L’8 agosto è la “Giornata Nazionale del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo”. La data, istituita dal governo nel 2001 su proposta dell’allora ministro degli italiani nel mondo, Mirko Tremaglia, nasce allo scopo di perpetuare la memoria del sacrificio di tanti nostri connazionali emigrati all’estero ed è legata alla strage di Marcinelle dell’8 agosto 1956.

Que giorno si consumò la più grave sciagura mineraria mai verificata in Europa: a Bois du Carier nei pressi di Marcinelle (attualmente nei sobborghi di Charleroi, città della regione belga della Vallonia, area con la maggior presenza di emigrati italiani) persero la vita 262 minatori di cui 136 italiani. L’incidente all’interno della miniera avvenne alle 8:30 di quell’8 agosto, quando un vagone utilizzato per il trasporto del carbone urtò una trave in legno tranciando un tubo delle condutture dell’olio utilizzato per l’ascensore; immediatamente si scatenò l’inferno. Ad una profondità di oltre 900 metri si sprigionò un incendio che, alimentato dalle condutture di ventilazione, non diede scampo ai minatori intrappolati in quelle gallerie invase dal fumo e dalle fiamme. La situazione si aggravò, ancor di più, quando gli addetti alla sicurezza decisero di lanciare acqua dall’ingresso della miniera nel tentativo di spegnere le fiamme, con il disastroso risultato di allagare le gallerie, non dando così nessuno scampo ai poveri minatori che vi rimasero bloccati.

Le cause accidentali della sciagura ne nascondevano, in realtà, altre più profonde. La commissione d’inchiesta nominata per far luce sui fatti accaduti, successivamente portò a conoscenza dell’opinione pubblica le condizioni in cui lavoravano i minatori. Scarsissime misure di sicurezza, inesistenza di manutenzione delle strutture della miniera, mancanza di vie di fuga, un unico pozzo di risalita e di discesa, porte stagne in legno, minatori non dotati di maschere con l’ossigeno. I corrispondenti dei giornali italiani inviati a Marcinelle, già nei giorni successivi alla tragedia, facevano trapelare la scarsa sicurezza in cui operavano i lavoratori. Il “Corriere della Sera”, in un articolo del 9 agosto 1956, polemizzava scrivendo: “L’Italia può esportare dei lavoratori, ma non degli schiavi”. In effetti, le condizioni dei lavoratori italiani in Belgio (i macaroni) erano difficilissime, vigevano regole sociali molto ferree, e non esisteva alcuna forma di protezione né garanzie di sicurezza sul posto di lavoro, “quella degli italiani in Belgio fu in quegli anni una vera e propria emigrazione di Stato”.

L’Italia, infatti, a conclusione della Seconda guerra mondiale, aveva una assoluta urgenza di carbone per far ripartire la produttività dell’industria nazionale, e un’urgente necessità di trovare opportunità di lavoro per alleggerire la forte disoccupazione. In Europa, paesi come la Francia ed il Belgio avevano l’esigenza di reperire manodopera per far ripartire l’estrazione del carbone. Così dal 1946 l’Italia, con il governo De Gasperi, sottoscrisse dei trattati (prima con la Francia e successivamente con il Belgio) con cui si impegnava a favorire l’emigrazione verso le zone minerarie francesi e belghe in cambio di carbone. Nello specifico, l’accordo con il Belgio prevedeva la vendita di 2,5 tonnellate di carbone all’Italia per ogni 1000 operai inviati. Certamente, non tutti quelli che si recavano in Belgio venivano inviati a lavorare in miniera, solo a coloro che superavano “gli esami da parte dei responsabili medici e considerati idonei al lavoro veniva concesso il permesso di lavoro B, della durata di un anno rinnovabile e che vincolava il lavoratore a cinque anni di attività ininterrotta nel settore minerario con un alloggio presso campi di lavoro utilizzati per i prigionieri di guerra durante il conflitto, […] con salari che composti da una parte fissa ed una parte proporzionale alla produzione, un sistema che, esortando gli operai all’aumento smisurato del rendimento, aumentava la pericolosità del mestiere” (vedi Flavia Cumoli). Solo con la tragedia di Marcinelle, l’emigrazione, attraverso trattati ufficiali, ebbe termine.

Sono passati quasi settant’anni da quella tragedia, ma mai come in questo nostro tempo è giusto ricordare i nostri connazionali che si sono sacrificati con il proprio lavoro, e non solo all’estero, che hanno pagato un prezzo troppo alto per consentire ai propri familiari e ai propri connazionali di poter vivere in una vita migliore. Un sacrificio che ha contribuito a rendere l’Italia una delle massime potenze economiche mondiali. Ricordiamoli oggi, ma soprattutto, ricordiamoci chi eravamo pochi decenni fa. Ricordiamoci degli ultimi, degli umili, di coloro che, con nessun tipo di esperienza o specializzazione, hanno consentito a tutti noi di vivere in una nazione più unita. Più in generale, in questa quotidianità difficile, in questa epoca di crisi e di odio, ricordiamoci delle parole di Papa Giovanni Paolo II nell’Enciclica LaboremExercens: «Lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo – fosse pure il lavoro più di “servizio”, più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante – rimane sempre l’Uomo.»
di Salvatore Scalise
Immagine in copertina: Alcuni macchinari della miniera – Immagine: Luc Viatour, CC BY-SA 3.0 , Wikimedia Commons
