Tintoretto (1518-1594) ed Emilio Vedova (1919-2006) si assomigliano. In questi giorni Palazzo Madama, a Torino, espone l’autoritratto del maestro cinquecentesco, un olio su tela in prestito dal Louvre, accanto ad uno scatto fotografico del suo allievo e successore: a guardarli affiancati, si scopre una certa aria di famiglia. Lo stesso atteggiamento riflessivo, l’aura di solenne concentrazione, il volto scavato, la barba curata e i capelli grigi. Persino l’età sembra coincidere. E consolida l’illusione, frutto della passione comune per il colore, dell’urgenza espressiva che si fa arte su tela.

Racconta una storia che valica i secoli e li accomuna, anche fisicamente. E a cui la mostra in corso nel capoluogo sabaudo rende omaggio fino al 12 gennaio 2026 con una cinquantina di capolavori in esposizione nelle sale della centralissima piazza Castello, cuore del capoluogo piemontese. Un allestimento che è tutto già nel titolo dell’evento: “Vedova Tintoretto. In dialogo”.

Jacopo Robusti la vocazione la sente da giovanissimo. Figlio della borghesia lavoratrice di Venezia, dalla professione del padre ottiene l’appellativo affettuoso che i concittadini gli assegnano un po’ per celia un po’ per affetto, consegnandolo alla storia come Tintoretto. La consacrazione avviene nel 1564 e la dice lunga sul carattere dell’uomo e del pittore e su quella scaltrezza popolana che si porta appresso. Per la decorazione della Scuola Grande di San Rocco, a Venezia, viene indetto un concorso: lui se lo aggiudica in maniera non proprio convenzionale. Mentre gli altri partecipanti predispongono le opere da presentare in gara sotto forma di bozzetti preparatori, riesce a ottenere la misura esatta del soffitto da affrescare. E vi fa installare una tela finita. Bara, Jacopo. Spinto dall’istinto del predestinato. O forse consapevole di non avere gli appoggi giusti per assicurarsi una vittoria. In fondo la spregiudicatezza nel trattare affari e concorrenti sarà la cifra dell’intera vita del maestro del Rinascimento, assieme al talento. Comunque nel caso della Scuola Grande di San Rocco la commissione giudicatrice gli dà ragione: resta così colpita dalla bellezza dell’opera da considerarla acquisita e ingaggia l’autore per decorare le pareti, assicurandosi oltre sessanta capolavori di quella che la critica definirà la Cappella Sistina di Venezia.

Quello che Tintoretto non sa o presagisce nel trentennio successivo è che il suo lavoro finirà per affascinare il mondo intero: intellettuali e letterati di passaggio in laguna nei secoli non mancano una visita ai suoi capolavori. E ne scrivono. Così per primi Johann Wolfgang Goethe e l’inglese John Ruskin che in quella pantagruelica abbuffata di arte in giro per l’Italia con cui riempie diari e lettere, di lui dirà: “Non sono mai stato così completamente annichilito di fronte a una mente umana come lo sono stato oggi, di fronte a Tintoretto”. Una sensazione che conosce bene un altro ammiratore, lo Stendhal teorizzatore della famosa sindrome. E poi Henry James, autore di capolavori come “Ritratto di signora” e viaggiatore appassionato e coltissimo, definisce il veneziano “quasi un profeta”.

Ma Tintoretto fa scuola anche ai colleghi, fedele al motto che guida il suo lavoro e si propone di unire “il disegno di Michelangelo, e il colorito di Tiziano”. Un’incandescenza premonitrice e visionaria che ispira al di là dei secoli.

Con Emilio Vedova si incontrano, metaforicamente parlando, a inizio ‘900 proprio nella Scuola di San Rocco. Poi nella quotidianità di chiese e palazzi dove l’artista informale, autodidatta e sperimentatore, cerca e trova tracce di quello che sarà il suo maestro d’elezione. Da Tintoretto trae ispirazione per temi, contenuti, colore e luce con le forme che già nel 1948 trasfigurano nell’astrazione. Un viaggio, il suo, che è tutto un togliere. E trasformare. Così Torino espone i disegni giovanili del 1936, le tele degli anni Quaranta e Cinquanta che riflettono i dipinti cinquecenteschi fin dai titoli: “La moltiplicazione dei pani e dei pesci”, “La crocifissione”. Infine la monumentale installazione “…in continuum, compenetrazione/traslati ‘87/’88”: più di cento tele assemblate che sfidano la verticalità della sala in un debordante sforzo creativo che affascina l’osservatore. Di fronte Tintoretto risponde con le icone dei Camerlenghi, prestito dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, o con il ciclo delle Metamorfosi, solitamente di casa alle Gallerie Estensi di Modena.

Il risultato è un fraseggio fatto di colore, rapidità di esecuzione, fantasia illimitata. E una mostra, quella organizzata dal Museo Civico di Arte Antica di Torino in collaborazione con la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, che è un regalo per i contemporanei e insieme messaggio di speranza: racconta l’antico capace di generare il contemporaneo e disegna il futuro della bellezza. L’esposizione, a cura di Gabriella Belli e Giovanni Carlo Federico Villa, sarà visitabile fino al 12 gennaio 2026.
di Antonella Gonella
Fotografie: Palazzo Madama – Museo civico di Arte Antica di Torino
Immagine in copertina: Tra colori e forme (fotografia studio Gonella)
