L’importanza di siti come quelli di Pompei ed Ercolano è nota in tutto il mondo, complice la straordinarietà degli eventi che hanno portato ad un “congelamento” delle condizioni di vita dell’area vesuviana: condizione più unica che rara nelle ricerche archeologiche, che consente una ricostruzione puntuale e dettagliata delle possibili dinamiche che attraversavano la società nel 79 d.C., nell’esatto momento in cui la zona fu malauguratamente colpita dalla celebre eruzione del Vesuvio. Proprio questa condizione, distruttiva per gli abitanti dell’epoca, rende paradossalmente i contesti vulcanici estremamente importanti in archeologia, permettendo l’avanzamento di ipotesi interpretative particolarmente chiare e contribuendo alla creazione di narrazioni storiche relative alla cultura della Roma imperiale e del centro-sud della Penisola.

Già nel 62 d.C. la città di Pompei venne danneggiata da un forte terremoto, evento testimoniato nelle decorazioni della casa di Lucio Cecilio Giocondo; fu però naturalmente l’evento vulcanico, ricoprendo l’intero ambiente con materiale piroclastico, a permettere la conservazione così sconvolgente che ancora oggi vediamo, testimoniata dai calchi delle vittime. Se l’immediatezza con cui si possono ancora cogliere i loro ultimi istanti restituisce la tragicità dell’evento, bisogna tuttavia sottolineare che testimonianze di questo tipo sono estremamente rare nei rinvenimenti. L’assenza di aria e di umidità del contesto pompeiano ha permesso la quasi impossibilità di deterioramento dei materiali più svariati, anche organici, per quasi due millenni; il reale deterioramento di questa tipologia di sito si verifica a seguito dell’esposizione agli agenti esterni, sia naturali che antropici.
L’importanza di tali rinvenimenti non riguarda dunque solamente i reperti in sé ma naturalmente la contestualizzazione che ne deriva: è stato possibile rilevare che, proprio a causa del terremoto del 62, al momento dell’eruzione del 79 diversi edifici di Pompei erano ancora in fase di ristrutturazione o addirittura disabitati; lo stesso si può dire di ville ed edifici di Ercolano, soggetta agli stessi eventi catastrofici. Un esempio caratteristico all’interno del contesto del Parco archeologico di Ercolano è Villa Sora, la cui costruzione risalirebbe circa alla metà del I secolo a.C.
Situata a 3,6 chilometri a sud-est di Ercolano, come altri edifici nel momento esatto dell’eruzione vesuviana la villa era in fase di restauro, condizione testimoniata dal ritrovamento in passato di un graffito che testimonia i costi dei lavori, insieme ai resti materiali degli interventi stessi come opere di pavimentazioni iniziate ma non terminate e addirittura cumuli di calce. In casi analoghi ci si trova di fronte a un vero e proprio spaccato della vita di quel giorno, a brusche interruzioni che gettano in una condizione di sospensione la quotidianità di esseri umani comuni. Ed è proprio a partire da questi individui e dalla loro semplice quotidianità, più che dalle importanti dinamiche politiche della storia, che si possono andare a ricostruire tutti quei processi sociali, culturali ed economici che caratterizzavano un determinato gruppo etnico e il contesto culturale più ampio che questo abitava.

A tutto questo possono aggiungersi nel tempo ulteriori elementi, che consentono di riflettere su quanto anche la riscoperta di un sito già indagato e consolidato nell’immaginario del pubblico possa fornire interpretazioni sempre più ricche delle dinamiche del passato. L’antica Ercolano, ancor più di Pompei, ha conservato resti significativi di materiali estremamente deperibili quali legno, papiri e materiali organici: questi sono straordinariamente rari in archeologia a causa della facilità con cui essi sono soggetti al deterioramento; il loro ritrovamento presuppone l’esistenza di condizioni ambientali particolari quali la presenza di materiale piroclastico derivante da eventi vulcanici. Contesti di questo tipo possono essere definiti in archeologia come “sigillati”: non li caratterizza un accumulo nel tempo, bensì un arrestarsi delle dinamiche in un esatto momento.

Al di là del fortunato panorama italiano, si può citare l’esempio di Akrotiri, città portuale dell’Età del Bronzo nell’attuale Santorini, ugualmente sepolta da un’eruzione vulcanica; a differenza dei contesti campani, l’assenza ad Akrotiri di resti umani lascia presupporre la probabile fuga in via preventiva dei suoi abitanti, verosimilmente messi in stato di allerta da scosse di terremoto avvenute prima dell’eruzione.

Scoperta nel 1860, vi si trovano testimonianze dei fiorenti commerci che, al momento della distruzione, si verificavano con la Grecia e con Creta; proprio simili per tecnica a quelle del contesto cretese sono le pitture murali. È interessante notare che in questo caso, proprio grazie alla preventiva evacuazione del sito, molti oggetti preziosi vennero probabilmente portati via dagli abitanti e questo rende molto più complessa la ricostruzione interpretativa delle dinamiche sociali della città, condizione resa ancor più complessa dalla quasi totale assenza di testimonianze scritte locali, fatta eccezione per rare iscrizioni in lineare A.

Anche su contesti così preziosi per gli studiosi, la possibilità di indagare nuovi elementi è sempre fondamentale: da essi scaturisce l’importanza delle ricostruzioni interpretative di dinamiche sociali che, in alcuni casi, possono essere state a lungo oggetto di stereotipi anche errati; tante delle dinamiche storiche nell’immaginario collettivo attuale risentono proprio di tutto ciò. L’archeologia degli ultimi decenni mira appunto a questo: avere a disposizione una pluralità di interpretazioni accessibili e considerate equamente valide, soggette però a studi sempre più scientifici, per non lasciare nulla al caso e minimizzare i filtri interpretativi cui sono soggetti gli studiosi.
In ogni contesto, ancora oggi la scoperta può essere dietro l’angolo; e la cultura materiale che ne deriva non ci parla solo di bellezza estetica o di qualità tecnica, ma di vere e proprie finestre sul mondo di chi, secoli o millenni fa, abitava le nostre terre, di come agiva e perfino di come pensava.
Che possa essere il pensiero di chi ci ha preceduti la vera chiave per capire noi stessi?
di Silvia Marotta
Immagine in copertina: Pompei, Via dell’abbondanza – Immagine: Lord Pheasant, 2006, Wikimedia Commons
