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Il castello “conteso” di Rocca Montevarmine

Rocca Montevarmine è oggi un castello con mura merlate a coda di rondine che si erge su di un’altura i cui pendii declinano a nord sul fiume Aso e a sud sino al torrente Menocchia. In questi ultimi tempi il suo nome è tornato alla rivalsa per varie questioni: la prima relativa alla sua gestione, è infatti proprietà del comune di Fermo, ma si trova nel territorio del comune di Carassai; la seconda relativa al PNRR e ai 4,8 milioni di euro ricevuti dal comune di Fermo per il restauro del castello.

Si arriva alla Rocca attraverso una diramazione della strada provinciale che da Carassai conduce a Montalto Marche. La Rocca e tutto il territorio circostante, come accennato in precedenza, sono proprietà del comune di Fermo e prima di questo il Brefotrofio della medesima città. La Rocca possiede anche le chiese di S. Angelo, S. Luca e S. Pietro. Veniamo ora però alla storia del castello: diversi documenti dell’Archivio arcivescovile di Fermo attestano l’esistenza di parte dell’edificio già dall’anno Mille. Sono proprio di questo periodo due documenti del 1060 che confermano la donazione di porzione del territorio di Montevarmine da parte dei signori Ardengo ed Elpezone al vescovo di Fermo, Oldarico. Proprio in questo periodo in quei territori sorgeva il monastero di Sant’Angelo in Piano e nel 1055 il signor Transarico donava al vescovo di Fermo le sue proprietà confinanti con il monastero. Il monastero di Sant’Angelo in Piano ospitò prima i Benedettini, ma la sua proprietà resta dubbia, sicuramente non fece capo né a Fonte Avellana né a Farfa, poiché non compare menzionata nei loro archivi. L’ipotesi più assodata è che a far costruire il monastero sia stato uno dei tanti proprietari del castello.

Due sono le considerazioni/evidenze che ci inducono a pensare ciò: la prima è relativa alla sigla S.A.M.V. che si legge nello stemma di Montevarmine, interpretabile come: Sanctus Angelus Montis Varminis. La seconda si basa sul fatto che la nomina del rettore della chiesa di S. Pietro, interna alla Rocca, spetta all’abate di Sant’Angelo in Piano.

Un altro fatto interessante è quello relativo agli strettissimi legami che tale Rocca aveva con Castrum Campori: tra i due territori esisteva in primis una continuità geografica, confinando a est lungo il tratto del fiume Aso; inoltre gli abitanti dei due castelli condividevano un profondo credo religioso nei confronti di San Michele Arcangelo, entrambi partecipavano alla processione dell’8 di maggio. In tale occasione la processione scendeva dalla chiesa di San Pietro interna alla Rocca, sino alla chiesa di Sant’Angelo. La manifestazione liturgica era guidata dal parroco di Montevarmine, questo però solo durante la discesa, poiché nella risalita a guidare la cerimonia era il preposto della chiesa di San Lorenzo di Carassai. Spesso tra questi due castelli insorsero liti e diatribe per confini e servitù, tanto che nel 1166 dovette intervenire il Vicario imperiale per placare una vertenza tra Bartolomeo di Camporo e l’abate di Sant’Angelo. Scorrendo con la cronologia, dopo questa data, troviamo ulteriori notizie sulla Rocca nel 1199. Tali notizie sono relative al podestà e vicario del vescovo di Fermo, Adenolfo, che Papa Innocenzo III volle ricompensare con le corti di Montevarmine e Carassai. A metà del Duecento il nuovo proprietario del Castello è Guglielmello da Massa. Egli era già signore di Montappone e Massa, poiché era fratello del potentissimo vescovo e podestà di Fermo, Gerardo.

Nei primi anni del Trecento la Rocca era proprietà della famiglia degli Ameli, precisamente di ser Filippo e dei figli Andrea e Lionello. Il Fermano, come molti altri territori, visse pienamente la crisi del Trecento e le continue battaglie e carestie ad essa legate. Durante la cattività avignonese, nell’anno 1307, papa Clemente V spedì il suo esercito in Italia per riconquistare alcuni territori che erano entrati sotto al controllo ghibellino. Gli Ameli, che proprio a tale fazione appartenevano, pagarono la loro scelta a caro prezzo. Il castello fu messo sotto assedio e raso al suolo. Solo pochi anni più tardi, nel 1325, il castello, da poco ricostruito, fu danneggiato nuovamente, poiché il Piceno fu raggiunto dall’esercito Guelfo guidato da Tano dei Baligani di Jesi, inflisse una pesantissima sconfitta ai ghibellini Teobalduccio da Camporo e Lino da Massa signore di Carassai. Questa situazione di enorme incertezza e continuo pericolo spinse i signori di Rocca Montevarmine a stipulare con i priori di Fermo, nel 1340, un atto di concordia che valse loro protezione ed esenzione dalle tasse. Nello stesso anno agli abitanti della Rocca venne concessa la cittadinanza fermana e vennero dati loro numerosi privilegi in cambio della loro fedeltà. Però la protezione dei fermani non fu sempre costante, ad esempio quando Gentile da Mogliano instaurò la sua tirannia a Fermo tolse tutti i privilegi agli abitanti della Rocca. Gentile venne cacciato già nel 1353 quando discese su quei territori il cardinale Albornoz a capo di un grande esercito. Nel 1355 tutti i castelli del Fermano si piegarono ad Albornoz.

Nel 1376 agli abitanti della Rocca vengono restituiti tutti i privilegi e si stabilisce che essi sono Fermani e debbono essere trattati come tali. Negli ultimi decenni del Trecento i proprietari della Rocca furono dei lontani eredi di quel ser Filippo Ameli menzionato precedentemente, rispettivamente: il nobil uomo Cola Poloni di Massa Fermana, la signora Giovanna Giulia e il signor Filippo Sacchini. Proprio in quegli anni Matteo Mattei, uomo fermano ricchissimo, decise di acquistare l’intero territorio di Rocca Montevarmine. Nel 1392 acquistò da Cola Poloni per 200 ducati d’oro parte del castello e i poderi che arrivano sino al torrente Menocchia. Nel 1393 acquistò anche la parte di donna Giovanna Giulia per un totale di 240 ducati d’oro. Infine nel 1396 acquistò i terreni rimanenti dall’ultimo degli eredi, Federico Iachini, per la cifra di 200 ducati d’oro. Acquisita tutta la proprietà il Mattei volle restaurarla e consolidarla, così inoltrò la richiesta a Andrea Tomacelli, marchese della Marca, signore di Fermo e fratello di papa Bonifacio IX.

Quando Mattei morì, nel 1431, tutti quei territori passarono sotto all’Ospedale di Santa Maria della Carità di Fermo, per sua volontà. Da questo momento in poi, sino ai giorni d’oggi, la Rocca pur essendo parte del territorio di Carassai è proprietà del comune di Fermo. La storiografia locale assieme alle fonti archivistiche sono sempre fondamentali per  dirimere casi come questo qui illustrato.

di Riccardo Renzi – Istruttore direttivo presso Biblioteca civica “Romano Spezioli” di Fermo