L’uccello di città ha imparato ad alzare la voce. Nei contesti urbani, il rumore di fondo è così continuo e pervasivo da costringerlo a modificare il proprio canto, diventato più acuto, più lungo, più insistente, per farsi ascoltare sopra il traffico, le sirene, il sibilo dell’asfalto. È un dato osservato dalla bioacustica urbana, ma è anche un’immagine che ci riguarda da vicino: la natura che si adatta, silenziosamente, a un ambiente che non è stato pensato per lei. Non è però solo una questione di suono. Volpi che attraversano i viali notturni, ricci che cercano rifugio nei giardini, uccelli che nidificano sui cornicioni dei palazzi raccontano che la città è già un ecosistema complesso, abitato da molte specie. La convivenza è un fatto, anche quando non ce ne accorgiamo; eppure, per lungo tempo, abbiamo progettato lo spazio urbano come se fossimo soli, come se natura e gesto umano appartenessero a mondi separati, da tenere accuratamente distinti.

Oggi questa separazione mostra tutte le sue crepe, e ne emerge, tra l’altro, che la crisi ecologica è, di fatto, anche una crisi percettiva. Abbiamo disimparato a vedere, ascoltare, toccare il mondo come un sistema di relazioni; abbiamo ridotto l’esperienza a uno sguardo veloce e distratto, dimenticando che corpo, sensi e memoria sono strumenti di conoscenza. Non riconosciamo più i segnali, non sappiamo leggere né interpretare correttamente i linguaggi della natura, perdendo, conseguentemente, orientamento e responsabilità.
In questo vuoto si fa strada l’idea di biofilia, che non è semplicemente da intendersi come “amore per la vita”, ma è qualcosa di più profondo, ovvero quella innata tensione alla natura da parte dell’uomo, la disposizione a cercare contatto con ciò che è vivo, con i processi della natura, con la complessità che ci precede e ci sostiene. Questa però non basta da sola, va anzi coltivata, educata, esercitata, come quando si apprende una lingua, imparando a frequentare i luoghi, riconoscere i ritmi, dare nome e ascolto a ciò che ci circonda. Da qui, dallo sviluppo quindi di una competenza vitale come quella dell’intelligenza ecologica, ne consegue un modo più lucido e consapevole di stare al mondo, che parte proprio dalla capacità di percepire i legami tra il nostro benessere e l’ambiente, tra un gesto quotidiano e le sue conseguenze, tra lo spazio che attraversiamo e le vite che lo abitano. E si comincia paradossalmente proprio dalle piccole cose, da ciò che spesso la città rende invisibile: un canto, una traccia, un’ombra, un albero che resiste in un’aiuola.


Ma se è vero che cominciamo ad amare ciò che impariamo a conoscere profondamente, questa competenza cognitiva, non può che avere come naturale conseguenza lo sviluppo di una dimensione ancora più decisiva, l’ecologia affettiva. Non si tratta di un sentimentalismo, ma di una pedagogia dell’attenzione, un’educazione dello sguardo e del cuore che rende possibile la cura. Imparare a conoscere, ma anche imparare a sentire: è nel modo in cui ci emozioniamo davanti a un albero, in cui ci prendiamo cura di un nido sul balcone, in cui riconosciamo come “nostro” un paesaggio condiviso, che si forma una responsabilità duratura.

In questo humus di relazioni prende forma l’architettura empatica. Non si tratta di uno stile, una moda, ma di un atteggiamento progettuale che ascolta prima di costruire. Un’architettura che riconosce i bisogni degli altri, umani e non umani, e prova a tradurli in spazio, materia, gesto condivisi. È così ad esempio che a Washington, più precisamente a Capitol Hill, per consentire a un gruppo di anatre di entrare e uscire con più facilità dalla Capitol Reflecting Pool, è stata installata una piccola rampa, un’infrastruttura discreta che parte dal riconoscimento di una presenza fragile e risponde con il prendersene cura. L’enorme vasca ornamentale nella quale, in primavera e in estate, diverse famiglie di anatre trovano riparo e nutrimento presenta un dettaglio di progettazione piuttosto ostico: il bordo in pietra calcarea, ampio e leggermente inclinato, è troppo ripido per i piccoli anatroccoli, che faticavano a risalire o a gettarsi in acqua senza scivolare. Per far fronte a questa difficoltà, l’Architect of the Capitol, in collaborazione con City Wildlife, ha progettato dunque una soluzione semplice, ma efficace, in seguito a una fase di analisi e confronto con tecnici e naturalisti. Si tratta di due rampe inclinate posizionate ai bordi della grande vasca che permettono agli animali di entrare e uscire dall’acqua facilmente, indipendentemente dall’età o dalla stazza. Un intervento di modeste dimensioni che ha risposto quindi a un’esigenza concreta di sopravvivenza: i giovani anatroccoli che non riescono a uscire dall’acqua rischiano di stancarsi o di essere esposti a predatori e stress termici, circostanze che un semplice supporto strutturale ha potuto attenuare, se non eliminare.

Particolarmente iconica, a Singapore, l’infrastruttura che sembra interpretare un vero e proprio atto di riconciliazione tra spazio costruito e spazio vivente: Eco-Link@BKE, un ponte ecologico che attraversa la Bukit Timah Expressway e che consente agli animali di spostarsi in sicurezza tra due aree naturali un tempo connesse, il Bukit Timah Nature Reserve e il Central Catchment Nature Reserve. Inaugurato nel 2013, è stato il primo ponte per la fauna del Sud-Est asiatico progettato appositamente per ripristinare la continuità ecologica interrotta dalla costruzione dell’autostrada. La struttura si estende per circa sessantadue metri sopra la carreggiata ed è ricoperta da vegetazione nativa, pensata per riprodurre il paesaggio forestale circostante e rendere il passaggio riconoscibile e familiare agli animali. Questo corridoio verde favorisce gli spostamenti e contribuisce a mantenere la diversità genetica delle popolazioni animali che la strada aveva separato. I monitoraggi condotti attraverso trappole fotografiche hanno documentato, infatti, l’attraversamento regolare di numerose specie, tra cui lo zibetto delle palme comune, il tragulo minore, il pangolino di Sunda, il macaco dalla coda lunga e uccelli forestali come il martin pescatore guanceblu. Una presenza silenziosa, non accessibile al pubblico, che restituisce continuità a un paesaggio frammentato e riduce il rischio di collisioni con il traffico sottostante.


In Italia, tra strade di montagna e infrastrutture che attraversano territori fragili, iniziano a comparire interventi discreti per ricucire habitat frammentati e restituire agli animali la possibilità di attraversare in sicurezza. Non sono ancora ponti simbolo, ma segni silenziosi di un modo di abitare che sta imparando ad ascoltare. Persino nei luoghi più carichi di storia e di memoria, la convivenza si traduce in scelte progettuali e in dettagli quasi invisibili, eppure determinanti. Nel Parco archeologico del Colosseo, le nuove recinzioni includono piccoli passaggi dedicati ai gatti della colonia felina che da tempo abita l’area: varchi discreti, pensati per rispettare i loro percorsi quotidiani e integrarli nel paesaggio monumentale, intrecciando tutela del patrimonio e cura delle forme di vita che lo abitano. Qui, la presenza felina non è solo tollerata, ma riconosciuta come parte attiva dell’ecosistema culturale del sito: una forma di convivenza interspecifica che mette in relazione animali, patrimonio e comunità umana. I gatti, percepiti da molti visitatori come “custodi naturali” delle rovine, diventano mediatori simbolici tra passato e presente, tra pietra e vita. In uno spazio attraversato ogni giorno da decine di migliaia di persone, la coesistenza con diversi gruppi felini, ufficialmente registrati dal 2021, restituisce tutta la complessità delle dinamiche relazionali che animano i luoghi della storia.


E così, se l’uccello si adatta alzando la voce per farsi sentire, l’uomo impara ad adattarsi progettando ponti, rampe, varchi che tengano conto delle altre specie, gli alberi, infine, da secoli, ci insegnano che è sempre stato così: abitare non è dominio, ma relazione. Radicati nei luoghi, gli alberi attraversano le generazioni, custodiscono memorie, orientano paesaggi. Hanno sempre mediato tra bisogni umani e cicli biologici, tra gesto quotidiano e durata. Sono archivi viventi, infrastrutture affettive, maestri silenziosi di convivenza; e ci ricordano che la sostenibilità non è una tecnica, ma una forma di attenzione, un modo di stare al mondo che si apprende, si trasmette, si coltiva.

Forse è da qui che può ripartire un’idea di futuro abitabile: non dalla conquista della natura, ma dall’ascolto; non dalla tecnica sola, ma dalla relazione. Imparare ad abitare insieme, come fanno gli uccelli e come insegnano gli alberi, è, in fondo, la più antica delle architetture empatiche.
di Giulia Gonnella
Immagine in copertina: Riparo modulare per cani randagi realizzato con pannelli pubblicitari dismessi, Bangkok, Thailandia. Nato come iniziativa di design sociale, è parte del progetto Stand for Strays, un’iniziativa che affronta la questione dei cani randagi attraverso l’installazione di piccole architetture temporanee progettate come rifugi funzionali, con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita degli animali e favorire la cooperazione e la consapevolezza sociale. Si tratta di strutture leggere pensate per offrire protezione dal caldo e dalle piogge monsoniche senza interferire con la vita urbana. Più che semplici ripari, questi dispositivi diventano strumenti di mediazione tra spazio pubblico, animali e cittadini, invitando a ripensare il rapporto tra progettazione, responsabilità sociale e convivenza interspecifica. Fotografia: per gentile concessione di Yodsaporn Juntongjeen, designer e ricercatrice
Ti ringraziamo per aver letto questo articolo. Se desideri restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
