Il Concilio di Nicea (325 d. C.)
di Flaviano Garritano
«Il popolo venga istruito con opportuni discorsi concernenti l’indefettibilità e le glorie della Chiesa Cattolica, il primato e le benemerenze dei Romani Pontefici, le eresie debellate dai Padri del Concilio di Nicea»: così nel 1925 iniziava la lettera inviata ai parroci da mons. Giovanni Mele, primo vescovo dell’Eparchia di Lungro, per ricordare l’importanza dei documenti promulgati nel Concilio di Nicea.

Il tema del Concilio di Nicea, che nel 2025 ha celebrato i suoi millesettecento anni, è ancora molto attuale nel movimento ecumenico poiché rappresenta un campo da indagare per le origini del Cristianesimo nella prospettiva di un superamento delle divisioni. Il principale protagonista di quell’adunanza fu l’imperatore Costantino e la fonte principale è stata la lettera di Eusebio di Cesarea alla sua Chiesa. L’imperatore Costantino – che già con l’editto di Milano del 313 (in realtà sarebbe più corretto definirlo “Rescritto di Licinio” trattandosi di un accordo tra i due Augusti, quello d’Occidente e quello d’Oriente) aveva proclamato la libertà di culto per tutti con lo scopo di garantire ordine e governabilità nell’impero –, d’accordo con Papa Silvestro convocò il concilio di Nicea, oggi Iznik, una città turca della Bitinia, non molto lontana da Costantinopoli. L’imperatore, dal momento che aveva proclamato il cristianesimo religione di Stato, divenne un “soggetto” direttamente coinvolto nella convocazione dei concili ecumenici quale protettore della religione cristiana. È caratteristico – come scrive lo storico Eusebio – che l’imperatore Costantino, indirizzandosi ai vescovi Padri del sinodo di Nicea, pronunziò la frase: “…potrei, se mi volete, se me lo permettete, essere costituito da Dio come vescovo per gli affari esterni”.




Il Concilio di Nicea si svolse molto probabilmente tra giugno e luglio del 325 d. C. alla presenza di molti vescovi, circa trecento, la maggior parte delle chiese d’Oriente, un’altra parte proveniente da fuori l’Impero. A Nicea furono discusse varie questioni tra le quali, e non solo, il dibattito sulla natura di Cristo che aveva il suo centro nella Chiesa di Alessandria ma era diffuso in Oriente, dibattito che coinvolse una pluralità di comunità tanto che appare riduttivo identificare il Concilio di Nicea con uno scontro personale tra Atanasio e Ario, seppure questi fossero protagonisti, come testimonia la stessa iconografia del Concilio. La soluzione adottata per superare e quindi condannare la posizione di Ario il quale sosteneva che Cristo non potesse essere co-eterno a Dio ma dovesse essere considerato in una posizione subordinata, si può sintetizzare nella formula: “generato e non creato della stessa sostanza del Padre”, specificando che Gesù Cristo come Figlio di Dio sia “consustanziale” al Padre, “Dio vero da Dio vero”.

Nel Concilio di Nicea furono discussi anche i criteri per stabilire la Pasqua, la quale doveva cadere la prima domenica dopo il plenilunio di primavera seguendo così la prassi abituale della chiesa di Roma. Vennero discussi anche i rapporti con gli ebrei; questioni tutt’altro che secondarie per la vita ecclesiale. Da questa assemblea emerse l’immagine che nell’Oriente cristiano convivesse una multiformità di pratiche e di riflessioni, accompagnate da un dibattito che continuò a essere vivo dentro e fuori l’Impero. Le comunità dei credenti di Cristo, le ekklesiai, erano organizzate liberamente, luogo per luogo, man mano che l’evangelizzazione cristiana procedeva. Fino al Concilio di Nicea non c’erano mai stati simboli di fede: c’erano formulazioni sintetiche di fede, formule kerigmatiche; ma con Nicea per la prima volta si getta uno sguardo all’interno del mistero di Dio e lo si descrive con il Credo promulgato da tutti i vescovi della cristianità. Il “Credo niceno” rappresentò lo strumento per la pacificazione, auspicata e forzata tra i vari vescovi, voluta dall’imperatore Costantino, il quale era a conoscenza delle varie liti dei vescovi “con il pretesto della discussione sui dogmi divini”.

Le stesse lettere di san Paolo, che fanno parte delle sacre scritture canoniche cristiane, attestano delle varie differenze tra le singole Chiese. Il Credo sancito dal Concilio di Nicea quale simbolo di fede accomuna i cristiani di tutte le Chiese: cattolica, ortodossa, luterana, calvinista e anglicana. Nicea risulta ancora oggi molto importante poiché da lì si possono ancora cogliere temi per una riflessione condivisa e riaffermare un comune patrimonio di fede in una prospettiva ecumenica. Il fatto che in quel consesso si sia trattato il tema della data della Pasqua ci fa capire come la questione fosse già controversa a suo tempo con date diverse per la celebrazione. Si stabilì dunque che la Pasqua per i cristiani dovesse cadere la prima domenica successiva al primo plenilunio di primavera, però le Chiese di Occidente seguirono il calendario gregoriano mentre quelle di Oriente il calendario giuliano, usato già da tutta la Chiesa prima della riforma del calendario gregoriano, e sul quale si era basata anche la discussione a Nicea. Curiosamente, proprio nel 2025, anniversario dei millesettecento anni del Concilio, la ricorrenza della Resurrezione è caduta lo stesso giorno sia per i cristiani cattolici che per quelli ortodossi. Seppure sulla coincidenza della Pasqua si trovino molte sintonie tra cattolici e ortodossi, gli ostacoli maggiori invece si rilevano nelle rispettive tradizioni, sul valore della Pasqua per la vita della Chiesa e dei credenti a partire dalle forme in cui viene celebrata.


Messale ambrosiano, sec. XIV, membranaceo, cc. 307, mm. 350 x 250, Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Ms. E 18 inf. Da sinistra: c156v: Crocifissione a piena pagina ad introduzione del Canone. Sovrasta il titulus INRI la raffigurazione del pellicano che si squarcia il petto per nutrire i suoi pulcini, figura che rimanda direttamente al sacrificio di Cristo sulla croce; 157r: Iniziale con motivo fitomorfo su lamina d’oro – Fotografia: Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Mondadori Portfolio.
Si ringrazia la Biblioteca Ambrosiana per la gentile concessione delle immagini – Bibliografia: Inventario Ceruti, I, pp. 707-708; P. D’Ancona, La mostra della miniatura nella Biblioteca Ambrosiana, «Bollettino d’arte», 27 (1933-1934), pp. 56-68; G. Baroffio, Iter liturgicum ambrosianum. Inventario sommario dei libri liturgici ambrosiani, «Aevum», 74 (2000), pp. 508-603; M. Bollati, M. Petoletti, Manoscritti miniati in Italia della Biblioteca Ambrosiana (fondo Inferior). Il Trecento, Roma, Viella, 2022, pp. 114-116
Il lascito canonico del Concilio di Nicea rappresenta un patrimonio comune di tutto il mondo cristiano e l’anniversario del 2025 serve da incoraggiamento per un ritorno alle fonti, alle istituzioni canoniche primarie della Chiesa indivisa. Oggi del Concilio di Nicea rimane il testo del Credo, ma anche le recenti scoperte archeologiche incentrate sulle vestigia di una grandiosa costruzione religiosa nel lago di Iznik. Una fotografia aerea ha permesso di scoprire sott’acqua quelle che potrebbero essere le fondazioni di un’antica basilica, molto probabilmente legata allo storico sinodo.

La chiesa dei Santi Padri a Nicea: alla scoperta dei luoghi del primo Concilio
di Mustafa Şahin – archeologo, direttore degli scavi della Basilica sommersa di Iznik
Nel 2014, presso la sponda orientale del lago, abbiamo scoperto a Nicea, oggi nota come Iznik, una struttura sommersa rimasta nascosta per secoli dalle acque. Le fotografie aeree hanno rivelato non una normale struttura civile, ma una chiesa basilicale, chiaramente indicata dalla presenza di una navata centrale, di navate laterali e di un’abside rivolta verso est. Iznik, oggi, è una piccola città della Turchia nord-occidentale situata a circa centocinquanta chilometri a sud-est di Istanbul, sul lato opposto del Mar di Marmara. Il lago Iznik, precedentemente detto Ascanio, confina con la città a ovest. La posizione della basilica recentemente individuata suscita grande interesse a motivo del primo concilio ecumenico in cui i cristiani si riunirono per discutere questioni che minacciavano di dividere la Chiesa in fazioni. Tale concilio, che durò più di due mesi, si tenne sulle rive della città nel 325 a seguito della convocazione da parte dell’imperatore Costantino, da poco convertitosi al Cristianesimo.
Gli scavi avviati presso le rovine della chiesa da noi scoperte nel lago Iznik nel 2014 continuano senza interruzioni. Al centro di tutto si trova una chiesa basilicale con una navata centrale affiancata da due navate laterali che misura 41,32 m x 18,61 m e si estende in direzione est-ovest. L’abside ha un interno circolare e pareti esterne angolari. Su entrambi i lati dell’abside principale si trovano le stanze conosciute come prothesis e diaconicon, o pastophòria. A ovest del naos (cella) si trovano il nartece e l’atrio.

Un sondaggio effettuato nel 2016 ha portato alla luce otto tombe e le tracce di malta presenti sulle ossa dimostrano chiaramente che l’edificio è stato costruito sopra di esse. Il rinvenimento nella tomba 3 della moneta di Valente (364-378 d.C.) suggerisce che la basilica fu costruita verso la fine del IV secolo; data confermata anche dalla moneta di Valentiniano II rinvenuta nella tomba 4. Un altro importante ritrovamento crediamo sia la camera del diaconicon: tale stanza meridionale era originariamente parte dei pastophòria e si ritiene che fosse un martyrium per via dell’abside presente sulla parete orientale e del sarcofago posto sul lato sud-occidentale. Sebbene non vi siano ancora prove scritte, la posizione delle rovine, localizzate fuori dalle mura della città e vicino al lago, suggerisce che la chiesa potesse essere dedicata a San Neofito. La prova archeologica più degna di nota è costituita dai pezzi architettonici in marmo riutilizzati nel sarcofago in muratura e simili al pannello marmoreo del sarcofago trovato nella chiesa urbana della Koimesis. Si pensa che questo pannello appartenesse alla tomba di San Neofito e anche la presenza della piccola abside, unitamente a quella del sarcofago, rafforzano la possibilità che anche la stanza fosse dedicata al martire titolare della chiesa.

Nel 2019 è stato effettuato uno scavo nella struttura a forma di U dove ritenevamo fosse situato un pozzo d’acqua; gli scavi condotti fino al 2022 hanno permesso di portare alla luce duecento monete scyphate (a coppa) risalenti ai secoli XI-XIII, oltre a numerosi frammenti di ceramiche pregiate, pezzi di vetro appartenenti a braccialetti, chiodi, punte di freccia, bottoni, fibbie di cinture e anelli di metallo decorati con croci, reliquie e croci pendenti, e un incensiere in terracotta.


Il ritrovamento più antico in questa zona è rappresentato dalla moneta di C. Papyrius Carbo, coniata a Prusa (attuale Bursa) tra il 69 e il 59 a.C., che dimostra come in questa zona esistesse un insediamento fin dal I secolo a.C. A una profondità di due metri, sotto le pareti in blocchi di marmo, su tutti e tre i lati sono state rinvenute travi di legno. È stato inoltre scoperto che il pozzo era stato riempito con elementi architettonici, come sarcofagi, stele funerarie, colonne e lastre di ambone, che erano stati frantumati e gettati nell’area a forma di U. La presenza di frammenti non correlati alla chiesa suggerisce che quest’area sia stata deliberatamente sepolta e abbandonata. La moneta più recente appartiene al regno di Ioannes Doukas Vatatzes III (1221-1254 d.C.) e ciò porta a ritenere che la struttura sia stata abbandonata a metà del XIII secolo e che sia successivamente sprofondata nel lago.


Nel 2022 abbiamo scavato una trincea profonda quaranta centimetri all’ingresso della struttura a forma di U nell’atrio che ha restituito anche un pendente raffigurante San Nicola. Durante gli scavi del 2024 abbiamo scoperto che i resti a forma di arco nella parte nord-orientale della chiesa appartenessero a un canale d’acqua aperto. Tutto ciò ha permesso di concludere che non ci sono sepolture sotto i blocchi di marmo frammentati e di ipotizzare che la struttura a forma di U sepolta e abbandonata sia un battistero in acque profonde.


Se consideriamo nel loro insieme la presenza di un sigillo in terracotta con il Cristo Pantocratore, e i sigilli in piombo di San Baruc, il soldato gallese, o del soldato Nikephoros, non è sbagliato affermare che la Basilica fu meta di pellegrinaggio.
Durante gli scavi sono stati rinvenuti numerosi reperti che suggeriscono che l’area della chiesa sia stata frequentata prima del IV secolo: infatti, la moneta di Papyrius Carbo datata 59 a.C., monete degli imperatori romani Antonio Pio (138-161 d.C.) o Geta (189-211 d.C.), lampade a olio risalenti ai primi due secoli d.C., lampade a olio con figure erotiche e un blocco di marmo con un motivo a scudo appartenente al frontone, indicano che prima della chiesa qui sorgeva un altro edificio, forse un tempio con strutture in marmo di stile corinzio, come suggeriscono alcuni frammenti decorati a foglie d’acanto. È noto che un tempio di Apollo fu costruito dall’architetto Baktyanus fuori dalle mura della città nel 183, durante il regno dell’imperatore Commodo (180-192), e pertanto riteniamo che questo tempio perduto si trovi sotto le fondamenta della chiesa. Le fornaci rinvenute in diverse aree durante gli scavi suggeriscono che gran parte del marmo del tempio sia stato trasformato in calce.

La sede esatta in cui si svolse il Concilio non è chiara e l’opinione generale è che la riunione si sia tenuta nel palazzo dove si trovava la Basilica di Costantino il Grande. Tuttavia, lo studioso Cyril Mango suggerisce che la sede della riunione potrebbe essere stata un’altra e che questa sia stata santificata e convertita in chiesa. Certamente “a Nicea, nel secolo VIII esisteva una chiesa che commemorava i Santi Padri ed era famosa per contenere le loro immagini”. Anche le fonti relative agli attacchi arabi avvenuti nel giugno del 727 menzionano la Chiesa dei Santi Padri: questi attacchi sono descritti in modo molto dettagliato nella storia di Teofane (morto nell’817), che riferisce come nonostante i gravi danni subiti dalle mura durante il lungo assedio, i musulmani, grazie alle preghiere dei Santi Padri della chiesa vicina, non riuscirono a conquistare la città. Le mura tra la Porta di Istanbul e il lago furono gravemente danneggiate durante l’assedio e successivamente restaurate e l’iscrizione che commemora le riparazioni è visibile ancora oggi sulla settantunesima torre delle mura della città.

Un’altra fonte scritta che menziona i Santi Padri risale all’inizio del IX secolo: si tratta di un elogio funebre dedicato a 318 vescovi scritto da Gregorio, sacerdote della chiesa di Cesarea (l’odierna Kayseri) in Cappadocia. Il testo inizia con una descrizione dell’ascesa al trono di Costantino e dell’adozione del Cristianesimo, e della conseguente pace che regnò nell’Impero. Egli menziona poi che il Concilio si riunì in una grande sala adiacente al palazzo, che conserva ancora oggi la sua bellezza alla presenza dei Padri. Descrive anche l’assedio arabo e alcuni miracoli compiuti dai Santi Padri. Da queste affermazioni risulta chiaro che il primo concilio si tenne in una sala adiacente al palazzo. Fonti scritte dei secoli VIII e IX riferiscono che esisteva una chiesa dedicata ai Santi Padri e che anche la sala del palazzo conservò il suo splendore durante questo periodo. Pertanto, sembra più probabile che una chiesa sia stata costruita accanto alla sala in cui si riuniva il concilio e Gregorio scrive che questi invasori orientali, chiunque essi fossero, entrarono nella chiesa dei Santi Padri e vi celebrarono le loro cerimonie religiose. Ciò indica che la chiesa dei Padri si trovasse fuori dalle mura della città, altrimenti, gli invasori avrebbero dovuto conquistare Nicea.

Il fatto che la chiesa più grande di Nicea sia stata costruita fuori dalle mura della città avvalora ulteriormente questa ipotesi. Molte chiese sono conservate all’interno delle mura fortificate di Nicea e queste furono costruite tra la fine del VII secolo e la metà del XIII. La Basilica è la più antica della città, risalente alla fine del IV – inizio del V secolo, e si trova fuori dalle mura che, magnificamente sopravvissute fino ad oggi, furono costruite per la prima volta nel terzo quarto del III secolo a protezione degli attacchi dei Goti, ed esistevano dunque prima della Basilica.

Il motivo per cui la chiesa fu costruita fuori dalla città, piuttosto che in un luogo più sicuro all’interno delle mura, potrebbe essere legato alla sacralità della zona? Gli scavi archeologici e le ricerche geologiche hanno rivelato che la chiesa fu distrutta dal terremoto del 1065 e completamente abbandonata verso la metà del XIII secolo. Secondo fonti scritte, le date della distruzione e dell’abbandono della chiesa dei Padri corrispondono alle informazioni che abbiamo ottenuto con le nostre ricerche. Ciò suggerisce che la Basilica potrebbe essere la chiesa dei Santi Padri; quella chiesa costruita dopo il Concilio per commemorare l’evento, onorare i padri che erano presenti e mantenerne viva la memoria.

Finché la Basilica era ancora visibile, Nicea è stata una meta di pellegrinaggio molto popolare. Tuttavia, una volta che la struttura scomparve sotto il lago, non rimase più nulla da vedere e di conseguenza il sito fu quasi dimenticato. Ora i pellegrini possono tornare nell’antica Nicea. Tutta l’area è pronta ad accoglierli.
Immagine in copertina: la Basilica sommersa di Iznik (Nicea) – Fotografia di Mustafa Şahin
