Amo il deserto. Vivo nel deserto, bellezza pura; assoluto senza mezzi termini: o tutto o niente, o gioia o dolore, o vita o morte. Chi ci prova è perduto. Perché il deserto è un amante insaziabile che ruba l’anima e succhia il cervello.

Amo i silenzi assordanti, l’isolata solitudine, l’introspezione, la simbiosi armonica con una natura totalizzante, immensamente potente in cui naufragare. Un mondo a parte frequentato da presenze leggere, evanescenti nel calore sfocato, o ingombranti, opprimenti, sotto una cappa di luce abbacinante: le dune, presenze ineluttabili, tangibili. Figlie del vento, scolpite dalla luce.

Amo le dune. Vivo tra le dune. A volte abbracciano tenere e protettive, a volte respingono infide e crudeli. Perché duna è femmina, carnale, coinvolgente e travolgente, oltremodo affascinante. Amore e odio. Di tutte mi sono innamorato, in tutte mi sono perso. Presenze ineffabili, testimoni silenziose della mia vita.

Dune è il racconto di tutto questo, l’incarnazione del connubio perfetto tra la sensualità della sabbia, la poetica del vento, e la magia della luce. Emozione pura. Il vento accarezza con arte la sabbia, materia immobile eppur mobile, estremamente duttile, che si lascia docilmente modellare in forme cangianti. La luce dà vita ed energia ai volumi, dipingendo linee pure, sinuose, morbide e taglienti, creando contrasti, profili vellutati ed inaspettati grafismi.


Una triade stregata di elementi, ognuno essenziale, indispensabile agli altri: senza la sabbia, vento e luce non avrebbero la malleabile materia prima da modellare e illuminare; senza il vento, la luce si poserebbe su di una monotona piana sabbiosa; senza la luce, sarebbe il buio, il nulla.


Dune, 1978, un colpo di fulmine, immediato. Da allora ne ho viste e vissute tante, tantissime, in tutto il mondo. Dal Gobi in Mongolia al candido Campo de Piedra Pómez sulle Ande argentine, dal Rub’al-Khali in Medioriente all’Africa Meridionale. Ma le più spettacolari, per quantità, varietà e vastità, quelle che mi hanno travolto, che mi hanno davvero trafitto il cuore, le ho accarezzate, cavalcate, scalate a piedi e in fuoristrada nel Sahara. Parola magica… Sahara, il deserto! Per eccellenza. Senza ma, senza storie o manfrine. Un assoluto. Otto milioni di chilometri quadrati di panorami mozzafiato, dalle piane infinite in cui perdersi agli spettacolari massicci vulcanici a canne d’organo, alle arenarie sedimentate in centinaia di milioni di anni e ora erose in picchi vertiginosi dalle forme bizzarre, alle sabbie raccolte in possenti formazioni dalle sfumature impossibili. Un unicum suddiviso in pezzetti da stupide frontiere tracciate a tavolino dall’uomo. Sahara, dove, nella notte dei tempi, lontanissimi antenati hanno lasciato preziose testimonianze della loro innegabile arte. E come diceva un grande compagno di ventura “il deserto è più bello che altrove”.

Testo e fotografie di Giancarlo Salvador
