Ancona è una città che ha affidato alla pietra una parte decisiva della propria coscienza. Città di mare, di approdi e di confini, esposta ai traffici dell’Adriatico e alla prossimità dell’Oriente, ha consegnato alla materia il compito di custodire forma e memoria. Mura, edifici sacri, archi e pilastri, porte e fontane, non compongono soltanto un paesaggio urbano: formano una grammatica del tempo. La pietra, ad Ancona, non è solo sostanza costruttiva, è testimonianza, deposito, appello. È ciò che rimane e ciò che continua a interrogare. Questa vocazione si legge in modo esemplare attraverso due pietre diverse e convergenti: il lapis, legato nella tradizione agostiniana alla memoria di Santo Stefano, e il sarcofago di Flavio Gorgonio, nel quale la fede cristiana prende forma con rara potenza iconografica e simbolica. Tra queste due pietre, poste a pochi metri di distanza, l’una nel museo diocesano e l’altra nella cattedrale di San Ciriaco, si disegna non soltanto una vicenda devozionale o artistica, ma una meditazione sulla memoria. Su ciò che merita di essere custodito, su ciò che una comunità decide di trasmettere, su ciò che nel tempo continua a generare senso.



Per comprendere la memoria stefaniana ad Ancona non basta interrogare le fonti: bisogna ascoltare il modo in cui la città ha trasformato un fatto in forma, una tradizione in paesaggio, una devozione in durata. Il dato più saldo resta quello attestato da Sant’Agostino nel Sermo 322: l’esistenza, nel primo quarto del V secolo, di una memoria sancti Stephani presso Ancona: “… nel mio pellegrinare raggiunsi pure Ancona, città dell’Italia, dove il Signore opera molti miracoli per l’intercessione del gloriosissimo martire Stefano.”
Di altro ordine è il Sermo 323, che affida l’origine di quella memoria alla fama di una pietra approdata dal mare dopo la lapidazione del Protomartire. Narra Sant’Agostino: “Quando santo Stefano veniva lapidato erano pure presenti alcune persone innocenti, soprattutto coloro che già avevano creduto in Cristo. Si dice che una pietra gli avesse raggiunto un gomito e, rimbalzata di lì, fosse finita davanti ad un uomo religioso. Questi la prese e la conservò. Quell’uomo era marinaio di professione; un caso fortuito, proprio del navigare, lo sospinse sul lido di Ancona e gli venne rivelato che quella pietra doveva essere lì riposta. Quello assecondò la rivelazione e fece ciò che gli era stato ordinato: da questo fatto vi si edificò una Cappella in onore di santo Stefano; correva pure voce che ivi è un braccio di santo Stefano, ignorando la gente che cosa fosse accaduto. Ma in realtà si ritiene che, essendo stato quello il luogo della rivelazione, là dovesse restare la pietra rimbalzata dal gomito del Martire, in quanto, in greco, “gomito” suona ἄγκων (ánkon).” Di quella pietra, secolo dopo secolo, non si è persa la memoria. Oggi è esposta nella scenografica Cattedrale di San Ciriaco, cuore della cristianità anconetana. Dall’alto del colle Guasco, a picco sul mare e sulla città portuale, essa invita, umile e silenziosa, a innalzare lo sguardo per custodire l’anima di ciò che ha generato.

Il compito dell’interprete non è contrapporre schematicamente storia e tradizione, ma riconoscere che esiste una verità della memoria che può anche non coincidere con la cronaca, ma che comunque non è meno reale. Le comunità non vivono soltanto di fatti accertati; vivono anche delle forme con cui custodiscono ciò che le fonda. E la memoria, quando è davvero memoria, non registra soltanto il passato: dà una dimora nel presente. È qui che la pietra rivela il proprio significato più alto. Nel cristianesimo antico essa non è solo ciò che ha peso: è ciò che resiste, dura, si oppone all’evaporazione del senso. Il lapis della tradizione agostiniana non vale solo come reliquia o emblema, ma come segno di una prossimità resa tangibile, impronta di un’origine che rifiuta di consegnarsi all’oblio. Una città che riceve una pietra sacra e attorno a essa costruisce una memoria compie un gesto di civiltà: decide che il senso non debba dissolversi. Perché una civiltà comincia a decadere non quando i monumenti si sgretolano, ma quando smette di comprendere ciò che essi custodiscono. La pietra diventa così una forma di fedeltà: sottrae qualcosa al nulla non per immobilizzarlo, ma per consegnarlo al giudizio dei viventi. In questo senso, la memoria non è il culto del passato: è il passato che continua a chiedere futuro.

Il sarcofago di Flavio Gorgonio, conservato nel museo diocesano, emerge come la seconda grande pietra di questa riflessione: non una pietra giunta dal mare, ma una pietra lavorata dall’uomo per opporre forma alla dispersione, luce all’oscurità, speranza alla muta evidenza della morte. Risalente alla fine del IV secolo, appartiene a quel momento del cristianesimo tardoantico in cui l’arte diventa pensiero visibile della fede. Le scansioni architettoniche della cassa, la densità narrativa dei rilievi, la compresenza di temi cristologici e motivi funerari fanno di quest’opera molto più di un reperto. Il sarcofago non custodisce soltanto un corpo: custodisce una visione dell’uomo, del limite, del destino. La sua bellezza travalica l’equilibrio delle proporzioni e la finezza dell’intaglio; essa si radica nella capacità di dare figura a ciò che di per sé sfugge alla figura.
L’arte, qui, non consola: rivela. Il suo programma iconografico è una vera soglia del pensiero. Nella parte superiore compare una delle più antiche raffigurazioni della Natività, con Maria, il Bambino nella mangiatoia, una tettoia stilizzata, un pastore, il bue e l’asinello e i tre Magi vestiti all’orientale, mentre Giuseppe è assente (la sua presenza iconografica si affermerà dopo il concilio di Nicea). Ciò che colpisce non è soltanto l’antichità del motivo, ma la sua forza concettuale. Questa immagine appartiene a un tempo in cui la forma cristiana non si è ancora irrigidita in codice e proprio per questo conserva l’energia delle origini.

La Natività scolpita su un sarcofago produce una concentrazione simbolica di straordinaria intensità: la nascita del Salvatore si inscrive sul luogo della sepoltura, l’inizio della redenzione affiora là dove la pietra custodisce la morte. La fede crea bellezza, orienta il senso, illumina l’esistenza. La pietra scolpisce l’origine dell’Avvenimento cristiano, fondamento di nuova vita. Troviamo incisa la traditio legis, con Gesù che consegna la nuova legge dell’amore agli apostoli; la stessa traditio si fa storia vivente in Gorgonio. Il prefetto del pretorio, funzionario statale, viene ritratto nel dettare una legge ai suoi assistenti, e poi convertirsi e abbracciare la legge di Cristo. Un altissimo testamento spirituale. La legge, l’amore, il matrimonio, la famiglia (nel sarcofago sono raffigurati Gorgonio e sua moglie ai piedi di Gesù) sono ricapitolati nella novità della Nascita. L’eternità si riconcilia con la quotidianità, l’impronta spirituale permea la storia e la forgia. Per questo il sarcofago di Gorgonio non è soltanto un capolavoro figurativo; è una meditazione scolpita sull’Incarnazione, sulla finitudine e sulla speranza.

L’ipotesi della tradizione che colloca la memoria di Santo Stefano nell’area paleocristiana sottostante la chiesa di Santa Maria della Piazza acquista, dunque, un valore che supera la sola topografia cultuale. Essa suggerisce che Ancona, fin dall’antichità, abbia affidato alla materia il compito di custodire non solo delle tracce, ma un orientamento. La Cappella del IV secolo, con la memoria di Stefano, la sua prossimità al porto ove sbarcò il marinaio con la reliquia, i mosaici paleocristiani sotterranei, la continuità della devozione, la sopravvivenza del sarcofago di Gorgonio, compongono una costellazione in cui il passato non è relitto che giace, ma, dopo secoli, continua a interrogare. Qui la memoria non coincide con la semplice conservazione: è una forma di responsabilità. Custodire significa sottrarre all’oblio e restituire al presente ciò che può ancora illuminarlo.


È la lezione più alta che queste pietre consegnano alle nuove generazioni: una civiltà non vive perché accumula reperti, ma perché sa trasformare le proprie eredità in coscienza. Il lapis della memoria stefaniana e il sarcofago di Gorgonio cessano di essere meri oggetti del passato: diventano due figure della stessa verità. La prima dice che la storia può farsi presenza. La seconda che la forma può farsi rivelazione. Insieme insegnano che la memoria è viva quando non si limita a custodire ciò che è stato, ma rende ancora possibile ciò che deve essere pensato. Perché il contrario dell’oblio non è il ricordo: è il senso. E una città è davvero grande non quando domina il proprio tempo, ma quando sa consegnare al futuro ciò che del proprio tempo merita di non morire.
di Francesco Maria Nocelli
Immagine in copertina: Ancona in una mappa di Georg Braun del 1572. Immagine: Wikimedia Commons
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