Lungo la costa orientale della Sicilia, nel territorio dell’antica Acium, esiste un luogo in cui si conservano i resti di antiche terme, strutture produttive e persino un edificio di culto. Oggi questo luogo è noto con il nome di Santa Venera al Pozzo: le sue strutture e la sua strategica posizione lungo gli antichi itinerari dell’isola raccontano una lunga storia di frequentazione, spingendo a interrogarsi sulla possibilità che il sito sia stato una statio, un punto di sosta lungo le strade della Sicilia romana. All’indomani della prima guerra punica, la Sicilia divenne il primo territorio d’oltremare di Roma, trasformandosi in uno strategico snodo per il controllo del Mediterraneo. In questo nuovo assetto, la viabilità assunse un ruolo fondamentale, lungo le strade sorsero le stationes, luoghi in cui i viaggiatori potevano cambiare gli animali, ricevere assistenza, rifornirsi e riprendere il cammino. Alcune strutture erano essenziali, altre offrivano ambienti dedicati all’ospitalità, magazzini, officine e spazi destinati alle attività quotidiane. La Sicilia era attraversata da una fitta rete di percorsi che collegavano porti, centri urbani e aree rurali. In questo paesaggio solcato da uomini, animali e merci si inserisce Santa Venera al Pozzo. Adagiata su un terrazzo naturale poco distante dal mare e dominato dall’imponente profilo dell’Etna, presenza costante all’orizzonte e riferimento visivo per chiunque percorresse la costa orientale dell’isola.

Nel quadro delle evidenze archeologiche restituite dal sito, il vero protagonista del sito è l’acqua. La sorgente termale sembra essere stata la principale ragione della lunga continuità di vita dell’area, attirando comunità e frequentatori in epoche diverse. L’ipotesi che questo luogo abbia svolto la funzione di statio non si basa su un dato isolato, ma sulla pluralità di elementi che, considerati nel loro insieme, restituiscono l’immagine di un insedia- mento pienamente integrato nella rete dei collegamenti della Sicilia romana. La letteratura antica conferma l’importanza di questo snodo: il poeta latino Silio Italico, nel De Bello Punico, cita gli abitanti di Acis tra le popolazioni coinvolte nel secondo conflitto punico. Per delineare con maggior precisione il ruolo del sito occorre consultare l’Itinerarium Antonini, una raccolta di percorsi dell’Impero romano che descrive distanze e collegamenti tra diverse località. Al suo interno Acium compare come una delle tappe lungo l’asse viario che univa Messina a Catania, confermando la centralità del sito nei flussi imperiali. Qualora Acium corrispondesse effettivamente a questo tratto dell’asse costiero, il sito di Santa Venera al Pozzo assumerebbe una posizione coerente con una rete viaria frequentata quotidianamente da persone, animali e merci. La disponibilità di una sorgente d’acqua associata alla presenza di edifici termali, fornaci e spazi destinati ad altre attività avrebbero potuto offrire un punto di appoggio prezioso per chi affrontava un viaggio.

Identificare archeologicamente una statio non è un’operazione semplice; a differenza di un tempio o di un edificio pubblico monumentale, queste strutture non seguivano uno schema architettonico rigido, la loro identificazione dipende da una combinazione di fattori, tra cui una posizione favorevole lungo le vie di comunicazione, la disponibilità di risorse idriche, la presenza di strutture produttive e spazi compatibili con l’accoglienza dei viaggiatori. Santa Venera al Pozzo sembra riunire molto di questi elementi.

La storia del sito è strettamente legata a doppio filo alla tradizione religiosa di Santa Venera: secondo la leggenda, la giovane donna dedita alla cura degli infermi avrebbe guarito numerosi malati grazie alle acque sulfuree; dopo il suo martirio il corpo sarebbe stato gettato nel pozzo delle terme e, da quel momento, le acque avrebbero assunto una colorazione rossastra, acquisendo proprietà miracolose. Sebbene non sia possibile verificarne l’attendibilità storica, la leggenda testimonia il profondo legame instauratosi nei secoli tra le comunità e la sorgente. L’acqua non rappresentava soltanto una risorsa indispensabile ma divenne progressivamente anche simbolo di devozione e memoria collettiva. L’interesse per il sito emerse anche nell’ambito degli studi antiquari del Settecento, grazie alla figura di Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, grande conoscitore delle antichità siciliane. Grazie alla sua opera di valorizzazione, Santa Venera al Pozzo divenne una meta apprezzata dai viaggiatori europei, alcuni dei quali lasciarono preziose testimonianze figurative, come il disegno di Jean Houel, che durante il suo viaggio in Sicilia tra il 1769 e il 1773 realizzò uno dei più celebri disegni del complesso.

Dopo secoli di abbandono, l’area tornò al centro dell’attenzione degli studiosi del Novecento, quando nuove ricerche archeologiche permisero di comprendere meglio la complessità del luogo. Le indagini hanno restituito l’immagine di un insediamento frequentato in epoche differenti; il complesso termale, esteso su circa 240 mq conserva tracce di più fasi edilizie e alcune strutture riconducibili al III-IV secolo d. C.
Le strutture emerse dagli scavi restituiscono ulteriori elementi utili alla comprensione del complesso, tra cui ambienti coperti con volta a botte realizzati in opus incertum, tecnica costruttiva tipica del mondo romano. Lo stesso tipo di muratura è stato individuato anche nel basamento di un piccolo tempio portato alla luce durante gli scavi degli anni Ottanta. La presenza di un edificio cultuale accanto alle strutture termali suggerisce che Santa Venera al Pozzo non fosse soltanto un luogo destinato alla cura del corpo ma anche uno spazio legato alla dimensione spirituale: un santuario rurale nato attorno alla forza della sorgente.


L’acqua non era, tuttavia, l’unica risorsa capace di favorire la frequenza dell’area. La vicinanza alla costa, il rapporto con Catania e i collegamenti con l’entroterra rendevano questo settore della Sicilia orientale particolar- mente favorevole agli scambi e alle attività produttive. Il sito poteva rappresentare un passaggio naturale tra il porto catanese e un entroterra ricco di produzioni agricole e artigianali. In un mondo in cui ogni spostamento dipendeva dalle risorse disponibili lungo il percorso, una località dotata di acqua, edifici termali e spazi destinati alle attività produttive avrebbe potuto svolgere un ruolo tutt’altro che marginale. Qui il movimento lasciava spazio alla pausa, le merci cambiavano mani, le persone si incontravano, le storie viaggiavano insieme alle merci e alle voci di chi percorreva quelle strade.

Santa Venera al Pozzo conserva il fascino di quei luoghi in cui la storia non si manifesta soltanto attraverso grandi monumenti, ma attraverso tracce sottili: nel perenne fluire delle acque e nel silenzio delle pietre che, duemila anni fa, accolsero il passo affannato del viaggiatore, offrendogli la sosta necessaria prima di volgere nuovamente lo sguardo all’Etna e riprendere il cammino.
testo e fotografie (dove non diversamente specificato) di Claudia Politano
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