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È andata bene, ragazzino

“Avevo quattro anni. Il pensiero opprimente che alla fine svaniremo tutti, che in qualsiasi momento possiamo tornare nel nulla da cui siamo venuti come se non fossimo mai esistiti, fu una mazzata, il grido di una banshee ululante. Sembrava impossibile che tutto lo splendore della vita si dissolvesse nell’oscurità, ma era così. Stan mi suggerì che avrei dovuto usare quella consapevolezza della mortalità come fonte di ispirazione, una volta andato via da casa.”

Apprezzare in Sir Anthony Hopkins l’attore è quasi scontato; meno scontato è conoscerlo attraverso il racconto che fa della propria vita, già anticipata nell’efficace titolo È andata bene, ragazzino ovvero We did Okey, kid, pubblicato alla fine del 2025 da Longanesi.

La citazione iniziale, estrapolata dal Tractatus Theologico-politicus di Baruch Spinoza, invita a non ridere, non piangere, non odiare, ma cercare solo di capire, anticipando un  racconto diretto e vero di Hopkins dalle proprie modeste origini alla giovinezza turbolenta, nella lotta dalla dipendenza dall’alcool e dentro il vuoto della relazione con Abigail, l’unica figlia avuta dalla prima moglie, figlia con la quale non mantiene alcun tipo di rapporti. È un testo che, contrariamente all’usuale, andrebbe letto dalla fine all’inizio ovvero dal 22° capitolo in avanti, e poi a ritroso, per poter cogliere tutte le sfumature, l’implicito che si appalesa, un memoir reso impeccabile da confessioni intimamente vissute, dense di un’interiorità trasmessa con semplice ed estrema lucidità, svelando passo dopo passo il tormento e la determinazione, sentimenti guida della vita di Anthony Hopkins.

Anthony Hopkins al Red Sea Festival nel 2025. Immagine: Omar David Sandoval Sida, CC BY-SA 4.0 Wikimedia Commons

È lui per primo ad ammettere di fuggire da un quotidiano – che apparentava la sua vita ad un fienile in fiamme -, annientato da sentimenti di paura e confusione, pungolato da un’irrequietudine che, pur causando disagi, conflitti e dissapori, in qualche modo lo guidava verso una sorta di sopravvivenza di cui non era in grado di comprendere la natura vera. “Non sapevo dire cosa mi stesse opprimendo. Forse la paura della morte. […] Così fuggii di nuovo […] girai un film a Roma […] ma ripenso a tutto questo con rimpianto e tristezza. Avrei potuto essere una persona migliore, ma non lo sono stato […] mi sembrava che qualcosa stesse morendo dentro di me. […] Avevo smesso di bere, ma cosa c’era ancora che non capivo?”

È un viaggio quello dell’autore gallese che inizia da lontano, segnato in partenza dalla conflittualità con la figura paterna con la quale arriverà ad una riconciliazione rasserenante, favorita anche dalla complicità e dalla forza che alimenta il legame con l’attuale terza moglie Stella, per lui un porto sicuro. È anche il percorso di un giovanissimo stimolato ad osare e a mettersi in gioco dalla propria madre che lo spinse ad un provino, audizione che gli avrebbe garantito una borsa di studio al Cardiff College of Music and Drama. L’audizione si sarebbe svolta presso il Castello di Cardiff, quasi presagio di un più che nobile avvenire.

Anthony Hopkins nel 1996. Immagine: John Mathew Smith e www.celebrity-photos.com da Laurel, Maryland, USA, CC BY-SA 2.0 Wikimedia Commons

“Mentre stavo realizzando un documentario qualche anno fa Stella andò a parlare con un mio ex insegnante a Cowbridge e gli chiese: com’era Tony a scuola? Non ha mai giocato a cricket, non ha mai giocato a calcio […] non sapevamo chi fosse. Non parlava mai con nessuno. Era molto, molto silenzioso. Era bravo in geografia e in musica. Suonava il pianoforte. Dopo aver lasciato la scuola nel giro di dieci anni era sul palcoscenico con Laurence Olivier”.

Nelle ultime tredici pagine Anthony Hopkins riassume dubbi ed inquietudini, amarezze e gioie tanto più vere quanto inaspettate. “Per la prima volta mi resi conto di tutti i cambiamenti che mi erano successi […]. La scuola di recitazione. Cardiff. Due anni nell’esercito. Un salto quantico. E da allora miracoli su miracoli. Penso alla mia vita, ricordo quel ragazzino sfortunato e penso: come è potuto succedere tutto ciò? È questo che mi lascia perplesso riguardo al mistero della vita. Non avrei mai potuto programmare nulla del genere, e nemmeno immaginarlo. La mia vita è stata scritta da qualcun altro, non da me. Non so chi stia dirigendo lo spettacolo, ma chiunque sia ha un eccellente senso dell’umorismo”.

Non manca un sussurro di tristezza e la consapevolezza di una verità profonda ovvero che la vita possa anche chiamarsi un lungo addio. Ognuno di noi è a termine, ignota la data di scadenza: è questo che spinge lo scrittore britannico, naturalizzato americano, ad affermare che durante l’arco della nostra esistenza possiamo solo illuderci di essere importanti. “Tappeti rossi, sbronze insensate, l’arroganza del successo. Ma se sopravvivi abbastanza a lungo, arrivi a cogliere il nocciolo della questione. Arriviamo, diciamo ciao a tutti, ci intratteniamo per un po’ e ci congediamo con un addio, ragazzi. Nella mia vecchiaia ho riscoperto l’amore di creare solo per il gusto di farlo: ora a 87 anni, incredibilmente, lavoro ancora: ho scoperto che quando si tratta di lavoro la mia età è un vantaggio. E tornate a quel bambino ogni volta che siete in dubbio”.

Immagine: Samuele Schirò da Pixabay

Pascoli docet, verrebbe, scontatamente, da aggiungere a proposito del fanciullino che resta in noi, cui segue l’invito a   seguire il nostro δαίμων, lo spirto guerriero mai domo di foscoliana memoria. “Ritornare alle mie origini, riviverle in queste pagine, mi ha fatto risvegliare e permesso di apprezzare la mia buona sorte e le giornate estive della mia infanzia. Ora che ho messo tutto nero su bianco mi sento libero di dimenticare il passato e di concentrarmi in attesa di conoscere il grande segreto. A questa età non c’è niente di meglio che svegliarsi ogni mattina, guardare il cielo e dire buongiorno mondo. Sono di nuovo qui, più giovane di quello che sarò domani. Facciamoci una risata sopra”.

Il resto è vita, verrebbe da aggiungere.

di Rita Farneti 

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VERSIONE INGLESE

We did Okey, Kid

“I was four years old. The oppressive thought that we will all eventually vanish, that at any moment we can return to the nothingness from which we came as if we had never existed, was a blow, the cry of a howling banshee*.

It seemed impossible that all the splendor of life could dissolve into darkness, but it did. Stan suggested that I should use that awareness of mortality as a source of inspiration once I left home.”

Appreciating Sir Anthony Hopkins as an actor becomes almost a given; less so is getting to know him through the story he tells of his own life, already anticipated in the aptly titled We Did Okey, Kid, published at the end of 2025 by Longanesi.

The opening quote, taken from Baruch Spinoza’s Tractatus Theologico-Politicus, invites us not to laugh, not to cry, not to hate, but only to seek to understand, anticipating a direct and truthful account of Hopkins, from his modest origins to his turbulent youth, his struggle with alcohol addiction, and the emptiness of his relationship with Abigail, his only daughter from his first wife, a daughter with whom he maintains no relationship whatsoever.

It is a text that, unusually, should be read from end to beginning—from chapter 22 onward—and then backwards, to grasp all the nuances, the implicit elements . A memoir made impeccable by deeply felt confessions, imbued with an interiority conveyed with simple yet extreme clarity, revealing step by step the torment and determination that guided Anthony Hopkins’s life.

He’s the first to admit that he was fleeing from a daily routine—which made his life resemble a burning barn—ridden by feelings of fear and confusion, driven by a restlessness that, while causing discomfort, conflict, and disagreements, somehow guided him toward a sort of survival whose true nature he couldn’t fathom.

“I couldn’t say what was oppressing me. Perhaps the fear of death (…) So I fled again (…) I made a film in Rome (…) but I look back on all of this with regret and sadness. I could have been a better person, but I wasn’t (…) I felt like something was dying inside me (…) I had stopped drinking, but what was there still that I didn’t understand?”

The Welsh author’s journey begins a long time ago, marked from the outset by conflict with his father, with whom he will arrive at a reassuring reconciliation, also aided by the complicity and strength that fuels the bond with his current third wife Stella, a safe haven for him.

It’s also the journey of a very young man encouraged to dare and take risks by his mother, who pushed him to audition for a scholarship to the Cardiff College of Music and Drama. The audition was supposed to take place at Cardiff Castle, almost a harbinger of a more than noble future.

“While I was making a documentary a few years ago, Stella went to talk to a former teacher of mine in Cowbridge and asked him: What was Tony like at school?

He never played cricket, he never played football (…) we didn’t know who he was. He never spoke to anyone. He was very, very quiet. He was good at geography and music. He played the piano. After leaving school, within ten years he was on stage with Laurence Olivier.”

In the last 13 pages, Anthony Hopkins summarizes doubts and anxieties, bitterness and joys that are all the more real and unexpected.

“For the first time, I realized all the changes that had happened to me (…). Drama school. Cardiff. Two years in the army. A quantum leap. And since then, miracles upon miracles. I think back on my life, remember that unfortunate boy, and think: how could all this happen? This is what leaves me perplexed about the mystery of life. I could never have planned anything like this, or even imagined it. My life was written by someone else, not by me. I don’t know who’s directing the show, but whoever it is has an excellent sense of humor.”

There’s also a whisper of sadness and the awareness of a profound truth: that life can also be called a long goodbye.

Each of us is finite, our expiration date unknown: this is what drives the British writer, a naturalized American, to affirm that throughout our existence, we can only delude ourselves into thinking we are important.

“Red carpets, senseless drunkenness, the arrogance of success. But if you survive long enough, you get to the heart of the matter. We arrive, we say hello to everyone, we chat for a while, and we bid farewell, guys. In my old age, I’ve rediscovered the love of creating just for the sake of it: now, at 87, incredibly, I’m still working: I’ve discovered that when it comes to work, my age is an advantage.

And return to that child whenever you’re in doubt.”

Pascoli docet, one might naturally add, speaking of the child that remains within us, followed by the invitation to follow our δαίμων, the never-tamed warrior spirit of Foscolo’s memory.

“Returning to my roots, reliving them in these pages, has awakened me and allowed me to appreciate my good fortune and the summer days of my childhood. Now that I’ve put everything down on paper, I feel free to forget the past and concentrate, waiting to learn the great secret. At this age, there’s nothing better than waking up every morning, looking up at the sky, and saying good morning, world.

I’m here again, younger than I’ll be tomorrow. Let’s laugh about it.”

The rest is life, one might add.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore

  • Rita Farneti, laureata in Lettere, già psicologa, psicoterapeuta, psicoanalista, esperta in psicografologia, tecniche di rilassamento e nell’approccio capacitante con l’anziano svantaggiato cognitivamente, già consulente del Centro Studi per la menopausa del Policlinico Sant’Orsola Malpighi di Bologna e collaboratrice esterna nel Dipartimento di Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi di Padova Facoltà di Psicologia, nonché giudice non togato al Tribunale di Sorveglianza di Bolog...

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