Camera dei Deputati, Roma, 19 ottobre 2026
Con quale spirito nasce questa nuova fondazione e perché è stata necessaria?
Nasce sotto il segno di un verbo: custodire. Custodire non è solo conservare il passato, è investire sulla capacità di una comunità di comprendere se stessa per costruire il proprio futuro. Ed è un’operazione necessaria per restituire Modigliani alla storia, oltre il mito. Per decenni la leggenda dell’artista maledetto, la narrazione romanzata e l’aneddoto hanno preso il posto del documento e della verità storica. Questa fondazione raccoglie il percorso tracciato da Jeanne Modigliani, figlia dell’artista, che dal 1939 ha dedicato la sua vita a ricostruire la vicenda umana e creativa del padre attraverso testimonianze dirette, fino al volume “Modigliani senza leggenda” del 1958 e alla costituzione degli Archivi Legali nel 1983.

Cosa non poteva più contenere il vecchio modello della Fondazione parigina?
Il vecchio modello non poteva più contenere la dimensione stessa del patrimonio. Oggi parliamo di oltre 6.000 pezzi tra documenti, fotografie, manoscritti, disegni, oggetti, testimonianze. Un corpus che per sua natura era difficilmente consultabile perché solo materiale fisico. Ma soprattutto non poteva più reggere su una sola persona, serviva una struttura che fosse protettiva, solida e condivisa.
Che differenza c’è tra la fondazione parigina e quella italiana?
La nuova è una Fondazione ETS – Ente del Terzo Settore. Una scelta fatta nel segno della trasparenza assoluta: tutto ciò di cui disponiamo viene pubblicato ed è disponibile. Il Consiglio Direttivo riflette questa impostazione: un imprenditore, un avvocato, Roberto Giannini, per la rigorosa aderenza alle norme ETS; e un economista dell’arte, Giancarlo Graziani, segretario generale. Una forma giuridica che ci permetterà anche di accedere all’Art Bonus per la futura sede di Livorno. Sul piano strettamente scientifico, intendiamo superare la storia dell’arte, affiancandola ad altre discipline. Abbiamo costituito un comitato di ricerca multidisciplinare con esperti di restauro, analisi chimiche per la compatibilità dei materiali, studio delle tecniche. L’obiettivo è creare un paradigma scientifico e diagnostico condiviso, non autoreferenziale, che possa essere messo a disposizione di tutti. A questo si affianca un’Accademia, coordinata dalla professoressa di matematica Giacomoni, proprio per andare oltre l’arte.

È prevista una nuova linea di ricerca? Può anticiparci gli aspetti inediti che saranno curati?
Il primo cantiere è già aperto: la catalogazione e la digitalizzazione integrale degli archivi, un lavoro che impegna già quattro persone. Poi l’aggiornamento del catalogo ragionato. È anacronistico che oggi si faccia ancora riferimento a repertori vecchi di sessant’anni per ragioni che nulla hanno a che vedere con la ricerca, ma solo con logiche di monopolio. Tra gli inediti, stiamo lavorando a “Modigliani e il sacro”, una mostra su un aspetto mai esplorato: Modigliani, pur essendo di religione ebraica, ha realizzato un corpus sorprendente di disegni di ambito sacro, di grande intimità. E l’Accademia sta approfondendo il rapporto tra Modigliani e la numerologia, con uno studio specifico sul dialogo ideale tra Modigliani ed Einstein.
Qual è il documento che l’ha più entusiasmata in tanti anni di ricerca e che ancora non è stato raccontato?
Ce ne sono molti, ma uno su tutti: l’agenda del 1914 di Rosalia Tobia. Rosalia era la proprietaria della Crèmerie dove Modigliani andava a mangiare a Parigi, un’ex modella italiana di trent’anni più grande di lui. Quando lui non aveva denaro per pagare il conto, le lasciava dei disegni. Ne ha accumulati circa quattrocento. Essendo carta molto sottile, Rosalia li usava per accendere la stufa. Di quei quattrocento, ne sono rimasti solo due. L’agenda, con quei due schizzi superstiti, i menù dell’epoca e gli appunti di altri artisti, è rimasta per decenni nelle mani del figlio e solo dopo lunghe trattative è entrata nei nostri archivi. Racconta la quotidianità di Modigliani prima della Grande Guerra, un’intimità che nessuno conosce. E poi c’è la matita mine de plomb di Zborowski, ottenuta dalla Galleria ZAC: una mina sottilissima, perfettamente equilibrata, con cui Modigliani disegnava sui suoi carnet, compreso quello preparato per la mostra del 3 dicembre 1917 da Berthe Weill, chiusa dopo tre ore per lo scandalo del Nudo Rosso in vetrina.

Se dovesse dire oggi, in sintesi, qual è la cosa che ancora non sappiamo di Modigliani e che questa fondazione vuole finalmente far sapere?
Che Modigliani non è stato l’artista maledetto che non esponeva. È una leggenda falsa. Modigliani arriva a Parigi nel 1906 e già nel 1908 espone in una galleria d’avanguardia e poi ai Salon d’Automne e des Indépendants. Ma soprattutto, c’è un intero periodo rimosso: i sette anni italiani. Modigliani inizia a dipingere a 14 anni a Livorno. La madre lo ritira dal liceo quando, nel 1900, in uno dei primi ospedali dotati di raggi X, si scopre “l’ombra” sui suoi polmoni: la tubercolosi. Da lì inizia a frequentare l’atelier del suo amico e a dipingere i paesaggi livornesi la domenica con altri giovani artisti, formandosi con Fattori e i post-macchiaioli. Questo periodo è stato finora sottovalutato e taciuto, ma andrebbe riscoperto e rivalutato. Per dare dignità alla verità e per dare dignità a Livorno. Modigliani non è un mito. È stato un uomo libero, un uomo vero, che ha vissuto venticinque anni di lavoro pittorico con grande ottimismo, pur essendo affaticato dalla malattia.
E per finire, quale Modigliani sogna di lasciare alle nuove generazioni?
Non un ornamento, un mito ma un Modigliani come una risorsa viva, pulsante, aperta, capace di generare nuove opportunità. La memoria della sua vita e della sua arte acquista un significato più profondo quando diventa conoscenza condivisa. Ecco il Modigliani che sogno di lasciare: non la leggenda, ma l’esperienza di un uomo che ha trasformato una vita brevissima in un insegnamento ancora attuale.

di Anna De Fazio Siciliano
Immagine in copertina: Amedeo Modigliani nel suo studio a Parigi, 1918. Immagine Wikimedia Commons
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