badile e un tozzo di pane di dodici giorni. Queste erano, e sono rimaste, le uniche ricchezze materiali del frate. Religioso di profonda cultura e immensa spiritualità, nato a Potenza Picena, Pietro Lavini giunse nel 1971 sui resti dell’antico insediamento camaldolese ridotto a un cumulo di macerie informi. In quel deserto di pietra e silenzio, egli avvertì una chiamata epifanica: restituire quel luogo alla preghiera e alla bellezza. La sfida appariva umanamente insostenibile, come emerge dalle sue stesse riflessioni: «la sfiducia contro l’impossibile umano richiede molto coraggio e, soprattutto, molta fede per superare tutte le difficoltà e incomprensioni, vincere tutti i momenti di scoraggiamento, di angoscia e di delusione. Contro ogni speranza, ogni sogno può diventare realtà con la fede. […] Ogni lavoro è nobiltà quando lo si appende a una stella».

Eremo di San Leonardo al Volubrio sullo sfondo delle rocce della Sibilla. Fotografia: FedeGrad, CC BY-SA 4.0 Wikimedia Commons

Ciò che ne seguì è un’epopea dello spirito durata oltre quattro decenni. Da solo, senza l’ausilio di mezzi meccanici moderni, ha affrontato avversità e ostacoli, soprattutto l’isolamento e la durezza del clima. Recuperando ogni singola pietra Padre Pietro ha riedificato l’eremo. Al Volubrio, l’ascesi del lavoro manuale si è fatta preghiera costante, un’apertura del cuore rispettosa dei tempi della natura e dell’uomo. Sull’albero della povertà egli ha visto maturare i frutti del sacrificio e della rinuncia, colti con generosa bontà. Ai tanti che lo raggiungevano sul pianoro, increduli e stregati da tanta bellezza, alla domanda se lo avesse costruito lui, il frate rispondeva: «No, c’è stato l’intervento di una ditta di cui l’Impresario è il Padre Eterno, e io il suo operaio. Oggi da “muratore di Dio” ho raggiunto la qualifica di capomastro». Pietro Lavini ripeteva spesso che “la felicità non si acquista ma si conquista”: il suo è stato un misticismo disarmante e concretissimo, che si contrappone all’iper-attivismo della nostra epoca, sazia e disperata. San Leonardo non è un rifugio per misantropi, ma un avamposto spirituale. Il lavoro del “muratore di Dio” diventa così un esorcismo contro l’oblio: raddrizzare le mura dell’antico cenobio benedettino  significa raddrizzare la postura interiore dell’uomo moderno, schiacciato dalla fretta e dalla disconnessione dai ritmi naturali. Significa ricollegare, attraverso il filo sottile della memoria, il gesto della piccola Santina a quello dell’umile fraticello, entrambi inebriati dall’incontro tra Creatore e creatura.

 

Eremo di San Leonardo al Volubrio sullo sfondo delle rocce della Sibilla. Fotografia: FedeGrad, CC BY-SA 4.0 Wikimedia Commons

L’eredità che unisce la Madonna dell’Ambro all’eremo di San Leonardo supera la storia dell’arte per farsi profezia. Padre Pietro, con la teologia della carriola e la pazienza millenaria, ha dimostrato che, oggi, l’unica vera rivoluzione culturale è vivere all’altezza dei desideri autentici. Ci ha lasciato scritto che «sono anzi proprio i desideri più grandi e i sogni più impegnativi che ci sospingono a tendere verso mete più nobili e più elevate, che possiamo tradurre in realtà se siamo disposti a credere fermamente che mai ci sia stato dato un desiderio senza che ci sia dato anche il potere di realizzarlo». Il Cappuccino ha posato la sua ultima cazzuola nel 2015. Oggi riposa nel cimitero del paese natìo, a pochi metri dal fratello – anch’esso religioso, morto a distanza di pochi giorni – ma il suo eremo continua a parlare come un corpo vivo. Quando il pellegrino, l’architetto o il fotografo risalgono la gola e si trovano davanti lo splendore architettonico di San Leonardo, non ammirano solo un monumento di sassi. Ammirano la prova tangibile che lo spirito umano, quando sposa la pedagogia del tempo e la poetica dell’ascolto, può vincere l’indifferenza della materia e il rumore del mondo.

Padre Pietro Lavini. Fotografia: FedeGrad, CC BY-SA 4.0 Wikimedia Commons

Per il “muratore di Dio”, il lavoro materiale era una forma di preghiera, dove domanda e ascolto fortificano l’umanità. Ogni pietra estratta dal fiume Ambro ed elevata verso le pareti di San Leonardo non rispondeva a un progetto di autoaffermazione, ma al desiderio di innalzare, secondo le sue stesse parole, «un castello regalato a Dio perché lo abiti nel suo silenzio». Mentre i grandi centri urbani si interrogano oggi su una sostenibilità spesso dematerializzata, sui Monti Sibillini l’architettura sacra indica una via carnale come dimensione dell’anima: riabitare i luoghi abbandonati, ascoltare il genius loci e comprendere che la natura, se amata, sa ancora parlare. Chi sale oggi a San Leonardo non visita un semplice monumento; abita un’idea di mondo in cui l’uomo torna a essere il custode umile, e mai il padrone, della grandezza del creato.

di Francesco Maria Nocelli

Immagine in copertina: Ruderi nel bosco dell’antico monastero di San Leonardo al Volubriio. Fotografia: FedeGrad, CC BY-SA 4.0 Wikimedia Commons

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Autore

  • Francesco Maria Nocelli è laureato in giurisprudenza e ha conseguito il diploma di perfezionamento in Scienza dell'Amministrazione e il master in Valutazione e controllo della P.A. Dirigente pubblico con lunga esperienza in amministrazioni locali e regionali, è esperto nella gestione dei processi amministrativi ed è responsabile di strutture complesse. Ha maturato pluriennali competenze ed esperienze nella prevenzione della corruzione, nella gestione della trasparenza pubblica e nei controlli di...

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