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I capolavori monumentali di Tarquinia

Ci sono luoghi dove la storia non è solo un racconto del passato, ma una presenza viva che modella il presente. Tarquinia è uno di questi. Questa terra, plasmata da antiche civiltà che hanno influenzato l’intero Mediterraneo, porta impresse le cicatrici e la bellezza di secoli di stratificazioni.  È proprio dal pianoro della Civita, l’antica collina dove sorgeva la città etrusca, che il racconto fotografico di Roberto Besana prende forma. Inquadrando la Civita dalla collina della necropoli, l’artista ci offre lo stesso punto di vista degli antichi etruschi, ponendoci subito in un rapporto di doppio colloquio vita-morte. “Qui, tutto è fermo, incantato nel mio ricordo. Anche il vento”, scriveva Vincenzo Cardarelli. Tuttavia, è proprio quel vento freddo di tramontana, che scuote i campi di grano e inonda le valli, a rivelarci le forze inestinguibili del passato. E in questo scenario, al calare dell’ora blu, ci ritroviamo immersi.

 

Grazie alla cifra stilistica di queste fotografie ci scopriamo profondamente connessi a questa terra. I legami che ci uniscono non sono allentati; al contrario, il nostro sguardo incrocia altri punti di vista, arricchendo continuamente la percezione di questo luogo senza tempo. Questa serie fotografica dedicata alla storia di Tarquinia ci guida nella complessa rete di rapporti tra esseri umani, natura e ambiente: elementi inseparabili e interdipendenti che hanno profondamente inciso il territorio. Spazi e luoghi, anche temporalmente distanti, diventano un’unica, coesa narrazione. Il bianco e nero delle fotografie sono la chiave di lettura di questa potente connessione. Attraverso un linguaggio essenziale, quasi ascetico,  di rinuncia al colore per concentrarsi sulla materia, sui volumi, sulle ombre, viene esaltata la forza luminosa di un popolo antico.

Nella necropoli di Tarquinia, tra le tombe dipinte e i reperti custoditi nel Museo Archeologico di Palazzo Vitelleschi, l’obiettivo non si limita a documentare: indaga, ascolta e infine, trasfigura la realtà, offrendoci una prospettiva unica e profonda della città. Dalla Civita, l’antica collina dove sorgeva la città etrusca di Tarquinia, la storia si snoda: il fotografo rinuncia al colore, scarnifica la realtà per rivelare l’anima delle colline bianche, nude, calcaree, in netto contrasto con il verde percepito abbarbicato alle rocce. È la terra di un popolo dal duplice potere, in grado di dominare mare e campi, e di annunciare al mondo la propria magnificenza con i tumuli giganteschi della necropoli dei Montarozzi.

La collina dei Montarozzi, la “città dei morti”, lunga circa sei chilometri, si estende parallela alla costa tirrenica, tra il litorale e l’altura della Civita. Le tombe coprono tutto il colle: un complesso di centotrenta ettari con oltre seimila sepolcri individuali, per la maggior parte camere scavate nella roccia calcarea (il “macco”) e un tempo segnalate in superficie da tumuli (monti di terra e pietre). Sono proprio questi ultimi, oggi appena percepibili a causa del passare del tempo e dei lavori agricoli, ad aver dato al colle il suo nome popolare ed espressivo. Scomparsi i tumuli che coprivano l’ingresso alla struttura ipogea, a partire dagli anni ‘50 del Novecento è stato costruito un guscio protettivo a forma di “casetta”.

Gli affreschi dipinti delle tombe, la più antica delle quali risale al VII secolo a.C., ci conducono nella vita quotidiana del defunto: banchetti, danze, giochi, riti. È uno straordinario complesso di circa duecento tombe dipinte, il più importante del Mediterraneo, definito da Massimo Pallottino “il primo capitolo della storia della pittura italiana”. Dal 2004 è Patrimonio UNESCO. È proprio in questo contesto, permeato di echi antichi, che Roberto Besana riprende e approfondisce il suo viaggio emotivo, esplorando il modo in cui l’antica civiltà si confrontava con la morte, il misterioso passaggio nell’aldilà e l’ardente desiderio di sconfiggere l’oblio. Le sculture di animali feroci, le figure mitologiche e cortei scolpiti sui sarcofagi divengono espressioni tangibili di questo transito. Dalle necropoli emergono sarcofagi “parlanti” che, con il nome, la famiglia, il ruolo e l’età del defunto, rendevano eterna la sua memoria.

Le scene narrative, spesso richiamanti i poemi omerici, sono metafore del valore e del coraggio del defunto, della sua nobile stirpe e di una morte eroica fautrice di salvezza. Fiere e mostri simboleggiano le insidie di un viaggio verso l’aldilà, un cammino affiancato dai demoni etruschi: Charun con il suo pesante martello per aprire le porte dell’Ade e Vanth, la cui fiaccola rischiara il percorso. Il Museo Nazionale Etrusco, ospitato nel magnifico Palazzo Vitelleschi, diventa il cuore pulsante di questa rivelazione. Varcando la soglia, l’architettura rinascimentale ci avvolge con i suoi archi sovrapposti in giochi di luce e ombre che ne esaltano ogni linea, ogni volume. È qui nel cortile, che il tempo si curva su se stesso.

L’ingresso, che sembra guidare lo sguardo verso il vitale pozzo centrale, ci presenta una scenografia quasi teatrale. In primo piano, ci accoglie l’imponente profilo di un sarcofago etrusco, testimonianza silenziosa e millenaria che si confronta direttamente con l’eleganza rinascimentale del palazzo. Accanto, un possente leone orientalizzante emerge dall’oscurità come un antico custode e la sua forza primordiale affiora attraverso le sapienti sfumature di grigio della pietra vulcanica (nenfro). Il dialogo con la memoria prosegue attraverso l’uso magistrale della luce. Le finestre del palazzo non sono semplici aperture, ma veli che mediano la realtà. L’immagine di una grata che si duplica in un’ombra perfetta sulla parete non è solo estetica, ma una profonda riflessione sulla percezione, sul visibile e l’invisibile, sul peso e l’effimero.

Il culmine di questo percorso emotivo si raggiunge nella sala dedicata ai Cavalli alati di Tarquinia, spirito e simbolo della città. Questi capolavori in terracotta, parte del frontone del Tempio dell’Ara della Regina, risalente al IV secolo a.C., furono scoperti nel 1938 da Pietro Romanelli sull’altura della Civita. Immortalati in una sospensione quasi onirica, emergono dal nero con tale leggerezza da sembrare pronti a spiccare il volo. Fuori dalla portata del loro sguardo, ma sotto di essi, una porta arcuata si apre su un’oscurità profonda. Non un passaggio reale, ma una soglia verso l’ignoto, un portale verso l’aldilà etrusco, un invito a meditare sul mistero del confine. Questo viaggio in bianco e nero ci permette di toccare le radici profonde di questa terra, e il nostro sguardo incrocia senza fine altri orizzonti talvolta inesplorati.

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Autori

  • Giovanna Velluti, tarquiniese appassionata di antichità e ricercatrice indipendente, ha sviluppato una solida competenza scientifica direttamente sul campo, maturato anni di esperienza in scavi archeologici, ricognizioni e gestione dei beni culturali. Da sette anni dedica la sua quotidianità all'educazione, portando nelle classi primarie una curiosità e versatilità che coltiva attraverso i suoi molteplici interessi. Definendosi una "studentessa a vita”, è anche guida turistica e viaggiatrice ins...

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