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Kirghizistan. Viaggio nella terra dei nomadi

Eravamo esausti. Avevamo appena attraversato il Tagikistan in autostop percorrendo la leggendaria Pamir Highway, la seconda strada più alta del mondo. Dopo un susseguirsi di paesaggi aspri e silenzi infiniti entravamo in Kirghizistan, repubblica parlamentare dell’Asia centrale di circa sette milioni di abitanti, il cui territorio è per la gran parte montuoso, con un’economia in via di sviluppo basata sull’agricoltura e sull’estrazione mineraria.

Pamir Highway

Appena entrati in questo territorio, sembrava di essere catapultati in un altro mondo. La terra brulla aveva lasciato spazio a immensi prati verdi e rigogliosi dove i cavalli scorrazzavano liberi. In lontananza, montagne dalle sfumature rossastre e giallognole nascondevano la neve delle cime più alte dell’altopiano del Pamir. Il cambiamento fu netto e sorprendente. Il Kirghizistan, custode di antiche tradizioni nomadi, ci accolse con un respiro di freschezza e quiete. Era come se la natura stessa avesse abbracciato l’anima dei suoi abitanti. Le yurte, le tradizionali tende circolari di feltro e legno, punteggiavano il paesaggio come piccoli rifugi, raccontando storie di un legame profondo con la terra.

Una famiglia nomade ci fece segno di entrare nella propria yurta e fu subito chiaro come quella struttura fosse il cuore della loro vita. L’interno era avvolto da un’atmosfera calda e familiare, con le pareti abbellite da drappi colorati e tappeti decorati con motivi tradizionali. Al centro, una stufa scaldava dolcemente l’ambiente diffondendo un tepore che contrastava con l’aria frizzante che c’era fuori. Ai lati, materassi e coperte erano impilati con cura in attesa di ospiti e familiari alla ricerca di un momento di riposo. Ci sedemmo per terra su una coperta in stile kirghizo. Alzai la testa e guardai verso il soffito: il tunduk, l’elegante corona circolare di legno che regge i raggi del tetto, si stagliava contro il cielo. Questo simbolo è l’elemento più significativo della yurta ed è così importante da essere raffigurato anche al centro della bandiera del Kirghizistan. ll tunduk rappresenta la casa, l’unità e la continuità del popolo nomade, unito sotto lo stesso cielo e radicato nella stessa terra.

Il Tunduk, corona circolare di legno che regge i raggi del tetto

A un lato della tenda c’era una donna che agitava un bastone in un barile di legno. Lo muoveva in su e in giù come fosse uno stantuffo producendo un rumore cadenzato e ipnotico. All’interno del recipiente c’era il kumis, famosa bevanda del Kirghizistan a base di latte di giumenta fermentato. Il padrone di casa mi invitò a berlo in un solo sorso dopo aver brindato come se fosse un buon bicchiere di vino. Impossibile rifiutare! Il sapore era forte, aspro e acidulo. È una bevanda che definisco una sorta di  “latte frizzantino” ed è davvero per stomaci di ferro. Decisamente più gradevole era invece il pane intinto nel kaimak, un burro delizioso e cremoso.

Era ora di andare. Muoversi in Kirghizistan è sorprendentemente semplice. Gran parte del territorio è servito dalle maršrutka, piccoli autobus sovietici usati comunemente come taxi collettivi. Non hanno degli orari precisi e partono solo quando sono pieni. Dalla capitale Bishkek ne partono parecchi. La nostra maršrutka aveva come direzione Karakol, una cittadina a est delle sponde del grande lago salato Issik-Kul che raggiungemmo per intraprendere il cammino verso un luogo mozzafiato. Nella sua parte meridionale si ammira il canyon di Skazka (delle fiabe), formazione geologica rossastra lunga circa due chilometri.

Ma il nostro obiettivo era l’Ala-Kul, uno splendido lago incastonato a circa 3500 metri di quota sul versante settentrionale della catena montuosa del Terksey Ala-Too. Il trekking è duro: si affrontano oltre duemila metri di dislivello positivo per raggiungere questo meraviglioso specchio d’acqua. Lo ammirammo al secondo giorno di cammino dopo aver passato una notte in tenda al freddo e sotto una pioggerellina che accompagnò il nostro sonno. Ma ne valse la pena. Le imponenti montagne del Tian Shan incorniciano le acque del lago che scintillano con tonalità che variano dal blu intenso al turchese. Capimmo subito perché è uno dei laghi più amati e preziosi del Kirghizistan.

Lago Ala-Kul

Ne vedemmo altri due di laghi. Il primo fu il Song-Köl, il secondo lago più grande del paese. Di certo non può competere in bellezza con l’Ala-Kul e con il lago che avremmo visitato nei giorni successivi. Tuttavia, ciò che rese quest’esperienza davvero suggestiva fu la possibilità di dormire in delle yurte locali: a differenza di quelle di altre zone del Kirghizistan, quelle del Song-Köl sono realmente abitate da locali, e tra bambini a cavallo e mucche al pascolo questo luogo è stato una vera scoperta. Di notte poi, in assenza di inquinamento luminoso, il cielo si aprì svelando un infinto tappeto di stelle che ci fecero sognare ad occhi aperti.

Yurte sul lago Song-Köl

L’ultimo lago che visitammo fu il Kel-Suu, il più difficile da raggiungere. Si trova infatti all’estremo sud del paese, al confine con la Cina, in una zona dove occorrono dei permessi speciali per accedere. Non ci sono mezzi pubblici, così prendemmo un taxi privato dividendo le spese con due amici incontrati nell’ostello di Karakol nei giorni precedenti. È un lago glaciale che si è formato a seguito di una frana negli anni ’80, con acque blu polvere circondate da ripide scogliere e montagne imponenti. Una delle caratteristiche più affascinanti del Kel-Suu è la variazione imprevedibile del livello dell’acqua: il lago può ritirarsi drasticamente per poi riempirsi di nuovo. Questo è senza dubbio il lago più bello del Kirghizistan: saremmo rimasti ore ed ore ad osservare l’acqua mutare colore sotto l’alternarsi di nuvole e sole.

Lago Kel-Suu

Dopo giorni trascorsi tra montagne, laghi e yurte tornammo verso la capitale Bishkek, città che supera il milione di abitanti e situata a 800 metri sul livello del mare, circondata da monti sempre innevati. Visitammo il mercato principale fatto di vecchi container accatastati, un luogo atipico dove si incrociano merci locali e importate in un fitto intrico di negozi improvvisati. Fu una tappa breve ma intensa, un ultimo assaggio della realtà kirghiza prima di prepararci a varcare il confine verso un nuovo paese: il Kazakistan. Un’altra avventura ci aspettava, con nuovi paesaggi e culture da scoprire.

di David De Giorgio – fotografie di Nicole Cedroni

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