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Data Divas, la prima mostra italiana dell’artista francese Hanna Rochereau

Per la sua prima mostra personale in Italia, l’artista francese Hanna Rochereau (1995, Parigi) trasforma la galleria d’arte veneziana Mare Karina in un archivio interno compresso, dove corpi, immagini e sistemi di classificazione convergono. La mostra, intitolata Data Divas e visitabile fino al 18 luglio 2026 in occasione della Biennale d’Arte, si sviluppa come una riflessione spaziale e visiva sulla condizione contemporanea dell’archivio, non già come deposito neutrale, ma come sito attivo in cui valore, autorialità e visibilità vengono continuamente costruiti e messi in discussione.

All’interno di un ambiente sigillato, simile a un back room che richiama allo stesso tempo showroom, deposito e infrastruttura corporate, Rochereau riunisce pittura e assemblaggi scultorei per esaminare come il materiale culturale venga ordinato, tradotto e fatto circolare. Figure simili a manichini e motivi ripetitivi di archiviazione suggeriscono un paesaggio in cui cura, dati e display collassano l’uno nell’altro, e in cui l’archivio stesso diventa insieme palcoscenico e meccanismo sotto pressione. Un sistema che produce significato tanto quanto lo contiene, e che rivela, attraverso le proprie strutture, le tensioni e i bias incorporati nelle forme contemporanee di conoscenza e rappresentazione.

 Testo curatoriale di Sini Rinne-Kanto:

 Gli archivi di Hanna Rochereau sono organizzati con meticolosità, le sue scatole ben allineate. Ammucchiate, imballate e impilate, si può immaginare di trovarvi rapidamente ciò che era stato precedentemente perduto. L’artista, basata a Marsiglia, presenta un nuovo corpus di lavori in Data Divas, la sua prima mostra personale in Italia, ospitata da Mare Karina, una galleria situata in un ex lavanderia a secco veneziana da tempo dismessa. In questa occasione, Rochereau prosegue il suo studio sugli archivi, concentrandosi sui loro sistemi di esposizione e organizzazione, l’architettura dell’archiviazione e del contenimento.

Le tre pareti della stanza interna chiusa della galleria sono occupate da una serie di nuovi dipinti. Presentano scatole e scaffali verticali e orizzontali, capaci di contenere a loro volta scatole più piccole in una sequenza apparentemente infinita. Attraverso queste opere, l’artista continua la sua analisi formale di motivi d’interni derivati da diversi sistemi di stoccaggio. Le forme pittoriche si basano su fotografie scattate o trovate dalla stessa Rochereau. Sono esposti due dittici: il primo è intitolato The Moment 1 e The Moment 2, il secondo Worn Once, Yours Forever 1 e Worn Once, Yours Forever 2. Il primo è orizzontale e il secondo verticale, entrambi raffigurano depositi in legno per carte e scatole di proporzioni variabili. I titoli dei dittici suggeriscono una tensione tra l’eterno, l’effimero e la ricorrenza. Si pongono in netto contrasto con il terzo dipinto presente nella stanza, Them, caratterizzato da una gamma cromatica grigio-bianca che evoca un sistema di registrazione di tipo industriale. In questo dipinto, date di origine sconosciuta sono annotate su alcuni cassetti, e la scatola parzialmente aperta suggerisce in modo discreto una persistente presenza umana.

Un senso di distanza e controllo è trasmesso attraverso una palette contenuta di tonalità smorzate di marrone, bianco e nero. Lo spessore quasi tangibile dell’archivio è accentuato dalla mancanza di profondità pittorica, mentre l’opacità nasconde il contenuto delle scatole. I colori, le forme, le texture e la composizione dei dipinti evocano una connessione visiva con il Cubismo sintetico degli anni Dieci del Novecento. Tuttavia, non si tratta di un richiamo nostalgico né di un riferimento storicista; la pittura di Rochereau mantiene un legame concettuale con questo periodo artistico, manifestandosi in una forma astratta costruita su un’attenta osservazione della realtà.

La mostra, in modo piuttosto insolito per Rochereau, presenta una presenza umana, evidente non solo attraverso le date annotate sugli scaffali dipinti. Prende il titolo da un dipinto omonimo, Data Divas, esposto all’inizio della primavera presso la Paulina Caspari Gallery di Monaco. L’opera segnava la prima occasione, nell’indagine archivistica di Rochereau, in cui appariva una presenza umana parziale sotto forma di torso di manichino. Nella mostra veneziana, questi busti riemergono, questa volta nella loro fisicità, con un lieve richiamo alla precedente funzione sartoriale dello spazio espositivo. Sono presenti cinque sculture di dimensioni variabili, assemblate a partire da materiali diversi: busti di manichini espositivi ai quali sono applicati vari accessori, tra cui raccoglitori, scatole e clip, progettati per mantenere in ordine gli archivi.

Intitolate rispettivamente 404-DIVA ERROR 1–5, queste sculture a busto portano con sé molteplici allusioni storico-artistiche. Tuttavia, i titoli hanno un suono programmatico e gli errori in essi contenuti suggeriscono che qualcosa non ha funzionato. Gli oggetti applicati ai busti, insieme al disordine apparente che li avvolge, rimandano a una certa apertura e a intrecci complessi, un altro tipo di meccanismo organizzativo legato ai dati e alla narrazione. Sotto i piedistalli delle sculture, frammenti isolati e pile di carta non contrassegnata giacciono dispersi come se fossero sfuggiti all’ordine archivistico. Flussi di dati e informazioni traboccano da sistemi ordinati e contenuti presenti altrove nella stanza.

Le dive della mostra possono essere lette come corpi di dati entropici e futuristici che rappresentano nodi relazionali. Nel suo libro Zeros + Ones, Sadie Plant scrive delle divisioni gerarchiche nei testi e nella scrittura, “divisioni tra centri e margini, autori e scribi”. Prosegue: “solo quando le reti digitali si sono organizzate in fili e collegamenti, le note a piè di pagina hanno iniziato a invadere ciò che un tempo erano i corpi dei testi organizzati. I programmi ipertestuali e la Rete sono trame di note senza punti centrali, principi organizzativi o gerarchie.” Nella mostra, qualcosa di simile alle note — forse dettagli scartati o elementi che non sono entrati negli archivi — assume una presenza esponenziale in forma scultorea. Esse “stanno ora filtrando dalle copertine di articoli e libri, traboccando da tutte le classificazioni e gli ordini di biblioteche, scuole e università”, o, nel caso di Rochereau, fuoriuscendo da cassetti, scatole e scaffali. Le sculture Data Diva arrivano così a rappresentare le matrici, la scheda madre, il grembo. Resistono alla correzione, alla classificazione, al contenimento e al processo disciplinato evocato nei dipinti.

Gli esseri umani hanno l’impulso di classificare il passato e il presente attraverso diversi meccanismi. Classificare, categorizzare e catalogare ciò che ci sfugge è fondamentale nel tentativo di comprendere e dare senso al mondo. Come ricorda Walter Benjamin in Unpacking My Library, imballare e disimballare sono due facce dello stesso impulso, ed entrambi danno significato ai momenti di caos, “dialetticamente sospesi tra i poli del disordine e dell’ordine”. Dove esistono ordine, struttura e stabilità, esiste anche entropia. L’attuale ossessione per gli archivi ha fatto sì che essi si diffondessero oltre università e musei — i tradizionali depositi del sapere — evolvendosi in un interesse per l’esposizione degli archivi o per artisti che assumono il ruolo di archivisti. Rochereau, tuttavia, non segue nessuna di queste traiettorie; esamina invece la logica formale dei sistemi archivistici nello spazio pittorico. Privilegiando la forma rispetto al contenuto, illustra i tentativi contemporanei di organizzare, disporre e classificare qualsiasi cosa, mostrando come questa ricerca sia destinata a fallire.

L’artista francese Hanna Rochereau

Biografia dell’artista:

Rochereau (nata nel 1995, Parigi) vive e lavora a Marsiglia. Ha conseguito nel 2020 un Master in Fine Arts – European Art Ensemble presso ECAL, Losanna. La sua pratica si muove tra pittura e installazione, concentrandosi sugli spazi e sui gesti dell’esposizione commerciale e sui modi in cui il consumismo mette in scena desiderio, tentazione e assenza. Lavora spesso con architetture simili a negozi, dispositivi espositivi spettrali e disposizioni seriali di oggetti, utilizzando il linguaggio visivo del retail e della pubblicità per interrogare il modo in cui le aspirazioni quotidiane vengono costruite e mercificate. Nel 2026 ha presentato First Floor da Paulina Caspari a Monaco; nel 2025 ha presentato Full Package da Shmorevaz e un progetto personale nell’ambito di Hauser & Wirth Invite(s), entrambi a Parigi. È stata artista in residenza a La Becque, La Tour-de-Peilz, Svizzera (2024) e a Villa Belleville, Parigi (2025).

Fotografie e cartella stampa: www.marekarina.com

Autore

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