Ci sono luoghi che custodiscono storie silenziose, geografie dell’anima in cui i grandi intellettuali del Novecento hanno lasciato impronte profonde, spesso dimenticate dal chiacchiericcio frenetico delle grandi capitali dell’arte. Tra questi c’è L’Aquila, una città che porta addosso i segni indelebili della rinascita e che oggi, nel pieno della sua vibrante identità culturale, si trasforma nel palcoscenico di un dialogo folgorante tra passato e presente. È proprio qui, tra le sale cariche di storia di Palazzo Ardinghelli, sede del MAXXI L’Aquila, che ha preso vita un progetto espositivo destinato a lasciare il segno: “Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila”, una mostra che celebra il centenario della nascita di un gigante dell’arte italiana, concentrandosi su un capitolo tanto intimo quanto cruciale della sua biografia. Per un ventennio, dal 1979 al 1999, questo intellettuale radicale, artista e scrittore ha infatti insegnato Estetica nell’Accademia di Belle Arti della città abruzzese.

Tuttavia, non ci troviamo di fronte alla classica retrospettiva polverosa, didascalica e rassicurante. Al contrario, la mostra si rivela un vero e proprio cortocircuito emotivo e concettuale, capace di indagare come la provincia italiana, lontana dai riflettori milanesi o romani, sia stata per Mauri un laboratorio di pensiero purissimo, un luogo d’incontro con le nuove generazioni e di sedimentazione di un’opera che ha sempre fatto i conti senza sconti con i traumi della storia, il fascismo, l’ossessione per i media e l’ideologia.
Ma a rendere l’operazione un vero evento culturale di portata nazionale non è solo il valore inestimabile del lavoro di Mauri. A calamitare l’attenzione, a scuotere le fondamenta stesse del concetto di mostra, è la mano – o meglio, la mente – di chi questa esposizione l’ha curata: Maurizio Cattelan, affiancato da Marta Papini.

Negli ultimi anni abbiamo visto sempre più spesso l’artista padovano svestire i panni del provocatore solitario per indossare quelli del curatore, e lo ha fatto con la stessa sfrontatezza, la stessa lucidità disarmante con cui ha scalzato le certezze del sistema dell’arte globale. Cattelan non cura le mostre come farebbe un accademico, uno storico dell’arte o un freddo archivista. Tratta l’atto curatoriale come un medium a sé stante, come un’installazione totale, un intervento d’artista in cui a parlare non sono i cartellini esplicativi attaccati alle pareti, ma lo spazio, il ritmo, i vuoti e la tensione visiva. Cattelan usa le opere degli altri come un linguaggio per articolare un discorso potentemente contemporaneo.
Nel rileggere gli “anni aquilani” di Mauri, Cattelan evita accuratamente l’effetto agiografia, rifiutando la celebrazione sterile del maestro scomparso. Al contrario, dimostra una profonda, quasi viscerale affinità elettiva con l’artista romano. Entrambi, pur appartenendo a generazioni e linguaggi differenti, condividono un’ossessione bruciante: la messa in scena della memoria collettiva e il cortocircuito perenne tra la Storia, quella con la S maiuscola, fatta di dittature, narrazioni tossiche e masse in movimento, e la nostra percezione quotidiana.

Curare, per Cattelan, significa in questo caso fare un passo di lato per amplificare la voce di Mauri, mettendola però all’interno di una bolla di altissima pressione emotiva. Le opere ideate e prodotte in quegli anni in Abruzzo diventano, sotto la sua direzione, dei dispositivi di urgenza assoluta. Pensiamo alla riattivazione di performance monumentali, taglienti e scomode come Che cosa è il fascismo – realizzata originariamente nel 1971 e oggi riallestita in una feconda collaborazione con gli studenti dell’Accademia locale – o a Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo del 1989. Sotto la lente di Cattelan, queste non sono reliquie da museo da guardare con riverente distacco, ma trappole mentali, ordigni pronti a scattare nella testa dello spettatore contemporaneo.
Passeggiare tra le sale del MAXXI L’Aquila significa fare i conti con un’energia che non appartiene solo agli anni Ottanta o Novanta, ma che brucia e interroga il nostro presente. La scelta del duo curatoriale di puntare forte sulla performatività e sulle tracce materiali di quel periodo restituisce l’immagine di un Mauri professore e agitatore, capace di scuotere le coscienze dei suoi studenti trasformando l’aula scolastica in un teatro critico del reale.
Cattelan coglie perfettamente questa dimensione “attiva”, quasi militante, dell’insegnamento di Mauri, perché sa bene che l’arte non risiede nell’oggetto statico, fermo su un piedistallo, ma nello shock percettivo che esso genera nello spazio e in chi lo guarda. Inserire questo omaggio all’Aquila assume così un sapore generazionale fortissimo: da un lato c’è il tributo di un maestro irriverente e apparentemente cinico a un maestro rigoroso e spietato nell’analisi dei totalitarismi; dall’altro c’è una città che proprio attraverso la cultura sta ricostruendo la propria pelle, dimostrando che l’arte contemporanea non è un vezzo elitario da grandi metropoli, ma un imprescindibile strumento di sopravvivenza civile.

In un sistema dell’arte sempre più spesso patinato, anestetizzato e ossessionato unicamente dalle logiche di mercato, “Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila” si staglia come un faro anomalo. Ci ricorda cosa succede quando due intelligenze anarchiche e radicali si incontrano e dialogano, annullando le distanze temporali. Cattelan non si accontenta di essere un mediatore invisibile: ci mette la firma, la visione, e quella sua sgradevole, lucidissima capacità di ricordarci chi siamo e da dove veniamo. Ci prende per mano e ci costringe a guardare in faccia i fantasmi del Novecento attraverso gli occhi di chi quei fantasmi li ha studiati, vissuti e smontati pezzo per pezzo, trovando rifugio tra le montagne abruzzesi.
E alla fine, uscendo da Palazzo Ardinghelli, mentre l’aria fresca dell’Aquila ti colpisce il viso, resta una sensazione precisa, affilata come una lama: le ideologie possono crollare, i regimi possono cadere, le città possono tremare e faticosamente risorgere, ma l’arte – quando è vera, scomoda, viscerale e feroce – non smette mai di braccarci. E se oggi, in mezzo al rumore di fondo della nostra epoca, abbiamo ancora il coraggio di guardarci allo specchio senza sconti, è anche merito di questo magnifico, inaspettato cortocircuito.
di Mery Scalisi
Immagine in copertina: Fabio Mauri, Gli anni dell’Aquila, Installation view. Fotografia di Roberto Marossi
Si ringrazia l’ufficio stampa dell’evento, nella persona di Sofia Li Pira, per la gentile concessione delle immagini a corredo dell’articolo
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